Sport
Intervista, di ,

Lo stile libero di Nives Meroi: l’alpinismo riscritto al femminile

Appena tornata dal Kangchenjunga, 8586 metri, obiettivo che inseguiva da cinque anni, una delle principali alpiniste al mondo racconta il suo confronto onesto con la montagna, e parla del valore della cordata, dell’attesa, della rinuncia e del ritmo del passo

Sono 14 le montagne nel mondo più alte di 8000 metri. Il 17 maggio scorso, Nives Meroi e Romano Benet sono arrivati in cima al Kangchenjunga, terza cima oltre quota ottomila, al confine tra Nepal e Sikkim. È il loro 12° ottomila, ma la progressione numerica qui conta poco perché il 12 in questo caso viene dopo il 15.

Nives Meroi, una leggenda dell’alpinismo, è stata in corsa per anni per diventare la prima donna a scalare tutti gli 8000: a quota 11, nel 2009, mentre saliva proprio la montagna raggiunta qualche giorno fa, suo marito Romano manifestò i primi segni di una malattia seria. Ritiro, poi anni di battaglia, due trapianti di midollo, effetti collaterali come l’impianto di una protesi d’anca, che per uno scalatore potrebbero rappresentare uno stop definitivo.

Per Nives, niente primato, che va alla coreana Oh Eun Sun, ma in questa storia è un dettaglio trascurabile. Il suo 15° -come lo chiama lei- è la vittoria sulla malattia del marito. Oggi Meroi e Benet sono ancora in cima al mondo, a riprendere la loro personalissima traccia, dove si era interrotta. E il primato di Nives sta nel suo modo unico e prezioso di intendere la montagna, e la vita.

Dopo il 15° è arrivato il 12° ottomila, che ha un senso speciale…

Certamente vedere che Romano ha recuperato dopo vicissitudini così pesanti è stato un bel regalo, ma questo 12° non è stato una conquista. E’ la montagna che ti lascia andar su. Il Kangchenjunga è impegnativo tecnicamente perché il percorso è molto lungo. Siamo partiti a mezzanotte e mezza dall’ultimo campo base, a 7600 metri, e siamo arrivati in cima a mezzogiorno e un quarto.

Che cosa ha visto dalla cima?

Un oceano di montagne tutt’intorno, e sotto le valli fino in lontananza. Quando sei in cima e lo sguardo abbraccia l’orizzonte provi un pacificante senso d’appartenenza. Un altro regalo della montagna è che non c’erano altre spedizioni in cima in quel momento, sarebbero salite il giorno successivo. Però ho pensato che io e Romano non eravamo soli, c’era anche il suo fratello genetico, il donatore di midollo, che magari si starà chiedendo in che diavolo di organismo sarà finita una parte di sé e cosa starà facendo. Sì, ho proprio pensato che fossimo in tre.

A lei non piace esultare in cima. Neanche questa volta?

No. L’ho scritto nel libro a quattro mani con Vito Mancuso (Sinai, Fabbri, 2014, ndr). Se guardo le foto fatte sulle cime, non sto mai in piedi a braccia alzate, sono accovacciata e penso ‘grazie’. Certo stavolta c’era la gioia di essere lì insieme dopo il 15° ottomila.

Tutto il vostro stile alpinistico è “antico”, nel senso più alto del termine: non usate ossigeno, né portatori d’alta quota, rifiutate strumenti satellitari, avete molta attenzione a non lasciare traccia del vostro passaggio. Qual è il senso di questa scelta?

L’alpinismo per noi è un confronto onesto con la montagna, ma prima di tutto con noi stessi. Aumenta sempre più il ricorso all’ossigeno e ai climbing sherpa, ma dal punto di vista fisiologico se sei in cima all’Everest con la bombola d’ossigeno, in effetti non sei in cima, sei 1000-2000 metri sotto. Noi preferiamo un approccio il più possibile leggero ed essenziale. La montagna ti insegna la consapevolezza delle tue potenzialità e dei tuoi limiti, quindi anche a riconoscere quando è il momento di tornare giù o a riconoscere il valore della cordata, che è alleanza tra individui.

La centralità dell’alleanza è espressa perfettamente nel fatto che lei e Romano salite sempre in coppia.

Sì. La montagna ti pone davanti al rischio e ciascuno attraverso la consapevolezza del rischio deve imparare a essere responsabile della propria vita e di quella dei suoi compagni. Però, attraverso questo, la montagna ti insegna anche a essere libero nelle scelte: se proseguire nella salita o tornare indietro.

