Sport
Personaggio, di ,

Nadine Angerer, portiere della Germania, felicemente bisessuale, ha vinto il Pallone d’Oro

Amatissima in Germania, dimostra come il mondo del calcio femminile e quello maschile sono distanti anni luce l’uno dall’altro non solo per investimenti, sponsor e guadagni ma soprattutto nell’apertura sul dibattito sull’omosessualità

Nadine Angerer, portiere della Germania femminile, ha vinto il Pallone d’Oro 2013 battendo due tra le calciatrici più forti di sempre: la brasiliana Marta eletta per cinque volte di fila miglior giocatrice dell’anno fra il 2006 e il 2010 e la statunitense Abby Wambach, vincitrice del trofeo lo scorso anno. Angerer, durante il classico discorso di premiazione, ha ringraziato colleghe e allenatori davanti a una platea gremitissima – senza contare tutti quelli che seguivano l’evento in tv. Poi ha fatto una pausa, ha guardato negli occhi il pubblico in sala e ha detto: “i risultati sportivi sono una cosa, poi c’è anche la vita privata. Sono orgogliosa di avere una famiglia meravigliosa che mi ha sempre supportato e una compagna che mi segue ovunque e mi protegge”.

Nel dicembre del 2010 Angerar ha rilasciato un’intervista alla Bild nella quale affermava di essere bisessuale: “non vedo nessun problema per me nell’uscire allo scoperto in questo momento. Non penso serva una dose speciale di coraggio anche perché sono una persona a cui non piacciono gli stereotipi. Posso tranquillamente vivere con questo aspetto della mia vita in maniera rilassata”.

I tifosi di Nadine e della nazionale tedesca hanno accolto senza problemi il coming out del portiere anche perché, tra le altre cose, in patria è considerata una specie di leggenda con le sue 127 partite disputate con la Germania. In più, Angerer non è la prima né tantomeno l’ultima calciatrice a parlare apertamente di omosessualità.

Colpisce, infatti, come il mondo del calcio femminile e quello maschile siano anni luce distanti l’uno dall’altro non solo per investimenti, sponsor e guadagni ma soprattutto nell’apertura sul dibattito sull’omosessualità. La lista delle calciatrici che negli ultimi anni hanno fatto coming out è lunghissima: Ursula Ulrika Holl, tedesca, ha usufruito delle unioni civili tra persone dello stesso sesso riconosciute in Germania per legarsi alla sua compagna; l’ex difensore Steffi Jones, venuta allo scoperto lo scorso anno; la statunitense Natasha Kai; il centrocampista svedese Jessica Landström che ha fatto coming out nel 2008; l’americana Lori Lindsay, che in una intervista del 2012 ad Autostraddle, un famoso giornale online nella comunità LGBT, ha sottolineato come la sua sessualità non sia stata mai un problema per lei e la sua famiglia.

E i maschi? Tendenzialmente escono allo scoperto solo dopo aver smesso di giocare, come ha recentemente confermato l’ex calciatore Thomas Hitzlsperger, perché “nel nostro sport un omosessuale è considerato un ‘palle mosce’. In Inghilterra, Germania o Italia l’omosessualità non è un tema serio e nel calcio viene completamente ignorato”.  Il primo e unico calciatore ad ammettere di essere gay a carriera in corso è stato Justin Fashanu, nel 1990. Purtroppo però la sua decisione fu accolta con molta ostilità dal mondo sportivo, da quello mediatico e dalla comunità nera (Fashanu era nigeriano). Tutto ciò ebbe un effetto devastante su di lui: Justin lasciò il calcio e scappò dall’altra parte del mondo per cercare di rifarsi una vita. Lo ritrovarono appeso a una corda in un garage di Londra nel 1998 dopo un’assurda vicenda di abusi sessuali che Fashanu avrebbe compiuto ai danni di una ragazzo del Maryland.

La decisione di Angerer e compagne di parlare liberamente delle proprie scelte sessuali ha naturalmente stimolato il dibattito sull’omosessualità nel calcio femminile. Diversamente da quanto avviene tra i maschi, oggi sappiamo che tra le ragazze la diversità è accettata e supportata e che il discorso non si ferma solamente alla questione sull’omosessualità. Nel giugno del 2005, infatti, la federazione di calcio femminile della Tasmania ha tesserato una donna transgender, Martine Delaney, nella squadra del Claremont United. Come racconta proprio Delaney, il suo approccio è stato di totale scetticismo perché non sapeva che trattamento le avrebbero riservato le compagne. Per fortuna, i suoi dubbi e le sue paure sono stati spazzati via in poco tempo: è stata accettata fin da subito non solo dalla sua squadra ma anche dalle avversarie.

La federazione australiana e quella della Tasmania hanno più volte ribadito che Delaney doveva essere considerata donna sotto tutti i punti di vista secondo le regole approvate dal Comitato Olimpico del maggio del 2004 sulle atlete transgender e transessuali, accettate anche dalla Football Association. Respingere la sua richiesta d’iscrizione avrebbe significato andare contro le regole anti-discriminazione. Oggi Delaney è diventata una sostenitrice dei diritti dei transgender e lotta perché l’accesso allo sport di questa fetta di popolazione possa essere sempre meno difficile a livello burocratico e sociale.