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Esther Elisha: “Sogno un regista che non abbia paura delle donne”

Protagonista femminile di Neve di Stefano Incerti attualmente nelle sale, l'attrice bresciana è figlia di madre italiana a padre del Benin, e si è spesso domandata: "Come è possibile che il cinema non si renda conto dell'esistenza di noi italiani di origine mista?"

Esther Elisha è dotata di una bellezza raffinata e di un’intelligenza schietta. La prima viene riflessa immediatamente dal grande schermo, nonostante i ruoli di donne al limite in cui fin ad ora il cinema l’ha sempre incasellata, mentre la seconda la scopri facilmente dopo pochi minuti di chiacchierata.

Nata dal grande amore tra una madre bresciana ed un padre del Benin, Esther dimostra di avere idee ed opinioni chiare sul mestiere dell’artista e l’ambiente che lo condiziona. Così, senza smanie di sovraesposizione, costruisce il suo personale percorso attraverso progetti giovani, come Là-bas-Educazione criminale di Guido Lombardi, e film indipendenti, uno di questi firmato da Stefano Incerti: si tratta di Neve, un thriller psicologico all’italiana in sala dall’11 gennaio, che l’attrice ha condiviso con il compagno di set Roberto De Francesco.

In Neve interpreta Norah, una giovane donna che, scaraventata da un’auto in corsa, piomba nella vita del misterioso Donato scombinando i suoi piani. Le loro solitudini, però, sembrano destinate a diventare complici nonostante le rispettive zone d’ombra. Nel futuro della Elisha, però, oltre ad altri progetti cinematografici come Pizza e datteri del curdo-iraniano Fariborz Kamkari con Giuseppe Battiston, c’è anche la tournée teatrale di Good People, spettacolo diretto da Roberto Andò con Michela Cescon. Il tutto continuando a sognare un regista come Lars Von Trier o Xavier Dolan.

Neve è un film indipendente. Il che vuol dire che è stato girato con un budget limitato e, per di più, in un ambiente invernale sotto zero. Quali dei tuoi limiti e dei tuoi punti di forza ha messo in evidenza questa esperienza ?

Fare un film indipendente in questo caso ha voluto dire lavorare a -14 gradi in soli 18 giorni senza molti mezzi a nostra disposizione e con totale assenza di tempi di recupero. Eravamo circondati dalle montagne innevate e ci cambiavamo in macchina tra un ciak e l’altro. Per me ha rappresentato anche il primo ruolo da protagonista, il che mi ha fatto sentire ulteriormente sotto pressione. Gli effetti, quelli veri, però li ho avvertiti nel tempo: voglio dire che la realizzazione di questo film è stata una prova utile per le esperienze future. Sono trascorsi due anni dalle riprese e ci penso ancora. Il che vuol dire che è stata un’occasione di crescita professionale e personale.

Il film di Incerti è caratterizzato da un gusto evidente per l’essenziale che, dalla messa in scena, si riflette nelle vostre interpretazioni. Il regista vi ha dato qualche direttiva al riguardo oppure è nato tutto da una vostra intuizione?

No, non c’è stato bisogno di direttive. Le circostanze e l’ambiente hanno dettato il modo in cui abbiamo lavorato. Inoltre con Incerti è stato possibile lavorare sulla sceneggiatura ed i personaggi, aggiungendo qualche cosa di nostro. Con Roberto De Francesco ci siamo trovati di fronte a due persone in fuga ed abbiamo sentito l’esigenza di raccontare l’anima, la solitudine e la disperazione che li muove. Inoltre entrambi nascondo dei segreti che l’altro non deve assolutamente capire.

A quale stile interpretativo ti sei ispirata?

Posso dire di aver fatto riferimento ad un cinema che va a sottrarre, come quello danese, che amo molto. In modo particolare mi sono ispirata alle interpretazioni di Mads Mikkelsen. So che può sembrare strano per un’attrice prendere come punto di riferimento un interprete maschile, ma seguo Mikkelsen da molto tempo e in ogni suo ruolo ho ritrovato sempre quella capacità di emozionare anche attraverso uno stile asciutto ed intenso.

A questo punto è inevitabile chiederti quali sono i registi danesi che ami e con i quali vorresti lavorare…

Senza dubbio Lars Von Trier. Credo che riesca, come pochi, a scrivere dei ruoli femminili meravigliosi. Esalta talmente la donna che per le sue attrici vincere una Palma d’Oro, o un altro premio, è quasi scontato. Trovo molto interessante anche Anders Thomas Jensen, Susanne Bier e Nicolas Winding Refn, soprattutto per la trilogia di Pusher. Andando oltre la Danimarca, però, amo molto anche il regista canadese Xavier Dolan. Al festival di Venezia di due anni fa ho visto il suo Tom à la ferme e ne sono rimasta folgorata. Dolan realizza storie delicate e meravigliose per donne di tutte le età, visto che non sono certo l’aspetto esteriore o la giovinezza ad interessarlo. Ecco, questi sono i registi che amo e che mi piacerebbe incontrare. Ossia autori che non hanno paura delle donne.

