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Becky Hammon, la prima donna assistent-coach nella Nba

Trentasettenne, originaria del South Dakota, la guardia delle San Antonio Stars affiancherà Gregg Popovich sulla panchina degli Spurs, sovvertendo le leggi non scritte di un universo esclusivamente maschile

“Thank you Mr President”. Perfino Barack Obama ha celebrato la nomina di Becky Hammon, prima donna a diventare assistent-coach nella Nba. E lei ha ringraziato con un tweet nel quale ha espresso anche la sorpresa e la gioia per l’inattesa scelta dei San Antonio Spurs, la squadra che a giugno ha conquistato l’anello della Nba. La trentasettenne, originaria del South Dakota, affiancherà Gregg Popovich negli Spurs, società dove si è affermato pure il made in Italy, visto che uno dei talenti è Marco Belinelli e che, accanto alla Hammon, ci sarà Ettore Messina, tra gli allenatori europei più titolati di sempre. La decisione ha sovvertito le leggi non scritte di un universo esclusivamente maschile. Perché se è vero che pure Lisa Boyer a Cleveland nella stagione 2001-02 aveva ricoperto un ruolo nello staff di John Lucas, è altrettanto vero che, concretamente, è stata una situazione molto differente: la Boyer era una “volontaria” che seguiva gli allenamenti e le partite interne senza essere stipendiata dalla franchigia. Insomma, una sorta di stage di formazione professionale.

Per la Hammon, invece, sarà un incarico a tutti gli effetti – e regolarmente retribuito – nato dopo alcune collaborazioni che hanno avuto il merito farne apprezzare la competenza e che hanno illuminato, tra l’altro, un momento difficile della sua carriera. Nel luglio del 2013 la Hammon si è procurata una frattura al legamento crociato anteriore durante una partita contro le Los Angeles Sparks, un infortunio che l’ha costretta a un lungo stop. Uno stop che, però, ha dato inattesi frutti.”Mi hanno studiata per otto anni – ha spiegato emozionata durante la conferenza di presentazione -, hanno studiato il modo in cui giocavo e come comunicavo”. E lei, la donna che è riuscita a farsi largo in un ambiente per lo più sessista, non ha alcun dubbio: Non è mai stata una questione di disparità di genere, ma di capacità. Hanno apprezzato la mia conoscenza del gioco, hanno pensato che sarei stata un innesto utile. Ho tanto da imparare e voglio aiutare in qualunque modo la squadra”. E che sia esclusivamente una questione di “bravura” ne è convinto pure Popovic, il coach che l’ha voluta tra i suoi collaboratori: “L’intelligenza, l’etica del lavoro e la capacità di relazioni interpersonali che possiede sono qualità che ci saranno molto utili per migliorare il rendimento di una squadra già al top”.

Una sfida nuova, storica, quella che attende la Hammon, la cui esperienza, unita alla determinazione e alla lucida follia che l’hanno tante volte contraddistinta, ha avuto la meglio sui colleghi. Con un passato in Italia, in serie A1 a Rovereto, è da otto anni guardia delle San Antonio Stars (ha annunciato il ritiro al termine della prossima stagione) dove è diventata la primatista per assist (1112) e triple realizzate (493) nella storia del team. Scelta sei volte nella Wnba All-Stars e premiata cinque volte in qualità di miglior tiratrice di liberi, il nome della Hammon è rimbalzato sui quotidiani di tutto il mondo quando, nel 2008, ha preso la doppia cittadinanza per poter partecipare alle Olimpiadi di Pechino. Esclusa dal team americano, durante l’off season della Nba è diventata cittadina russa per merito del tecnico russo Igor Grudin, suo allenatore al Cska di Mosca. Decisa a non lasciarsi sfuggire questa opportunità acciuffata in extremis, ha festeggiato nel migliore dei modi grazie alla conquista del bronzo.

Il suo incarico è stato accolto con grande entusiasmo anche nel mondo della politica (tra i tanti, i complimenti di Chelsea, la figlia di Hilary e Bill Clinton, e quelli di Nancy Pelosi) e celebrato da un’icona del tennis come Billie Jean King, una delle donne che più si è battuta per l’uguaglianza dei generi nello sport.