Idee Sport
Mi racconto, di ,

In attesa della chiamata, conversione di una single calcistica

Ho sempre respirato solo calcio passivo. La chiamata, per me, non è mai arrivata e la fede calcistica se non ce l’hai non te la puoi dare. Ora studio da tifosa in attesa della convocazione

Sono calcisticamente single. E non so se perché l’Inter non mi ha scelto e quindi io sia uno scarto destinato alla Juve o a chissà quale altra squadra, come teorizza Nicola Mirenzi nel suo #Amala – Il manuale per chi tifa Inter. La chiamata, per me, non è mai arrivata e la fede calcistica se non ce l’hai non è che te la puoi dare. Eppure mi piacerebbe. Il calcio è noioso se non stai da una parte del campo. Ma diventa un fantastico gioco permanente e collettivo se sai di che bandiera fasciarti. Il calcio è il lusso di parlare seriamente ma per gioco. È stare le ore a discutere su chi sia il vero erede di Maradona. È come la politica, con la differenza che se perdi e vince Berlusconi non è davvero una tragedia.

Io, però, di calcio ho sempre respirato solo quello passivo di amici, colleghi e parenti. Ecco perché un po’ li ho invidiati giovedì pomeriggio allo spazio Fandango (casa editrice del volume): tre interisti di rito diverso Claudio Cerasa, Tommaso Labate e Mirenzi con lo juventino Giovanni Cocconi e Pierluigi Pardo direttore di gara a discutere dei diversi modi di essere tifoso. Se sia lecito o no avere una doppia morale, se nel calcio sia possibile accettare la scorrettezza, l’ingiustizia che fuori dal campo deploreremmo (Labate sostiene che si può), vincere anche quando non sarebbe meritato o se invece garantisti e antimanettari nella vita si debba esserlo anche davanti a una partita di pallone (come sostiene, dopo un percorso di autocoscienza, Mirenzi).

#Amala è un libro contro il piagnisteo neroazzurro, contro l’interismo che diventa sconfittismo dei perdenti di successo. Un inno alla leadership di Josè Mourinho. Mirenzi è uno di quelli che sostiene che la Juve vada battuta sul campo e non nelle aule di tribunale. Sposa la tensione verso la vittoria piuttosto che la rassegnazione a un destino avverso. Colpa degli arbitri, di una “stagione maledetta” per dirla con Stramaccioni, della Juve che ha comprato la partita. Abbiamo perso perché non siamo stati capiti, verrebbe da dire. E no, dice Mirenzi, se uno perde non è per un disegno del fato ma perché magari ha sbagliato la preparazione atletica. Non a caso del suo volume è stato detto che è un libro renziano (il renzismo applicato al pallone) oppure juventino (però Renzi è un tifoso viola).

Dalle quasi due ore di discussione sono uscita con la certezza che il 5 maggio non era solo quello di Manzoni, e che anche l’Inter ha avuto il suo Ei fu… nel 2002 quando pronta per festeggiare lo scudetto finì battuta della Lazio e chiuse il campionato al terzo posto.

Quello che ho capito poi è che il tifoso è necessariamente un animale sociale, il tifo si vive soprattutto in relazione all’altro (tifoso), pure quando si è da soli a recriminare sulle scelte sbagliate dell’allenatore o a gioire per i gol che si potranno mettere sotto il naso dei rivali – facendo il numero con le dita se sono tanti – il lunedì mattina. L’altro, nel pallone, c’è sempre.

E il tifo per essere tale deve essere esibito. È il muso lungo quando si perde — se si ha qualcosa a cui tirare un calcio è bene farlo — e l’euforia fanfarona quando si vince. È dal grado di esibizione, mi pare di capire, che si calcola il ranking del tifoso. Dovesse arrivare la chiamata adesso saprei casa fare.