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Violenza sulle donne: come applicare la Convenzione di Istanbul

La ricerca presentata oggi nella sede romana del Parlamento Europeo, condotta dalla Fondazione Pangea Onlus con l’Istituto Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali e l’Udi (Unione Donne in Italia), pone problemi politici di grande spessore, e il ruolo del Parlamento non dovrebbe mai venir meno quando si affrontano i temi di quella straordinaria piattaforma di progettazione sociale che è la Convenzione di Istanbul.

Un primo punto su cui occorre discutere è questo: sembra l’Italia si sia dimenticata di aver ratificato la Convenzione. Dal primo agosto di quest’anno, principi e norme contenuti in quel testo sono divenuti obbligo, eppure manca ancora un serio monitoraggio della loro applicazione, perché manca una pratica politica, nel nostro Paese, che sappia costruire un metodo di lavoro realmente in linea con quanto la Convenzione stabilisce; è cosa grave, che non diventi ancora realtà una commissione bicamerale che relazioni in Parlamento, ogni anno, lo stato di attuazione della stessa. Eppure, la realizzazione di una commissione di questo tipo richiederebbe una settimana di tempo, non di più. Dobbiamo introdurre, nella nostra politica, il metodo del monitoraggio delle leggi che si adottano. Anche perché questo significa fare leggi che poi si applicano davvero!

Per ottenere questi risultati, in particolare sulla piena attuazione della Convenzione di Istanbul, credo si debba costruire un solido rapporto tra chi sta nei movimenti e le istituzioni, perché senza sostegno, confronto, senza un raccordo, è impossibile governare il cambiamento sociale. Il monitoraggio delle politiche, a tutti i livelli, è fondamentale per contrastare veramente la violenza sulle donne. Senza conoscenza e monitoraggio, senza relazioni dello stato dell’arte al Parlamento, svolte con dati oggettivi e completi, è impossibile comprendere pienamente di cosa si parla quando si affrontano sia le violenze che le discriminazioni, che delle prime rappresentano le fondamenta.

Riflettiamo anche sui passaggi avvenuti in merito alla responsabilità delle pari opportunità in sede di Governo: abbiamo prima avuto la Ministra, poi una vice Ministra al Ministero del Lavoro; con il Governo Renzi la delega è rimasta al premier, un passaggio molto importante che però, almeno fino a poche settimane fa, con la nomina di Giovanna Martelli, è rimasta una delega priva di reale capacità di incisione sull’attuazione dei necessari cambiamenti.

Con il primo decreto di attuazione realizzato, l’Italia ha dato priorità alle problematiche della vittima di violenza. Questo doveva essere l’inizio di un percorso senza precedenti per costruire gli strumenti di attuazione della Convenzione, invece credo ci sia stata una sorta di assuefazione all’idea secondo la quale la politica debba occuparsi, quasi esclusivamente, di questo aspetto, trascurando totalmente quel profondo cambiamento di prospettive che ci offre la Convenzione stessa, laddove spinge ad operare innanzitutto sulla prevenzione.

Se non si riparte da questo aspetto, vuol dire che non si è capito nulla delle radici delle discriminazioni, e dunque anche del femminicidio. Una gravissima lacuna politica e culturale. È ovvio che se il dibattito riparte da questo terreno, saremo anche in grado di cogliere un altro aspetto su cui deve essere orientata la ricerca: monitorare e cambiare tutte quelle leggi che sono in contrasto con quanto previsto dalla Convenzione.

Attuare la Convenzione di Istanbul vuol dire anche affrontare i due pilastri della prevenzione: la scuola e i mass media. Quando dico scuola, però, non mi riferisco semplicemente all’inserimento di un’ora formativa sul tema dell’educazione alla differenza di genere nei programmi scolastici, ma a un cambiamento reale e generale di programmi in grado di modificare la cultura dei generi e della relazione tra uomo e donna. Questione necessaria e utile per condurre le nuove generazioni più lontane dalle ragioni che portano alla violenza contro le donne.

