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Lena Dunham, non “quel tipo di ragazza”, ma molti, molti altri

“Sono una narratrice inaffidabile”, scrive l'autrice, attrice e regista della serie Girls nel "manuale di autocoscienza" in uscita il 30 settembre. Fenomenologia di una bugiarda onesta, capace di inventarsi come fenomeno e di mettersi letteralmente e letterariamente a nudo

Questo è uno dei molti (troppi) articoli di donne che in questi giorni vi racconteranno Lena Dunham. La sua serie Girls (HBO) non fa certo numeri da capogiro (non è Trono di spade), ma lei è diventata un fenomeno mediale. Per la sua visione nuova, profonda, spregiudicata delle giovani ragazze di oggi. E perché Dunham è Dunham, anima e corpo messi in mostra, denigrati, esaltati pur di raccontarsi.

In Italia Girls è andata in onda su MTV, ed è così scarsamente tenuta in conto dai nostri dirigenti Tv che la terza stagione attende ancora una data di messa in onda. Eppure è una delle serie più interessanti degli ultimi anni, e lo conferma anche il fatto che gli Emmy l’hanno snobbata (come The Walking Dead, d’altronde).

Ne parlano tutti di Lena, molti la amano (“la voce del millennio”) molti la odiano (“ricca privilegiata figlia di artisti di New York”): l’esagerazione in un senso o nell’altro fa parte del suo essere una voce dirompente. E un corpo altrettanto: come non essere ossessionati da una ragazza cicciotella che si mostra senza pudore nuda sullo schermo? Lo scandalo non è il nudo in sé, ma il suo essere sgraziato, quindi fuori dai canoni della nostra società.

Aggiungete che Lena è giovane (28 anni) e donna e nevrotica e newyorkese e ricca, e capirete ancora di più l’ossessione amore/odio nei suoi confronti. Adesso esce pure un suo libro acquistato in ben 22 paesi. Il New York Times Magazine le ha dedicato una copertina in versione Paolina Bonaparte del Canova: Dunham artista di nicchia ma già un (neo)classico.

Il libro, edito in Italia da Sperling & Kupfer, esce il 30 settembre. Si intitola Non sono quel tipo di ragazza. Non è quel tipo ma è molti tipi Lena. E vedete, con questa frase, questo articolo già si conferma come uno dei tanti articoli di femmina che pretende di spiegare una femmina di successo. Per rubarle un po’ l’identità, e affermare “io io io” (ho capito). Ma solo alcune, come Lena, posso veramente permettersi di parlare in prima persona. Di essere totalmente sincere. Mentendo, ovviamente.

Non sono quel tipo di ragazza è una sorta di manuale di autocoscienza. Dichiara di ispirarsi al libro di consigli per le donne Having It All di Helen Gurley Brown, influente autrice americana e direttore di Cosmopolitan per 32 anni. Quel che interessa Dunham è che quel libro mette in scena una donna “niente di che”, bruttina, anonima, informe, destinata a trionfare proprio perché spesso guardata dall’alto verso il basso e poco amata. Sono quelle così a trasformarsi (forse) in donne forti, sicure, sexy. Il brutto anatroccolo, sapete?

Naturalmente, la realtà è che non c’è vera trasformazione nella fiaba. L’anatroccolo non è mai stato anatroccolo. Era già cigno: un predestinato. Chi si riconosce in questa fiaba (che non va presa alla lettera, dal mero punto di vista estetico), si sente sempre inadeguato per quella ferita iniziale. Dall’altro lato però tutto questo “patire” è anche una posa. Lo sconforto in realtà deriva dall’essere stati scambiati per altro, la ferita reale è il furto d’identità.

A Dunham è proprio questo che brucia: essere scambiata per quel che non è, perché quel che le importa è affermare il suo io (dall’intro: “Mi sentivo così anche al liceo, certa che la mia gente venisse da un altro posto e andasse in un altro ancora e che vedendomi mi avrebbe riconosciuta”). E quindi: da un lato Dunham sottolinea ogni sua inadeguatezza, dall’altro però dichiara: “Da piccola ero stata odiosamente consapevole di me stessa, autocompiaciuta in modo irritante”. Sono due atteggiamenti ancora presenti in lei, ma da adulta lo sa e ci gioca. Dunham fa l’anatroccolo ma sa di essere cigno, e così afferma compiaciuta la sua identità. È questa autoaffermazione consapevole, che passa per la denigrazione, a irritare molti.

