Cultura e spettacoli
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Elisabetta Sgarbi con la Milanesiana ha rivoluzionato l’estate colta di Milano

Giunto quest’anno alla sua 15esima edizione, il festival di letteratura Milanesiana è diventato negli anni l’appuntamento culturale più raffinato della città. Fino al 10 luglio a Milano e anche a Torino. Quest'anno spazi inediti per incontri imprendibili 

Intendiamoci sulla fortuna: la dea bendata ci vede benissimo. E ci sceglie, non ci estrae, quando e se siamo capaci di fare una delle tante cose sensate e apparentemente banali che Nietzsche prescriveva per vivere degnamente: diventare ciò che siamo. Predisporci al nostro destino. “È a quel punto che il mondo ti viene incontro e capita ciò che non ti aspettavi. Ecco la fortuna, che col caso non c’entra niente ed è il vero nodo ideale del nostro tempo”. Parola di Elisabetta Sgarbi (direttore editoriale di Bompiani, regista e scrittrice), che proprio alla fortuna intesa come compimento del destino, ha voluto dedicare l’edizione 2014 della Milanesiana, da lei stessa ideata. Giunto quest’anno alla sua 15esima puntata, il festival di Elisabetta è diventato negli anni l’appuntamento culturale più raffinato della città, una delle prove migliori che la Milano calvinista e appassionata d’intelletto esiste ancora e sa che il suo ruolo di capitale morale richiede un esercizio costante, non è un riconoscimento ad honorem.

“Fare un festival significa costruire un momento di conoscenza: deve accendere curiosità in chi lo pensa, nei suoi ospiti e in chi lo guarda. È un incontro di desideri di sapere”, ci dice Elisabetta, che a fare happening acchiappa-pubblico non è interessata. Basta guardare il programma: la Milanesiana è, questo come tutti gli altri anni, un padiglione per palati fini, curiosi, pronti a riempire il taccuino degli appunti. Una diciassette giorni (dal 23 giugno al 10 luglio, apre le danze il ministro per i beni e le attività culturali, Dario Franceschini) per 40 appuntamenti con 160 ospiti tra artisti, intellettuali, registi, scrittori – qualche nome: Michael Cunnigham, Philippe Daverio, Tinto Brass, Giovanni Reale, Eva Cantarella, David Lindsay- Abaire e gli altri scopriteli qui.

Calibro e spessore da vendere, è più che evidente. Ma, soprattutto, è chiaro il carattere indipendente della Milanesiana, il suo essere pensata per incuriosire il pubblico, non per offrirsi nel modo più condivisibile possibile. “Le nostre scelte sono legate alla nostra curiosità”, dice Elisabetta, senza nascondere come questo sia un lusso consentito da una buona copertura finanziaria, la condicio sine qua non dell’indipendenza di tutte le cose, soprattutto della cultura.

A questa copertura, infatti, l’entourage del festival lavora tutto l’anno, potendo contare su un buon appoggio delle istituzioni – e qui torniamo alle prove della robustezza culturale milanese, tutt’altro che estinta, ma certamente tenuta a fare molto di più.

Con il rapporto tra mercato e produzione culturale, dopotutto, Elisabetta Sgarbi fa i conti ogni giorno nel suo lavoro di editore e direttore editoriale. Incredibilmente – ed è un piacere notarlo – quei conti li fa senza cadere mai nelle lagnanze che siamo abituati a sentire: e la crisi e la palude degli scrittori e il cervello annacquato dei lettori. Le chiediamo se sia vero che il pubblico che legge sia ormai ineducato, disattento e se, in questo senso, il suo lavoro debba porsi come obiettivo quello di rieducarlo. Risposta: “Educare è una parola pericolosa, che evoca fantasmi. Un editore non educa, ma propone novità con la speranza che esse entrino nella vita delle persone, quante più possibile”. E zitti tutti. Ce n’è anche per l’altro capitolo di lagnanze di moltissimi operatori del settore, secondo cui la coordinazione con scuole e università è venuta meno, a scapito della redditività e della prontezza intellettuale del pubblico: “La scuola ha un ruolo fondamentale, perché l’amore per i libri comincia lì. Ma la coordinazione dovrebbe essere tacita, se il sistema sociale funziona sul serio”. E zitti tutti ancora.

La vorremmo ministro, una signora del genere: farebbe meraviglie, sfaterebbe molti cliché.

Elisabetta Sgarbi in persona, dopotutto, è una smentita degli habitus che infestano il mondo in cui lavora. Prima di tutto perché è un’ottimista: non crede, per esempio, nella fine del romanzo (“più semplicemente è molto complicato scriverne di buoni”) e nello stesso tempo sa appassionarsi alle nuove forme della letteratura, agli ibridi di fiction e non fiction, che molti suoi colleghi guardano come fossero bacilli di vaiolo. Secondo di tutto, perché non è una nostalgica del bel tempo andato, né un’esterofila: “in Italia ci sono scrittori straordinari e scrittori modaioli, come a tutte le latitudini geografiche”. La carestia intellettuale, così come la fine del romanzo, a parer suo, sono più che altro dispute giornalistiche. Dall’altra parte della barricata, dove sta lei, si fa un altro mestiere: si collabora con chi ha qualcosa da dire per fargliela dire al meglio.

Il ruolo di editore come guida dello scrittore è per Elisabetta fondamentale: l’esordiente che si propone alla Bompiani deve saperlo e guardare all’editore non solo come un mezzo per arrivare al pubblico, ma innanzitutto come a un mediatore e formatore.

Solo una persona innamorata di quello che fa riesce a coniugare quest’ accoglienza per il futuro con la combattività che richiede il presente. Sarà che Elisabetta Sgarbi si è impegnata molto per diventare ciò che è, iniziando con una insospettabile laurea in farmacia (che ha messo nel cassetto presto, insieme al terrore per gli sbadigli che le avrebbe procurato per tutta la vita), sarà che ama star sola a leggere e scrivere sceneggiature, sarà che ha un volto senza tempo, schivo ma pieno di pop (assomiglia un po’ a Betty Boop e un po’ ad Amelie): qualunque sia il suo segreto, lei è la guru, la Socrate, la Peggy Guggenheim di Milano. Ne servirebbero tante come lei in tutta Italia.