Occorre un cambio radicale dei programmi scolastici a trecentosessanta gradi, e questo cambio ha bisogno di investimenti sulle competenze del corpo scolastico. C’è un legame stretto e diretto tra la buona scuola e gli elementi di progettazione del cambiamento. Come per la ricerca e l’analisi dei dati, anche per la formazione quello che occorre è un approccio scientifico, competente, professionale: non è sufficiente essere donna per formare alle relazioni e ai sentimenti, per trasmettere consapevolezza dell’identità di genere. Sappiamo bene che l’approccio al femminile non è garante di una soggettività consapevole, e questo è un problema culturale che investe sia insegnanti nelle scuole che genitori nelle famiglie.

Sul secondo punto, che riguarda i mass media, è difficile non osservare che in Italia ci sia stata una regressione negli ultimi anni. L’elemento descrittivo, nelle inchieste e nei servizi sulla violenza contro le donne, prevale quasi sempre sulla ricerca delle cause, rimanendo sulla superficie della cronaca senza approfondire le radici di fatti e comportamenti. L’articolo 17 della Convenzione di Istanbul è straordinariamente esplicito al riguardo: “Le Parti incoraggiano il settore privato, il settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e i mass media, nel rispetto della loro indipendenza e libertà di espressione, a partecipare all’elaborazione e all’attuazione di politiche e alla definizione di linee guida e di norme di autoregolazione per prevenire la violenza contro le donne e rafforzare il rispetto della loro dignità”. Eppure, anche su questo punto, l’Italia non è ancora all’altezza del necessario cambiamento di prospettiva.

Un assente ingiustificato, nel cambiamento che la Convenzione promuove, è il mondo del lavoro. Molti di quei soggetti, che dovrebbero essere parte attiva nella realizzazione dei percorsi di miglioramento, continuano a non comparire mai nelle azioni e nelle pratiche. Nei luoghi di lavoro, ad esempio, continua a mancare uno specifico riferimento alla possibilità, per un donna, di allontanarsene in modo giustificato quando si è subita una violenza.  Insomma , per il contrasto alla violenza di genere e al superamento delle discriminazioni contro le donne occorrono gli interventi e la responsabilità di ogni soggetto.

Serve l’innovazione all’interno della stessa cultura del lavoro, e per questo anche nei media continuano a non figurare, quasi mai, i ruoli dei datori di lavoro nel creare condizioni paritarie e di valorizzazione delle differenze; un mondo del lavoro che non sa cambiare e rinnovarsi diventa, così, un ostacolo alla denuncia delle violenze e, alla fine, delle condizioni di discriminazione.

Non si può lasciare che questi argomenti vengano affrontati solamente il 25 novembre oppure l’8 marzo, bisogna chiamare alla responsabilità, ripeto, tutti i soggetti coinvolti. Per questo, rimane indispensabile poter realizzare, su ogni iniziativa politica, ogni regolamentazione, ogni statistica, la verifica dell’impatto di genere. Perché per rendere pratica quotidiana la Convenzione di Istanbul, occorre grande consapevolezza. Chi fa politica non dovrà più pensare a interventi frammentati, occorrono linee guida generali e razionalizzazione delle risorse. Se l’impianto di riferimento della politica è veramente quello del mainstreaming di genere, come indicato già dalla piattaforma di Pechino, è possibile investire nel cambiamento e superare anche il problema dei fondi, utilizzando meglio le risorse e proiettando al futuro gli interventi.

A tre mesi dall’entrata in vigore della Convenzione, il suo potere vincolante deve ora essere strumento di diffusione massima, e miglioramento, delle buone pratiche di contrasto alla violenza e alle discriminazioni. L’allineamento di tutti i Paesi del mondo, su questi temi, è un obbligo morale, civile, e politico. Occorre un’azione di sistema, che unisca misure immediate – come il sostegno ai centri antiviolenza – e un cambiamento normativo più profondo e lungo, per sradicare ogni forma di discriminazione di genere e garantire l’uguaglianza sostanziale delle donne come prevista, ad esempio, in Italia, dall’articolo 3 della Costituzione stessa.

La ratifica della Convenzione è stata importante perché è il punto più avanzato del diritto internazionale sul tema, nonché il primo trattato che riconosce la violenza sulle donne come violazione dei diritti umani. Gli obiettivi della Convenzione, sono diventati gli obiettivi del Parlamento e di tutte le istituzioni. Un monito per tutti e tutte noi, cittadini e cittadine d’Europa, per costruire, veramente, una società libera e giusta.