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In campo contro l’Olanda la nazionale di calcio femminile di Cabrini

Il fatto che in Italia il calcio femminile non sia mai decollato è dimostrato dalle tante storie di atlete “costrette” ad andare all’estero per inseguire il sogno del pallone. Ma ora è il momento di provare a rilanciare uno sport che nel resto d'Europa è giocato da tantissime donne

Un’occasione da non perdere per cercare di sovvertire le leggi che, fino a questo momento, hanno condizionato il mondo del calcio femminile. Questo rappresentano le due partite della Nazionale azzurra, impegnata sabato 22 all’Aja contro l’Olanda e giovedì 27 nella gara di ritorno a Verona. Per la squadra allenata da Antonio Cabrini, che da giocatore oltre ad aver vinto tutto con la Juventus è stato protagonista del trionfo di Spagna ’82, passare il turno e superare lo scoglio dei playoff sarebbe un risultato storico, visto che le azzurre non partecipano alla fase finale della competizione da quindici anni. Per il tecnico, in azzurro dal maggio 2012, e per le giocatrici, in realtà, l’obiettivo è duplice: qualificarsi e svegliare l’Italia dal torpore che ancora circonda questa realtà. Dall’impietoso confronto con l’Europa il nostro calcio femminile esce in malo modo. Basti pensare che nel continente ci sono un milione di praticanti, di cui 250 mila tedesche e appena 11 mila sono le italiane. Se poi si prendono in considerazione anche i numeri dell’America, la differenza diventa ancora più eclatante: 15 milioni di tesserate negli Usa e 350 mila in Canada, proprio dove tra giugno e luglio si disputerà il Mondiale 2015.

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Il fatto che in Italia il calcio femminile non sia mai decollato è dimostrato dalle tante storie di atlete “costrette” ad andare all’estero per inseguire il sogno del pallone: in Francia e in Germania, infatti, l’unione e la collaborazione con le squadre maschili si è rivelata una strategia vincente e sta portando a risultati da noi neppure immaginati. Le squadre, oltre ad avere lo stesso nome, utilizzano gli stessi impianti, le stesse strutture, e sono seguite persino dallo stesso staff medico. Sebbene la differenza di ingaggio sia elevata, in Europa le giocatrici possono guadagnare dai cinquemila ai ventimila euro al mese, uno stipendio in grado di garantire un futuro più solido. In Italia, al contrario, le donne che giocano a calcio, seppur ad alti livelli, sono costrette a convivere con cifre ben differenti. Anche per tutti questi motivi, quattro azzurre, Sara Gama, Raffella Manieri, Laura Giuliani e Katia Schroffenegger, hanno deciso di affrontare l’avventura all’estero rispettivamente nel Paris Saint-Germain, nel Bayern Monaco e nell’Herforder.

Se il calcio femminile rimane una realtà così poco conosciuta, un ruolo fondamentale, in negativo, rimane la mancanza di visibilità: forse una differente strategia di marketing, che vada oltre alle inserzioni a pagamento sui quotidiani sportivi, potrebbe garantire il salto tanto atteso. Del resto, non è difficile notare come l’interesse del grande pubblico sia destato da situazioni che poco hanno a che fare con il calcio giocato. Ne è l’ultimo esempio il caso di Regina Baresi: sebbene giochi nell’Inter, di lei si è tanto parlato solo in riferimento alla polemica con Roberto Mancini. In questo contesto si inserisce la nuova linea della Federcalcio, che, oltre a prolungargli il contratto, ha deciso di affidare a Cabrini l’incarico di coordinatore tecnico di tutte le nazionali, dalla maggiore alle giovanili, sulla scia di quanto fatto con Antonio Conte. Ma le intenzioni non si fermano qui, come ha sottolineato il direttore generale Michele Uva: “Abbiamo studiato un progetto di rilancio del calcio femminile che interessa l’aspetto tecnico, quello sportivo e quello della comunicazione”. Arriverà forse così la svolta che il calcio femminile sta aspettando.