Nel libro, Dunham passa in rassegna tutte le fasi della propria vita, descrivendo nei minimi dettagli umiliazioni, amori, fallimenti, amicizie, paure, lavoro, rapporti sessuali. Non le interessa però raccontare un modello unico e ideale di ragazza, perché questo creerebbe un’ennesima categoria del femminile che imprigiona, come tutte le altre. Interessa a Dunham parlare di se stessa perché ognuna si possa riconoscere in una piccola parte di quel che Lena è stata ed è, e così rispecchiarsi, guardarsi, immedesimarsi, anche distanziarsi. Anche così si forma un po’ della nostra identità, guardando il formarsi e l’affermarsi di quella altrui.

Fosse solo questo però. Fosse insomma solo un diario-confessione, non saremmo qui a scriverne, perché non riuscirebbe a parlare davvero a tutte. In realtà il libro è anche un trattato di poetica, che aiuta meglio a comprendere l’opera primaria, Girls (ovviamente migliore, per tanti motivi). Talvolta infatti pare di trovarsi di fronte a una parafrasi chiosata di qualche puntata della serie. Dunham svela così alcuni passi chiave del suo modo di scrivere, tanto una serie tv quanto il libro che si ha davanti.

Ecco qua, pag. 51: “Sono una narratrice inaffidabile”. Questa sì è la vera grande confessione del libro. Subito dopo Dunham spiega il perché: perché aggiunge dettagli inventati ai racconti sulla madre, perché la sorella l’accusa di ricamare sui ricordi per fare colpo, perché quando si ammala non è proprio vero, perché in un altro capitolo del libro ha raccontato di un suo rapporto sessuale con un repubblicano come di una sua scelta, ma all’epoca invece non le era affatto parsa una scelta. E adesso, Lena sta proprio per raccontarci un’altra versione di quel rapporto. Infatti “ho raccontato la mia storia con diverse variazioni”. E anche “ho più versioni sperdute nella mia memoria”. Il paradosso è che mette le mani avanti proprio prima di uno dei capitoli più forti del libro, dedicato a un rapporto sessuale forse consenziente o forse no. Insomma, uno stupro. O forse no.

L’argomento non è di poca cosa. Eppure Dunham ci avverte: “Ehi, sono inaffidabile”. Non significa che Dunham si sia inventata quell’episodio. Significa che aggiunge dettagli, ci ricama sopra, gli dà un senso adesso che lo guarda da una certa distanza. Ma non è proprio questo che fanno i veri scrittori (nel senso ampio del termine, quindi autori di cinema, Tv, libri, etc)? Questo processo Dunham lo utilizza anche per mettere in scena il suo corpo, e lo spiega nel libro: come sua madre fotografa, che si ritraeva nuda, usa la sua fisicità come “strumento per raccontare una storia” (e il sesso “per come lo conoscevo”).

“Quasi non ero io” afferma nel descrivere la sua prima scena di sesso davanti a una macchina da presa. Il corpo si mostra nudo perché “il mio capo dice di farlo. E il mio capo sono io”. Il corpo si oggettivizza. Solo documentandolo, come sua madre con il suo, si preserva la propria storia e si rivela il proprio io. Ma nulla va lasciato al caso. Sua madre non scattava senza assumere una posa. E Dunham spiega che “quando sei nudo, mantenere il controllo è un’ottima cosa”.

Il procedimento che Dunham rende palese nel libro è quello che utilizza anche in Girls. Lavora sulla sua anima e sul suo corpo operando come un chirurgo: entra nelle sue viscere e le mostra, ma trattandole anche come altro da sé. Non è certo un bello spettacolo, anzi spesso è squallido. Siccome Dunham però non è una scienziata, descrive quel che vede da narratrice inaffidabile, aggiungendo, ricamando, mentendo, dando senso. Con un tocco di humour. E di malinconia per le cose passate, anche brutte, che sono comunque parte di noi. Così si trasfigura il reale per arrivare al vero. Per questo Dunham è autorizzata a dire “io io io”, perché dietro c’è tutto questo lavoro di scrittura, che manca a tutti gli altri che si affannano a urlare “io io io” come se bastasse questo a fare lo scrittore.

La controprova è che il libro non funziona quando la biografia reale di Lena Dunham fa cucù dalle pagine. La nostra ragazza infatti è ora felicemente innamorata, e così pare avere deciso che quel tema lo può concludere con la parola “fine”. Così, avendo risolto quel capitolo della sua vita (che non a caso è il primo del libro), si permette di dare un vero elenco di consigli. Nell’amore, Lena si sente definita, arrivata, capita. Si sente cigno che nemmeno finge di essere stato o di sentirsi ancora brutto anatroccolo. “Lui” ha aggiustato la dissociazione tra mente e corpo che la faceva così soffrire. Non auguriamo a Lena Dunham l’infelicità. Vogliamo solo che aggiunga, ricami, menta pure su questa appagante vita amorosa. Per renderla non solo sua, ma universale.