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Anna Mei, maestra per mestiere, ultracycler per passione (e per beneficenza)

Si allena ogni giorno e percorre circa 30.000 chilometri in bici all’anno. E pensa che le doti di ogni sportivo siano "dedizione, coraggio e disciplina mentale". “Mentre pedalo canto o prego", dice. "Mi serve per dare ritmo al respiro"

Pedalare per più di 30 ore, segnare un nuovo record, sensibilizzare su una malattia rara, promuovere una nuova idea di sport e poi tornare a fare l’insegnante elementare a Colico, in provincia di Lecco. Normale routine per Anna Mei, 47enne milanese trapiantata per amore sul lago di Como, che di mestiere fa la maestra, ma è anche ultracycler: una ciclista in grado di pedalare per più di 24 ore di fila.

L’ultima impresa di Anna risale allo scorso dicembre, quando al velodromo di Montichiari (Brescia) ha corso sulla sua bici per 32 ore e 2 minuti, per un totale di 738,851 chilometri. “Una volta arrivata al traguardo non ho gioito, ero troppo stanca”, racconta. “In queste lunghe sfide la felicità si prova durante, mentre si pedala, e si realizza dopo, quando tutto è finito”.

La Mei respira sport sin dall’infanzia. Il papà è un tennista, come il nonno, che è stato anche capitano della squadra italiana di Coppa Davis negli anni ’30. “Ho sempre fatto attività agonistica, dalla vela allo sci”, ricorda Anna. “All’università mi sono iscritta all’Isef, la passione per la bicicletta è nata in quegli anni. Prima facevo gare che duravano al massimo 5 ore, poi ho scoperto le 24 ore e ho capito che quella era la mia disciplina. È faticosa, ma ha una dimensione ottimale. Si soffre molto all’inizio, poi arriva la serenità. Non c’è l’esasperazione di certe altre competizioni”.

Per Anna la bici non è solo una passione, ma un modo per promuovere una nuova idea di sport, che concilia l’agonismo con l’impegno sociale e si basa sull’allenamento e sul sacrificio, non sul divismo o sul doping “come spesso accade nel calcio e, purtroppo, anche nel ciclismo”.

“Nel 2009 -racconta la Mei- ho partecipato a una pedalata di beneficienza per i bambini farfalla, piccoli affetti dalla epidermiosi bollosa, una malattia genetica rara che provoca ustioni su tutto il corpo. Sono rimasta scioccata dalla loro sofferenza e dalla dedizione delle loro madri. Ho pensato che fosse giusto farli conoscere e aiutare la ricerca”. Da allora l’ultracycler collabora con l’associazione Sport nel cuore, che promuove una nuova cultura agonistica.

“Vogliamo che il ciclismo diventi un messaggio forte, veicoli valori e non sia solo una disciplina sportiva. In questo mi sento un po’ come Forrest Gump, concordo con lui -scherza- l’importante non è il traguardo, ma la corsa in sé. Ho scelto di correre con una maglia senza i loghi degli sponsor, ma solo una grande farfalla. È un modo per incuriosire le persone e spingerle a informarsi sulla Epidermiosi”.

Per Anna ogni lunghissima pedalata è un viaggio dentro di sé e verso qualche cosa che ancora non conosce. “Mentre pedalo canto o prego, mi serve per dare ritmo al respiro. In alcuni momenti penso, in altri ho la mente completamente libera”. Si allena ogni giorno e percorre circa 30.000 chilometri in bici all’anno. “Il sacrificio e la motivazione sono tutto e dovrebbero essere la base di ogni sport. Oggi in Italia c’è un’idea distorta dell’attività sportiva”.

La Mei punta il dito contro i genitori: “Sono loro, spesso, a voler fare dei figli dei campioni ad ogni costo, attirati dalla popolarità e dai grandi guadagni del calcio o di altri sport particolarmente seguiti nel nostro Paese”, e anche contro le scuole: “Mancano le strutture adeguate e il coinvolgimento di insegnanti specializzati. I talenti dei ragazzi vanno coltivati. Quella che porto avanti è una vera e propria rivoluzione culturale”.

Dedizione, coraggio e disciplina mentale sono le doti di cui, secondo Anna, uno sportivo non può fare a meno. Il suo atleta di riferimento non è un volto noto del ciclismo ma Silvia Parente, sciatrice non vedente che ha conquistato l’oro nello slalom gigante delle Paraolimpiadi di Torino 2006, “perché non solo riesce a superare i suoi limiti fisici, ma ne fa un punto di forza. Apprezzo molto anche ginnasti e pattinatori su ghiaccio, discipline che solo ultimamente sono finite sotto i riflettori e che richiedono grandi rinunce e impegno”.

Per il 2014 la Mei vorrebbe timbrare un nuovo record su strada: un coast to coast all’italiana da Ventimiglia a Trieste. “L’anno scorso ho avuto un brutto incidente, pochi mesi fa non ho battuto il record dei 1000 km per un soffio per problemi di stomaco durante la gara, ma torno sempre in sella”, racconta Anna. “Ancora non riesco proprio a pensare al momento in cui smetterò: per ora lo vedo davvero lontano”.