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Italiane per amore, atlete in maglia azzurra per scelta

Sono molte le grandi atlete di origine straniera che rappresentano la nostra nazionale dopo aver sposato italiani. Storie d'amore e di cittadinanza, ma anche di problemi tra frontiere chiuse e famiglie lontane

Se l’Italia dello sport femminile in molte discipline è tra le nazionali più forti, parte del merito è dell’amore. Parte del merito è delle cosiddette atlete oriunde (che hanno cioè parenti di origini italiane), delle equiparate (ovvero le residenti da dieci anni che ottengono la cittadinanza per circostanze temporali) e le pochissime per cui si applica lo ius soli (adottato solo dalla federazione di hockey su prato all’inizio di ottobre e ora anche dalla boxe).

È stata l’unione di coppia, civile o religiosa non importa, a cambiare la storia dello sport italiano. Sono tante le atlete di altre nazionalità che hanno potuto indossare la maglia azzurra nell’arco di poco tempo grazie a un matrimonio con un cittadino italiano. Dove il poco, per altro, è relativo: per ottenere la cittadinanza, la legge prevede per chi sposi un italiano un tempo minimo di due anni dal matrimonio .

Tra le più celebri c’è Fiona May: nata in Inghilterra da genitori giamaicani, ha sposato nel 1994 il suo allenatore Gianni Iapichino, da cui si è separata nel 2011. Con la maglia azzurra è stata per due volte campionessa mondiale nel salto in lungo, di cui detiene tuttora il record nazionale, e dopo anni ai massimi livelli si è reinventata nel mondo dello spettacolo, partecipando a programmi televisivi di intrattenimento, recitando in una fiction e in un cortometraggio e diventando testimonial della Ferrero.

Altra celebrità è Josefa Idem. La canoista tedesca, divenuta cittadina italiana nel 1992 dopo il matrimonio con Guglielmo Guerrini, che oltre ad aver vinto 36 medaglie tra Olimpiadi, Mondiali ed Europei, è l’atleta femminile con il maggior numero di partecipazioni ai Giochi olimpici: otto, da Los Angeles 1984 a Londra 2012. Parallelamente, la Idem ha intrapreso la carriera politica, iniziata nel 2001 come assessore dello Sport a Ravenna e culminata con il ministero delle Pari opportunità, dello sport e delle politiche giovanili del governo Letta.

In questo ruolo – e nonostante sia rimasta in carica soltanto due mesi, travolta dall’accusa di evasione fiscale – ha rilanciato il tema della cittadinanza per alti meriti sportivi, sostenendo la necessità di favorirne l’attribuzione, come previsto da un precedente disegno di legge che non ha avuto seguito in Parlamento.

Tra le atlete divenute italiane dopo il matrimonio c’è anche Taismary Aguero, la pallavolista cubana arrivata nel 1998 dopo che Cuba, nell’ambito di una maggiore apertura verso il mondo, aveva concesso agli atleti il permesso di giocare all’estero. Per aggirare il blocco nuovamente istituito dalle autorità de L’Avana, nel 2001 la Aguero ha approfittato di una trasferta della Nazionale a Montreux per fuggire e rifugiarsi in Italia. Da allora, è considerata, a seconda dei punti di vista, una traditrice o un esempio, visto che poi la sua strada è stata seguita da molti.

Ma la “condanna” ha pesato più di un macigno: nel giro di due anni, le è stato negato il permesso per tornare a Cuba per salutare prima il padre, malato gravemente, e poi la madre. Quando le condizioni di salute di quest’ultima sono peggiorate, Tai ha lasciato Pechino – dov’era impegnata nell’Olimpiade – e, nel tentativo di tornare a casa, è rimasta bloccata per un giorno all’aeroporto di Bonn a causa del mancato rilascio del permesso da parte delle autorità cubane. Ma quando è arrivata era troppo tardi.

Tante protagoniste e tante le storie che si intrecciano con le sofferenze di una realtà difficile da sostenere. Come quella della mezzofondista e maratoneta Nadia Ejjafini, che in sei anni ha cambiato tre nazionalità. Nata in Marocco, dal 2003 ha gareggiato per il Bahrein (una scelta dettata dai problemi con la sua federazione e dalla facilità con la quale nel Paese arabo si può ottenere il nuovo passaporto, non vincolato da richieste che esulano dai risultati sportivi), e dopo quattro anni ha sposato un italiano. Ciò le ha permesso di ottenere, nel 2009, la cittadinanza.

O come quella di Libania Grenot Martinez, primatista dei 400 metri, italiana dopo il matrimonio, che però si fa chiamare solo Grenot per non essere confusa con Magdelin Martinez, primatista italiana nel salto triplo, come lei cubana, che ha ottenuto la cittadinanza nel 2001 per avere sposato il suo allenatore, Giuseppe Picotti.

Italiane per amore, ma anche italiane perché nate da coppie che hanno avuto il coraggio di tentare la sorte e cercare rifugio da una realtà senza futuro. È il caso della judoka camerunese Edwige Gwend, arrivata in Italia con i genitori e poi accolta da una famiglia di Parma. O, tornando all’atletica, della velocista iraniana Audrey Alloh, che ha raggiunto a Firenze la madre. O ancora della marocchina Samiri Touria, cresciuta in Abruzzo e campionessa di corsa campestre.

Un’infinità di storie per le quali non esiste un registro ufficiale al Coni, ma che di mese in mese è destinata a crescere. All’Olimpiade di Londra, dei 281 atleti della nostra delegazione 24 erano naturalizzati o nati in Italia da genitori stranieri. Nel 2016 a Rio de Janeiro il numero sarà molto più alto. A cominciare da Yadisleidy Pedroso, velocista nata a Cuba, italiana da febbraio dopo il matrimonio con il suo allenatore, ma bloccata dalla normativa internazionale: potrà gareggiare per l’Italia soltanto dai Mondiali indoor 2014.