Anche il suo rapporto con il ‘primato’ è coerente con il suo ‘stile libero’. Mi riferisco alla gara femminile per raggiungere i 14 ottomila.

Accidenti! Secondo me noi donne abbiamo perso un’occasione. L’alpinismo è scritto al maschile. L’Himalaya è sempre stato il loro terreno di gioco. Solo negli anni Settanta le donne hanno cominciato a praticare quest’attività. Ma il problema è che abbiamo accettato le regole maschili, diventando delle brutte copie dei maschi. Avremmo dovuto cercare una nostra via all’alpinismo, ascoltandoci e coltivando le nostre qualità. Ma non l’abbiamo fatto, così durante questa corsa è stato importante solo il primato, indipendentemente dal ‘come’ si sarebbe ottenuto. E’ anche vero che rispetto alla gara maschile i tempi erano diversi, c’erano stati grandi investimenti di sponsor che volevano farli fruttare al massimo, però sono state usate scorciatoie.

Lei dice che Romano ha un istinto speciale nel trovare la strada anche nella nebbia. Qual è invece la sua dote maggiore in parete?

Credo di essere affidabile. Non ho la stessa forza di Romano, lui va avanti, in Himalaya non si può essere condizionati dai ritmi altrui, ma lui sa che io arrivo. Erri De Luca ci ha definiti “una macchina da guerra” e io penso agli eserciti di una volta: davanti i combattenti e dietro i carri con le masserizie. Io sono uno di quei carri.

Leggendo Erri De Luca (Sulla traccia di Nives, Mondadori 2005) invece avrei detto che una sua dote importante è la capacita’ di star bene anche nella sospensione temporale dell’attesa, quando le condizioni meteo impediscono la salita e si deve rimanere al campo base per settimane.

Ha ragione. È quello che dice anche Romano!

Prima ha detto che l’ascesa al Kangchenjunga dall’ultimo campo base è iniziata dopo mezzanotte. Mi è tornato in mente che nel libro di De Luca lei parla del cielo stellato. Lo descrive anche a noi?

(Ride). Stavolta c’era una luna che illuminava a giorno, quasi non serviva la lampada frontale. Ed è stato meglio, perché la lampada frontale illumina il cono davanti a te, ma al tempo stesso ti isola, non vedi ciò che ti circonda. Quando sali, il cielo è anche sotto di te e ti sembra di scalare su una cascata di stelle. E poi quel cielo senza inquinamento luminoso… sembra che abbiano buttato stelle a manate dappertutto.

Prossimo obiettivo?

Chi lo sa. I periodi migliori per tentare gli 8000 sono i premonsonici, quindi se ne parlera’ la prossima primavera. Il Makalu mi piace tantissimo, anche perché ha un bellissimo avvicinamento. Negli ultimi tempi molti arrivano e poi scappano in elicottero al campo base, neanche fosse l’inferno. Invece una spedizione è fatta anche dai giorni di cammino per arrivare ai piedi della parete, come i nove giorni per raggiungere il Kangchenjunga. E’ viaggio. È bello ficcare il naso nella vita delle persone che vivono sotto la montagna.

È un alpinismo ricco, il vostro.

Sì, ricco perché essenziale, fatto con i piedi. Qui viviamo col tempo scandito dall’orologio, invece lì cammini al ritmo del passo. Ho capito che quello è il ritmo che dà respiro ai pensieri, ti permette di ricominciare a guardarti intorno, a cogliere i particolari.

A proposito di concetti demodé, voi contemplate in modo naturale la rinuncia.

Oggi siamo terrorizzati dalla parola fallimento. Invece in montagna a volte il tornare indietro è ciò che ti salva la vita e ti permette di tornarci un’altra volta. Basta cambiare prospettiva e ciò che sembrava un fallimento diventa un’apertura di possibilità.

Questo modo d’intendere la montagna vi ha aiutato anche a superare il 15° ottomila?

Sicuramente. In montagna devi mettere un passo dopo l’altro, allo stesso modo abbiamo affrontato la malattia, con pazienza, senza scoraggiamenti. Romano ha trascorso 71 giorni nella camera di isolamento per il primo trapianto; ha detto di aver affrontato questo periodo proprio come in parete e fuori c’è brutto tempo e sei costretto in tenda ad aspettare: ha atteso sospendendo il giudizio, né aggrappandosi alla speranza di guarire, né disperando.

Cosa le augurano quando sta per partire?

Buon viaggio, perché l’alpinismo è solo un aspetto.