Cultura e spettacoli
Intervista, di ,

Lorenza Mazzetti: “Grazie alla scrittura sono ringiovanita”

L’italiana che inventò il Free Cinema inglese, nata nel 1928, regista in Inghilterra e autrice del romanzo Il cielo cade, da cui è stato tratto un lungometraggio, racconta la sua vita avventurosa nel nuovo racconto-verità, Diario londinese

In tanti hanno sentito parlare di Lorenza Mazzetti, “l’italiana che inventò il Free Cinema inglese”, come recita il titolo di una pubblicazione a lei dedicata. In tanti, ma non abbastanza. La sua biografia è sconvolgente, la sua opera letteraria e cinematografica rara e preziosa. Orfana di madre da sempre e di padre troppo presto, Lorenza va a vivere ancora bambina, insieme alla sorella gemella Paola, vicino a Firenze, nella villa della zia paterna, Mina Mazzetti, sposata al cugino di Albert Einstein. Qui trascorre anni allegri e felici, in compagnia delle figlie degli zii e dei ragazzini dei contadini che ruotano attorno alla villa, fino a quando nell’agosto del ‘44, un attimo prima di lasciare l’Italia, una squadra delle SS trucida Mina Mazzetti e le sue figlie. Lo zio Robert, che era stato convinto a nascondersi pochi giorni prima, perché erano venuti a chiedere di lui, si suiciderà l’anno dopo.

Lorenza, sopravvissuta in quanto non ebrea, racconta quegli anni ne Il cielo cade, uscito nel ’62 e vincitore del premio Viareggio (passando come un’invenzione letteraria), che diventerà un film nel 2000. Ha girovagato giovanissima per l’Europa, ha conosciuto Camus, Sartre, Marguerite Duras, ed è sbarcata a Londra negli anni ’50, dove si è iscritta alla Slade School of Fine Arts, ha rovesciato del tè bollente sulla gamba del direttore del British Film Institute (gamba, fortunatamente, di legno), ed è diventata amica e collega inseparabile di Lindsay Anderson, Karel Reisz e Tony Richardson, con i quali ha firmato il manifesto del Free Cinema che rivoluzionerà la cinematografia inglese e mondiale.

Ed è proprio l’esperienza in Inghilterra, il tournage di Together, i giorni e le persone che iniziarono quel movimento di avanguardia, che Lorenza ha recentemente messo per iscritto in Diario londinese (Sellerio, 2014), un racconto-verità che non può non ripercorrere per lampi la tragedia vissuta nell’infanzia, ma nemmeno può reprimere la leggerezza e l’umorismo che colora la voce di Lorenza Mazzetti, ieri come oggi.

Lei dovrebbe essere molto più nota di quello che è. I suoi film e i suoi libri meriterebbero di essere conosciuti di più, specie dai giovani.

Anch’io la penso così. Sono sicura che appena morirò diventerò famosissima.

La sua vita è un nodo di tragedia, morte e inesauribile vitalità. Sente di averlo finalmente sbrogliato?

Sto cercando di sgarbugliarlo, anche attraverso la scrittura. Il cielo cade è stato scritto dopo che sono stata in analisi da uno psichiatra che aveva capito perché stavo tanto male, e ha fatto in modo che si rompessero le difese che avevo alzato senza saperlo, per difendermi dal ricordo di quella scena traumatica. C’era tutta un’apparecchiatura, un filo spinato, una specie di nebbia densa, apposta perché io non potessi entrare a vedere. Però io non ero normale e, quando sono andata a Londra, questo bisogno di esprimermi, di dire qualcosa, mi ha fatto fare cose strane, tra cui un film, a vent’anni, su La metamorfosi di Franz Kafka.

Scelta insolita, per una ragazza…

In effetti era strano che una giovane s’identificasse con un uomo che non riesce a scendere dal letto e viene visto come un mostro, in quanto non può adeguarsi alla famiglia e alle regole. Io però ero così, non riuscivo ad adeguarmi al mondo esterno, avevo seppellito un ricordo terribile e non potevo essere accettata dal mondo, ma soprattutto non potevo accettarlo. Non capivo come tutti potessero vivere normalmente, come se nulla fosse successo, come se bombe, cannonate e morti non ci fossero stati. Non ero consapevole del perché, ad esempio, commettevo furtarelli o firmavo il falso. Sapevo solo di non avere più nulla da perdere: non case, soldi o famiglia, solo le tazzine e i piatti che lavavo quotidianamente per pagare l’affitto. Sembravo molto allegra e lo ero, perché appunto non avevo nulla da perdere, ma quella era anche la mia tragedia. Anche il mio ultimo libro è molto allegro, apparentemente: qualcuno mi ha detto che l’ha fatto leggere ai figli, e che loro si sono liberati dalla depressione dopo averlo terminato.

Per un certo periodo ha tenuto anche una rubrica di psicanalisi su un inserto dell’Unità. Dopo essere guarita voleva guarire gli altri?

Avevo scoperto il concetto fondamentale di Freud, la rimozione, che è importantissimo. Se c’era stata in me una rimozione così forte voleva dire che la mia vita era in pericolo, quel ricordo mi paralizzava il cervello e il corpo e arrivava fino al cuore. Sentivo avvicinarsi la morte, mi accorgevo di cominciare a studiare alle 4 di pomeriggio e di ritrovarmi alle 7 di sera sempre sulla stessa pagina. Quando mi hanno affidato la rubrica, che si chiamava Il lato oscuro, ho pensato di poter scrivere qualcosa per i miei lettori, che erano operai e mi mandavano le descrizioni dei loro sogni, che io interpretavo. È stato un successo straordinario.

