Davide Dileo, meglio noto come Boosta, il tastierista dei Subsonica, è ancora una volta on the road. È appena partita la quarta edizione del Jack on tour, manifestazione che lo porterà, insieme ai Subsonica, a Daniele Silvestri e a molti altri musicisti, sulle tracce dell’Italia più schietta e rock.
La sua partecipazione agli home visit di X Factor al fianco di Simona Ventura con il compito di selezionare i gruppi musicali in concorso, e l’eliminazione delle Dynamo, hanno confermato la sua opinione che, in Italia, non è facile trovare una band femminile di successo.
Gruppi come Rivoltelle, Bambole di pezza, e molto prima di loro Funky Lips, pioniere assolute della scena musicale fin dagli anni Ottanta, sembrano non riuscire a stregare il grande pubblico, mentre le soliste, di diverse generazioni, trascinano ai loro concerti migliaia di fan, e dominano band quasi tutte al maschile.
Compositore, scrittore, conduttore televisivo, documentarista, ma soprattutto tastierista di una band maschile, i Subsonica (bel nome dal suono femminile, però!), Boosta si avventura nella conversazione e prova a sciogliere questo enigma.
Perché i gruppi al femminile faticano ad affermarsi in Italia?
Devo ammettere che mi trovo un po’ in difficoltà a riflettere, da maschio, su questo argomento. Forse possiamo prendere in considerazione che non sia “il sogno” delle ragazze far parte di una band. Ricorrendo a quel po’ di ironia che sempre ci salva, si potrebbe dire che forse l’individualismo è un po’ più femmina, tant’è che si dice primadonna, non primouomo.
Vuol dire che le donne nella musica sono poco portate a fare squadra?
Credo che sia una dimensione legata al cameratismo, o meglio, al “camerinismo”… per coniare un termine nuovo, ovvero quella complicità che per noi musicisti si crea fra le quattro pareti del camerino. Parlo naturalmente dal punto di vista maschile: io non ho mai sognato, neanche da piccolo, di fare il cantante solista. Io sognavo di essere parte di una band, mi piaceva proprio l’idea di stare insieme, di andare in giro col furgone. E invece ho conosciuto veramente poche ragazze che sognano questo… soprattutto la parte in cui carichi e scarichi il furgone.
Non potrebbero esserci spiegazioni meno ironiche?
Certo, si potrebbe analizzare il ruolo delle donne sulla scena musicale in rapporto al mutamento della condizione femminile nella società civile negli ultimi 60 anni, ma non basterebbe, perché ciascun genere o movimento che ha caratterizzato un’epoca ha le sue ragioni, passioni, parole e suoni. È un lavoro da sociologi, e io sono solo un tastierista.
Quel che non accade in Italia però è accaduto all’estero, dove nella musica pop girlband come Bangles e Bananarama prima, All Saints e Spice Girls dopo, o L7 su un versante decisamente più rock, hanno ottenuto successi clamorosi…
Da metallaro quale ero, le L7 le ho ascoltate parecchio. In tempi un po’ più recenti mi piacevano le due Cibomatto, avendo io la passione per l’elettronica. Sono state un capitolo a sé della storia della musica: arrivavano dal Giappone con la loro electro-lounge, erano molto affascinanti e negli anni Novanta hanno fatto cose fantastiche.
Cosa potrebbe fare la differenza in una girlband oggi?
L’originalità della parte autoriale, che è importante. Come autore devi andare di pari passo con la realtà, devi descrivere quello che hai davanti, e ci sono almeno due problemi. È paradossale, ma da giovani si fa più fatica a essere meno convenzionali, si è più integralisti e questo restringe gli orizzonti, per i ragazzi come per le ragazze. Il secondo problema è che alle girlband manca un po’ di ironia. Saper raccontare le cose è anche un regalo che la vita ti fa. Più vai avanti, più cose impari, più hai la capacità di metabolizzarle e guardarle con quel distacco che ti consente di raccontarle in modo diverso.
Non ci saranno girlband che muovono le masse, ma interpreti e autrici sì…
Mi viene in mente subito Carmen Consoli. E fra le più giovani Erica Mou, che riesce a parlare di cose normali e meno normali con un’ironia molto superiore alla quantità dei suoi anni. Entrambe prime donne, nel senso migliore del termine.
Tu che hai la cultura del furgone, dei chilometri macinati per andare a suonare in ogni comune di ogni provincia, come valuti le possibilità offerte oggi dai talent show?
È un’equazione. La soluzione dipende sempre da dove metti il sogno. Se lo metti dopo l’uguale è un problema, perché l’equazione diventa notorietà televisiva = sogno. Se invece il sogno rimane prima dell’uguale, tutto quello che c’è dopo è un mezzo, non un fine, dunque va bene.
Ti sarebbe piaciuto arrivare al successo tramite un talent show?
Io ho cominciato in altri tempi, e la mia carriera non l’avrei costruita diversamente: se non avessi avuto la possibilità di andare così tanto in giro a suonare magari non avrei fatto nemmeno il musicista. Se altri, giovani o meno giovani, riescono a realizzare il sogno tramite la strada dei talent, perché non farlo? Ma il sogno di diventare un musicista, invece che una star, deve venire prima.
Che cosa non deve mancare a chi cerca di affermarsi nel mondo della musica?
La fame, la voglia di raccontare qualcosa, l’urgenza che ti spinge a farlo. Se uno sceglie di fare il musicista si spera che lo faccia perché ha qualcosa da raccontare, e il bisogno di suonare. Inoltre oggettivamente i tempi sono cambiati. Quando siamo nati noi c’erano più luoghi per suonare, era un periodo culturale migliore rispetto a questo. Ora i nuovi talenti, donne e uomini, fanno i conti con quello che trovano. E allora anche il talent va bene.



