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Servono più donne nelle tecnologie dell’informazione, un settore ancora in crescita

Donne 2.0, ancora lontane dalla parità con gli uomini, qui spieghiamo perché si tratta di un'opportunità per evolvere, rendersi autonome e incidere nella società informatizzata. Le donne hanno la capacità per uscire da schemi sessisti e obsoleti

Una buona busta paga che assicuri l’indipendenza economica, e magari anche la possibilità di qualche sfizio. Opportunità di carriera. Sicurezza, se non del posto di lavoro, almeno di lavorare. È il sogno di tutti, oggigiorno. Soprattutto di chi deve decidere cosa fare all’università, e si chiede ossessivamente quale corso di studi intraprendere, in modo da non essere l’ennesimo laureato disoccupato.

Ebbene, sembrerà incredibile ma esiste un settore che non conosce crisi (o quasi). Dove mancano già ora 400mila professionisti in tutta Europa. È il settore delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione. ICT, per usare il suo (inflazionatissimo) acronimo in lingua inglese.

È un dato di fatto che le ragazze tendano a snobbare l’informatica e discipline affini. Non a caso tutti, dall’ONU alla UE, passando per le grandi aziende del setttore, si stanno mobilitando per invertire questa tendenza. Qualche esempio? L’International Telecommunication Union (ITU), l’agenzia delle Nazioni Unite specializzata proprio nell’ICT, ha lanciato nel 2010 il progetto Girls in ICT. Microsoft Italia, da parte sua, è impegnata in varie iniziative tra cui La Nuvola Rosa e Donne@lcomputer, mentre Asus ha creato Bloggirl. L’Unione Europea ha una divisione speciale chiamata Women in ICT e l’ambizione di Neelie Kroes, commissaria per l’Agenda digitale europea, è “avere più donne nell’ICT”.

Secondo Bruxelles solo il 30% dei 7 milioni e passa di persone occupate nell’ICT sono donne. Poche. Troppe poche. Specie considerando che grazie alle nuove tecnologie stanno nascendo nuove figure professionali. Come quella del community manager, per la quale esistono addirittura dei master ad hoc. O ancora, web analist, e-reputation manager, digital PR, web editor e chi più ne ha più ne metta.

«All’inizio degli anni ’80 le donne erano quasi la metà degli studenti di informatica, – dice a Donneuropa Sarah Parkes, direttrice media & public information dell’ITU – ma da allora la tendenza è cambiata, soprattutto in Europa, USA e Canada. Le studentesse sono diminuite tantissimo, oggi sono circa il 20%».

Secondo la Parkes questo calo è da attribuire al fatto che «l’immagine del tipico informatico trasmessa da film e serie tv non ha aiutato. Si è affermato il cliché del nerd, un po’ trascurato, asociale, sempre attaccato a un monitor e circondato da cartoni di pizza e lattine di birra. Un’immagine nella quale una ragazza si riconosce difficilmente e che non le rende la materia particolarmente attraente».

Conferma quest’analisi Linda Pagli, ordinaria del Dipartimento di Informatica dell’Università di Pisa. «Bisognerebbe rivalutare la figura dell’informatico, e presentare la materia come un percorso di alto livello, che offre buone prospettive professionali, quindi appetibile anche per le donne. – spiega la docente – In fondo i nostri laureati trovano lavoro anche dopo la triennale, senza fare per forza la specialistica. Si potrebbero anche lanciare delle immagini positive, ispiratrici, come l’eccezionale hacker-punk Lisbeth Salander della trilogia Millennium».

E in effetti, il personaggio creato da Stieg Larsson è uno dei pochissimi esempi di informatiche apparse in letteratura o sugli schermi. «Lisbeth Salander è di sicuro una fonte di ispirazione. Una donna estremamente capace e indipendente. Certo, è anche molto strana – chiarisce ridendo la Parkes – ma in fondo sappiamo che i personaggi che vediamo al cinema, pur avendo un indubbio potere ispiratore, non sono realistici».

C’è però una condicio sine qua non per studiare informatica: bisogna andare d’accordo con i numeri. Questo non significa che si debba avere una laurea in matematica ma, come nota la Pagli, «affrontare e risolvere problemi informatici richiede un’intelligenza di tipo matematico. Chiunque, pur avendo già qualche nozione di informatica o persino sapendo programmare, prima o poi si trova davanti a problemi matematici mano a mano che approfondisce l’argomento.»

L’aspetto interessante, spiega la docente, anche co-autrice del libro “Algoritmi, divinità e gente comune” (Edizioni ETS), «è che spesso con i problemi informatici si possono vedere applicazioni concrete delle matematica che così risulta meno astratta».

Insomma, la concretezza è uno dei pregi dell’informatica. Un altro è che si tratta di una disciplina “democratica”. Esistono infatti tanti modi per avvicinarsi a questo mondo. «Si può lavorare a vari livelli. – conferma la Pagli – Costruire un sito web, ad esempio, è piuttosto facile, si può imparare a farlo persino da autodidatti. Progettare una nuova applicazione, invece, è ovviamente più difficile.»

Ancora, «si può lavorare come analisti o programmatori informatici: ogni livello richiede una preparazione diversa. Esiste persino una laurea in informatica umanistica, meno matematica di quella classica, che si propone di formare figure professionali esperte in arte e letteratura ma comunque in grado di usare al meglio gli strumenti informatici».

Buono a sapersi, perché oggi sono parecchie le professioni che richiedono una conoscenza (magari soltanto basilare) dell’ICT, e soprattutto un aggiornamento costante. Pensiamo al giornalismo, sempre più social grazie a piattaforme come Storify, e al crescente peso dei social media come fonti (con tutti i relativi vantaggi e problemi, ad esempio di verifica dei dati o delle notizie).

O al marketing, diventato ormai web marketing. Lo sa bene Laura De Biaggi, fondatrice e account manager di Trenta3. Originaria di Varese, laureata in fisica a Milano, dopo dieci anni di lavoro dipendente ha creato la sua azienda, iniziando a offrire ai professionisti del settore sanitario servizi di digital marketing, informatica gestionale e consulenza per lo sviluppo di nuovi prodotti.

Non solo. La De Biaggi insegna anche tecnologie della comunicazione e dell’informazione nelle scuole superiori, ed è membro del gruppo Girl Geek Dinners del Ticino. «Ho pensato che in questo gruppo avrei trovato persone a me affini – racconta a Donneuropa – e avrei aiutato altre donne a sentirsi meno sole in un ambito per lo più maschile. Durante i nostri eventi si imparano come usare nuove tecnologie, si costruiscono relazioni e si condividono esperienze».

A parere della De Biaggi chiunque dovrebbe avvicinarsi al mondo dell’ICT, specialmente le donne. «L’informatica ha permesso di realizzare l’immenso progresso tecnologico al quale stiamo oggi assistendo. – sottolinea – E credo che essere protagoniste di questa grande evoluzione studiando fisica, ingegneria, informatica, o anche scrivendo un blog, facendo social media marketing o costruendo siti web, aiuti a valorizzare tutto il mondo femminile, e a farlo uscire da etichette e schemi ormai obsoleti». Lisbeth Salander insegna.