Qual era la sua vita privata all’epoca?

In quel periodo vivevo con Bruno Grieco, che aveva avuto un’infanzia come la mia. Il padre era stato preso di mira dai fascisti ed era fuggito in Francia, e la madre, coi due figli, andava oltre confine ma non poteva incontrare il marito o avrebbe portato quelli dell’Ovra, che la pedinavano, ad ucciderlo, perciò doveva parlargli attraverso degli intermediari. Bruno bambino vedeva il padre magari passare per strada ma non poteva abbracciarlo. Avere avuto un’infanzia simile mi aveva legato molto a lui, oltre al fatto che era molto bello. È grazie a lui che ho ottenuto la rubrica sull’Unità. Le risposte che davo erano sempre vagliate dal compagno di mia sorella, che è un analista junghiano. Erano vaghe, ma davano l’idea alle persone semplici che ci scrivevano che esistesse qualcosa da scoprire. Molti venivano addirittura a casa nostra, a Roma. Abitavamo a via Vittoria, nel centro storico, in una soffittina in cui ospitavamo chi arrivava da lontano, soprattutto dall’Emilia.

Non ha mai pensato di girare lei stessa un film da Il cielo cade?

Avevo paura di ripiombare in quel fosso. Lo sceneggiò Suso Cecchi d’Amico per la regia dei fratelli Frazzi. È un film molto bello, diverso dal libro. Un film neorealista in cui attraverso i giochi dei bambini si racconta l’infanzia di una famiglia strana con uno zio ebreo che di ebreo non aveva nulla, infatti noi non lo abbiamo mai sentito parlare di Talmud o altro, perché era uno scienziato. A dirla tutta, non sapevamo nemmeno chi fossero gli ebrei. Invece sapevamo bene che nostro padre e nostra zia erano valdesi. La nostra religione era fatta di queste tre componenti: la scienza, le parabole di Gesù che ci raccontava la zia, e il catechismo cattolico dei bambini dei contadini e del parrocco, un catechismo complicatissimo, con Dio padre, lo Spirito Santo e il Figlio. E la mamma, chiedevamo noi bambini? Per noi Gesù era il papà di Gesù Bambino e Dio era il nonno. All’epoca, si parlava latino e si diceva che gli ebrei avevano ucciso Gesù: il popolo benedetto da Dio era stato potentemente trasformato, nel catechismo, in popolo maledetto.

Il cielo cade è uno straordinario romanzo sull’infanzia. Anche Diario londinese contiene la stessa voce meravigliata e sbrigativa, tipica di quella stagione della vita. Lei ha inoltre diretto per anni il Puppet Theatre, un teatro di burattini a Campo de’ Fiori. Sembra che abbia un’idea dell’infanzia come di qualcosa di prezioso, da non perdere mai del tutto, da trattenere il più possibile.

La vita è tutta un lavoro retroattivo, di recupero dell’infanzia. Della vitalità, della gioia, degli odori di quell’età. Purtroppo il teatrino di via di Grotta Pinta me l’hanno tolto, era bellissimo. Facevo tutto io, muovevo tutti i burattini. Avevo visto a Londra, a Hyde Park, lo spettacolo tradizionale di Punch and Judy, una sorta di Pulcinella e moglie. I due hanno un bambino, ma Punch è geloso dell’amore della mamma per il bambino, vorrebbe essere amato quanto lui, e perciò gliene fa di tutti i colori. Dovevo cambiare il finale, perché in Italia che Pulcinella buttasse il bambino dalla finestra non faceva ridere nessuno.

Ha passato un’infanzia tutta al femminile, poi è stata l’unica donna nel gruppo del Free Cinema inglese. Dove si sente più a suo agio?

Durante la guerra eravamo tutte femmine perché gli uomini semplicemente non c’erano, o erano stati arruolati o si erano nascosti. Io però non sto tanto bene con le donne. Non so perché. Ho constatato che è difficile che una donna giovane ami veramente una sua amica, senza rivalità, senza tradimenti. Una vera amica è rara, io ce l’ho, ma è la mia gemella. Raramente ho avuto aiuto da una donna nel corso della mia vita, sono stati gli uomini ad aiutarmi. Diario Londinese non è un racconto femminista e non è nemmeno il classico libro scritto da una donna. Anche i miei film parlavano di uomini – il giovane incapace di scendere dal letto di K, i due sordomuti di Together – perché in quel momento soltanto degli uomini avrebbero potuto rappresentarmi. La cosa più bella che mi è successa adesso, invece, è quella di poter finalmente parlare di me.

Come è nato Diario londinese?

Mi sono chiesta: “Chi era la ragazzina pestifera protagonista della mia infanzia? Cosa diavolo andava cercando?”. Avevo seppellito anche lei. Con Il cielo cade posso dire di aver recuperato l’infanzia, con questo libro, invece, sono ringiovanita pazzamente, sono guarita da tutte le malattie. Il mese scorso, poi, sono stata a Firenze, al Festival Internazionale di cinema e donne, dove ho vinto un premio, insieme a Margarethe von Trotta. Sono stata felice e meravigliatissima che le donne si siano accorte di me, che finalmente mi vogliano bene.