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Cristina Bowerman, la chef stellata che ha cambiato vita dopo i 30 anni

Nella top 50 dei migliori ristoranti al mondo quelli di chef donne sono un paio. Ma lei è contro le quote rosa in cucina. Perché le donne sono pari agli uomini e devono affermarsi lavorando sodo. Fiduciosa che tra una decina d'anni in tutte le professioni domineranno

Tre vite in una sola. Di corsa, da Cerignola a San Francisco (e New York e Austin) e poi indietro, fino ad arrivare a Roma, puntando in alto alla stella Michelin. Cristina Bowerman, chef stellata e pluripremiata è tutto questo.

Partita da Cerignola, in provincia di Bari, dopo due rivoluzioni e tre mestieri diventa una delle chef più in vista nel nostro Paese, tanto che nel 2010 la sua storia e la sua cucina in perenne equilibrio tra scienza e gusto diventano un case history all’università Bocconi di Milano. Oggi ha 47 anni, un compagno (anche di lavoro, è lo chef Fabio Spada che condivide con lei entrambi i ristoranti di Roma), un figlio di 6 anni e due brigate da guidare, una al Glass Hostaria di Trastevere e l’altra al Romeo Chef&Baker, nel quartiere Prati sempre a Roma.

“Io sono l’esempio opposto alla mentalità italiana per la quale un cambiamento è una sconfitta. Qualche settimana fa mi ha fermato una ragazza di 33 anni. Mi ha detto: sono un avvocato ma voglio cambiare vita. E io le ho detto: allora cambiala! Quando l’ho fatto, io avevo un anno più di lei. Incontro persone terrorizzate dal cambiamento, perché cambiare  ti paralizza”. “Il problema – prosegue – non sono i giovani che si adattano a fare mille lavori mentre studiano. Ma sono i 50enni e i 60enni che perdono il lavoro ma devono per forza fare qualcosa per mantenere la famiglia, il mutuo. Ti ritrovi in difficoltà, è una tragedia”.

Il suo trampolino di lancio è proprio Cerignola: “Il mio primo viaggio negli Stati Uniti l’ho fatto dopo la laurea e con un lavoro in uno studio legale. Sono stata appoggiata dai miei genitori e sono partita con un biglietto di andata e ritorno in tasca. Ma non sono più tornata”. Gli Stati Uniti colpiscono nel segno, “sono rimasta sconvolta, ho scoperto un mondo che non conoscevo, un po’ come quando ho scoperto le cotolette prefritte a Londra. Sono una terrona, non una ragazza del nord”.

Prosegue gli studi legali a San Francisco ma arriva il primo grande cambiamento. Lascia la legge per la grafica, il design. “Ci sono in giro almeno una cinquantina di libri con il mio nome sopra, facevo un lavoro che mi piaceva, che mi faceva guadagnare bene. Viaggiavo, ho potuto comprare una casa. Questo cambiamento è stato impulsivo, non ragionato”. Ma la giostra non è ancora ferma e il design inizia a essere un vestito stretto. Si laurea in Arti Culinarie a Le Cordon Bleu College of Culinary Academy di Austin, viene presa nella brigata del pluristellato Driskill Grill. “Il terzo cambiamento è stato più radicale, ho deciso di seguire una strada che mi piaceva. In questi casi – racconta – serve mettersi a tavolino con se stessi e capire cosa si vuole fare. Bisogna fermarsi a riflettere: quello che faccio è veramente quello che voglio?”. L’America le apre gli occhi, scopre un mondo che le piace e che la stimola a migliorarsi: “Negli Stati Uniti ho imparato il concetto di libertà. Il sogno americano è vivo e vegeto. L’America mi ha dato tanto, non solo nella scoperta e nell’accoppiamento di sapori. Mi ha insegnato il principio della libertà, del non avere confini, e in tutto quello che ho fatto non ho mai avuto paura di cambiare. L’americano non ha come priorità la conservazione del posto, ma punta a migliorarsi”.

Nel 2004 torna in Italia. Lei crede di fermarsi per un periodo, ma non se ne va più: nel 2006 la chiamano al Glass Hostaria, un locale da risollevare. Lei prende per mano la brigata e inizia a rimettere in piedi il ristorante. Nel 2009 arrivano le tre forchette del Gambero Rosso ma nel 2010, unica donna per quell’anno, arriva la stella Michelin che la consacra nell’olimpo della cucina italiana. “E’ un riconoscimento senza pari – dice emozionandosi ancora -, niente ti cambia la vita come una stella Michelin, perché ti fa sentire apprezzata”. La sua incredibile storia diventa un libro (“Da Cerignola a San Francisco e ritorno. La mia vita da chef controcorrente”, edito da Mondadori) e dieci regole per osare scritte tutte al femminile: dall’incoraggiamento a essere una leader a quello a studiare, a migliorarsi sempre.

Quanto deve faticare una donna per affermarsi e avere successo come uno chef maschio? “Tanto. Nella top 50 dei migliori ristoranti al mondo ci saranno un paio di donne, credo. Ma io non posso pensare che al mondo non ci siano donne chef tanto brave da essere messe tra i primi 50”. E le quote rosa in cucina? Per carità, manco a parlarne. “Le quote rosa non devono esserci – scandisce -. Non appartengo a una minoranza da proteggere, sono al pari degli altri. Purtroppo oggi si tratta di suscitare interesse, di fare le interviste giuste. Ma si arriverà al punto che tra dieci anni in tutte le professioni domineranno le donne, perché non posso pensare che il genere sia una categoria per determinare la bravura di una persona”.