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La cybercriminologa Francesca Bosco, investigatrice sul web

Classe 1981, piemontese, è esperta di crimini in Rete come phishing, violazione della privacy  e pedopornografia. Ma ha qualche problema a farsi inquadrare: “Sei una spia!”, le dicono. Quando va bene

Verità 2.0: amore senza contatto e contatto senza corpo non solo esistono, ma concimano famiglie. Il dato è assimilato e i matrimoni consacrati da Candy Crash Saga sono legittimati al pari di quelli nati al supermercato o dallo psichiatra.

Diverso è per il crimine 2.0, che non sparge sangue. Non parliamo di serie tv aristoteliche, che il delitto lo raccontano senza mostrarlo, né della molestia psicologica o del danno morale, ma del cybercrime, la nuova frontiera dell’insicurezza mondiale, il reato che aggredisce l’avatar, l’esistenza virtuale. Non entra negli appartamenti, ma nelle seconde dimensioni; lascia incolume il corpo e manipola l’identità di chi lo possiede; avviluppa proseliti in reti terroristiche con una chat; froda il fisco decrittando password.

Francesca Bosco, classe 1981, piemontese, è una cybercriminologa tra le più esperte in Italia. Ha qualche problema a farsi inquadrare: “Ah, sei una spia!”, le dicono, quando va bene (altrimenti passa per agente Fbi, hacker, boh). Dopo gli studi giuridici tra Torino e Montreal, non tradisce la bambina per la donna e mantiene fisso il suo obiettivo: occuparsi di diritto internazionale, lavorare per le Nazioni Unite, volare molto e star lontana dall’avvocatura.

Ci riesce: dopo la laurea, compila l’application di un master della fondazione Crt, vince il bando e nel 2006 entra nell’Unicri, l’istituto internazionale delle Nazioni Unite per la ricerca sul crimine e la giustizia. Fa l’ovvia gavetta e diventa presto quello che è oggi: esperta di emerging crimes e tecnologia applicata al crimine (un esempio: la pedopornografia su internet).

Francesca è super esperta di web, nuove tecnologie, hackeraggio. Studia il modo in cui i criminali usano la tecnologia, combatte per diffondere la cultura della sicurezza in rete, che chiama ‘igiene informatica’. Della geek girl ha le competenze – Wired l’ha inserita tra i 100 under 35 italiani più promettenti – ma non lo stile: non c’entra nulla con il cliché del nerd disagiato.

Parte del suo lavoro consiste nella divulgazione: deve maneggiare un registro di comunicazione trasversale, che le consenta di diffondere la cultura della sicurezza informatica presso ambasciate, istituti militari, organi di polizia, ministeri, scuole. Non può essere introversa.

“Una volta – racconta – mi dissero di legare i capelli durante i public speaking, per sembrare meno femminile: pur apprezzando il consiglio, declinai. Con il tempo, ho acquisito la fiducia necessaria a svolgere un lavoro nel quale, per farsi accettare, basta dare il massimo”.

Nessuna discriminazione: la squadra con cui lavora all’Unicri è composta solo da donne che arrivano da tutto il mondo. Una scelta precisa? Affatto. Banalmente, a superare le selezioni sono state solo donne.

I pericoli informatici, sebbene ancora poco divulgati nella cultura collettiva, interessano molto le istituzioni e gli organismi internazionali. Il lavoro di miss Bosco richiede quindi capacità di creare sinergia tra organi diversi, fiuto, tempra, lunghe ore di ricerca: non immaginatela a staccare modem nelle stanze degli hacker o nei casolari dei terroristi.

Non sta mai ferma. Vola spesso in America e dice con naturalezza cose tipo “parlando con i miei colleghi dell’Fbi, l’ultima volta che sono andata alla Nato”.

C’è poi la dimensione domestica del cybercrime, che penetra nel privato del singolo con furti d’identità, phishing, violazione della privacy. Siamo tutti cittadini e utenti, nel web conduciamo una vera e propria seconda vita, esposta a insidie intangibili e ‘senza sangue’, ma pericolosissime.

“E’ difficile far capire alle persone che, siano online o offline, i loro dati sono alla mercé di chiunque”, ci dice Francesca che, negli anni, ha imparato la differenza tra hacker e cybercriminale: nel primo caso si tratta spesso di un tecnico superdotato che mette le sue competenze a servizio del miglior offerente, la maggior parte delle volte un cybercriminale, che usa il web per delinquere.

Ecco l’importanza di un sistema di recruitment di questi talenti, che li impieghi nella ricerca, nell’innovazione e nella lotta alla criminalità virtuale. Il progetto Hackers Profiling, per esempio, cui Francesca ha contribuito, è nato nel 2004 allo scopo di riabilitare la figura dell’hacker e instradarla professionalmente, per sottrarla allo sfruttamento della criminalità organizzata.

La cybercriminologa si era ripromessa di non diventare Ally McBeal, ma il diritto non ha mai smesso di appassionarla: 2 anni fa ha creato l’associazione Tech & law center che “esplora le intersezioni tra tecnologia e diritto”.

Le abbiamo chiesto se le piaccia l’Italia: sì, sebbene sia un paese che “non capisce come le donne possano fare la differenza”. E se per essere felici ci voglia coraggio, come diceva Karen Blixen: ha risposto che la felicità passa attraverso l’accettazione di sé e il coraggio va messo nelle azioni quotidiane.

Cose da non dimenticare? “Cambiare più spesso password che spazzolini da denti”.