Credi che nel cinema italiano i registi siano impauriti dal femminile?

Molti lo sono. Da noi la donna esiste fino ad una certa età, almeno dal punto di vista cinematografico. Inoltre è relegata sempre a ruoli di attesa, che sia la madre o la compagna dell’eroe. Per questo motivo non la vediamo mai al centro dell’azione. Con il film di Incerti e il personaggio di Norah, invece, mi è stata offerta la possibilità di rappresentare una donna artefice del proprio destino, pronta a combattere per mutarlo. E la battaglia non è mai stato un elemento dominante nei personaggi femminili del cinema italiano.

Spesso hai dichiarato di voler essere diretta da una donna. Hai già in mente un nome?

Si, si tratta di un’attrice di teatro, Cristina Spina. Al di là della mia stima personale nei suoi confronti, però, mi piace collaborare con dei talenti emergenti come quello di Alice Rohrwacher e con chi ha voglia di mettersi alla prova. In questo modo si immette linfa nuova all’interno del panorama artistico dando spazio a dei progetti coraggiosi. E ne abbiamo bisogno.

Tu sei cresciuta in una famiglia mista, visto che tua madre è italiana e tuo padre del Benin. Questo ti ha permesso di essere bilingue fin dalla nascita e ti ha regalato un aspetto esotico, almeno per i canoni italiani. Nel corso degli anni e della tua carriera questo ha rappresentato più un limite o una ricchezza?

Quasi inevitabilmente il mio aspetto mi ha relegato a dei ruoli di ispirazione afro o comunque stranieri. All’inizio questa cosa mi ha ferito molto creandomi anche qualche frustrazione. Io sono italiana e non capivo perché non potessi incarnare l’immaginario di una madre o di una professionista, ad esempio, mentre ero relegata a ruoli di prostitute, drogate o affini. Però, ad un certo punto mi sono resa conto che questa “limitazione” mi ha permesso veramente di fare l’attrice, nel senso che dovevo allontanarmi da me stessa per entrare completamente in una vita diversa. Oggi posso dire che è stato quasi un privilegio, anche se l’ho vissuto con frustrazione.

Il cinema italiano ha una visione ristretta dei cittadini con origine in altri Paesi?

Il problema vero è che, una volta incasellata in una certa tipologia, nel nostro cinema rischi di interpretare per il resto della tua vita sempre il medesimo personaggio con poche variazioni sul tema. Per evitare che succedesse questo, ho spinto molto e parlato del problema. Come è possibile che il cinema non si renda conto dell’esistenza di italiani di origine mista? Molto dipende dal nostro Paese che tende a guardarsi nello specchio con grande ritardo. Per quanto mi riguarda, però, sembra che la tendenza stia cambiando e che il mio lavoro stia dando i suoi frutti. Ad esempio in Nottetempo ho interpretato proprio una madre italiana.

Hai mai riflettuto sulla possibilità di rivolgerti ad una realtà cinematografica internazionale?

Si, certo. Per un periodo sono stata in Francia. Ero in fuga dall’Italia e dagli stereotipi. Inoltre mi sentivo molto fragile. Quell’esperienza, però, mi è servita per prendere le misure e fare pace con la mia realtà. Mi interessa ancora lavorare all’estero, soprattutto in Francia, ma non voglio trascurare il nostro cinema. Non credo assolutamente che in Italia manchino i talenti. Per mia esperienza posso dire che esistono molte sceneggiature interessanti, ma il problema è che la produzione non da loro una possibilità.

Perché?

Credo che ci sia bisogno di maggior coraggio da parte dei produttori ed anche da parte degli sceneggiatori, troppo vittime dell’autocensura. Non possiamo essere noi i primi ad imporci dei limiti solo perché un’idea potrebbe non incontrare subito il favore produttivo. Se lavorassimo in questa direzione credo che ci guadagneremmo tutti. Certo è che oggi fare cultura nel nostro Paese è un’impresa veramente dura e bisogna volerlo molto.

Per finire, vorrei che tu rinnovassi un consiglio molto intelligente che hai rivolto in passato alle più giovani per sopravvivere in un ambiente maschile come il cinema. Ossia imparare a farseli amici piuttosto che amanti…

Da sempre questa è la mia filosofia. Certo, se poi si incontra un amore il discorso è diverso. Però, nel corso degli anni, il mio atteggiamento è stato sempre piuttosto fermo, tanto da passare per una schiettezza un po’ ruvida. Ad un certo punto ho anche pensato di cambiare direzione, ma non ha funzionato. Purtroppo il nostro ambiente, come la società in cui viviamo, è basato ancora sul potere e sulla prevaricazione. Mi auguro che questo andamento cambi quanto prima ma, nel frattempo, mantenere alcuni equilibri è faticoso. Il mio scopo, in un ambiente come il cinema in cui la seduzione ha il suo peso, è quello di costruire un dialogo alla pari con registi e colleghi. Il che porta anche ad una certa longevità artistica e a tornare a lavorare con le persone che stimo. Ad esempio questo tipo di relazione è stata possibile con Guido Lombardi, mentre con altri uomini è stata, diciamo, più complicata.