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In Italia è il dedorante, non il welfare, a “premiare” le donne con i voucher colf

Magari il dormiveglia mi inganna. “Non ho davvero sentito alla radio che se compro un deodorante mi regalano una baby sitter”, mi dico, alzandomi all’alba. Il dubbio mi frulla in testa, ma la conferma arriva 24 ore dopo. Stessa radio, stesso spot.

Eh sì, avevo capito bene. Trattasi dell’ultimo concorso ideato da una grande azienda per invogliare le donne, ça va sans dire, a comperare un bel prodotto scaccia-problemi. Vedi vedi, penso, quasi sollevata, la pubblicità si evolve: dopo anni in cui ci ha dipinte immerse in serate con le amiche a parlare di prurito intimo, o cuoche festanti che aspettano il marito di ritorno dal lavoro, o paracadutiste grazie agli assorbenti volanti, è finalmente arrivata al tuffo nella realtà tra le acrobate contemporanee.

Ma poi, gratta gratta, scopri tutto il resto e ti ritrovi di nuovo catapultata nella narrazione al negativo che accompagna questo paese, che proprio non riesce a non fare il passo del gambero. A cominciare dall’archetipo della donna da salvare, che solleva il mio pensiero negativo numero uno.

Perché certo solo in Italia – ma giuro mi informerò se non succede altrove – lo stereotipo delle donne incapaci che devono essere aiutate piace ancora moltissimo. Perché – ascoltatelo bene lo spot – lei fa la spesa, spunta le voci della immancabile to do list di noi donne 2.0 e al punto tre s’accorge che, ops, i bambini se li è dimenticati in piscina.

Dimenticati? Vi prego, presentatemi una sola mamma comune che possa dimenticarsi i figli da qualche parte: strette nel triangolo lavoro-scuola-figli, saltando da un’incombenza all’altra, magari facciamo tardi e poi ci scusiamo, avvisiamo, cerchiamo la soluzione dell’ultimo minuto, ma i figli non ce li dimentichiamo mai – semmai, mi viene in mente qualche uomo a cui è successo, ma non è il caso di indugiare o scomodare la più dura cronaca.

E qui scatta il pensiero negativo numero due: possibile che decenni di dibattito sulla rappresentazione delle donne in pubblicità siano passati come acqua fresca? Perché nel bellissimo spot in questione, il prezioso regalo non è neutro: in premio c’è “una collaboratrice domestica a tua scelta”. Manco a dirlo, eccole nella foto tutte e tre le colf a disposizione, sorridenti, una coi bambini in braccio, una col ferro da stiro, una con i panni puliti pronta ad assistere gli anziani. Uomini? Non pervenuti.

Sarà che l’immaginario collettivo non è ancora pronto, o almeno i pubblicitari palesemente non ci credono, ma non c’è verso di cogliere l’opportunità per cambiare strada e allontanarsi dal cliché della donna casalinga-regina della casa e pure mamma in difetto, e pure colpevole del reato di abbandono di minore.

Peccato, perché in questa iniziativa si coglierebbe bel un segnale innovativo: il messaggio che le donne non sono solo sorridenti figurine da spot sui detersivi ma persone sopraffatte dagli impegni, che si accollano liste di cose da fare infinite per colmare i vuoti della politica. Donne che quel bel voucher dell’Inps – il concorso premierà quatto fortunate con un buono da 5000 euro – lo vorrebbero non come premio ma come standard di civiltà nella loro vita in un paese del G7, vedi alla voce welfare familiare, e mica solo quando la crisi stritola.

Invece eccoci qui, italiane del Duemila, sole a occuparci delle nostre famiglie, di anziani e bambini, di cura della casa. Che, è meglio ricordarlo, non sono affatto una questione di esclusiva competenza femminile. O qui finisce che a svoltarci la giornata sono rimasti solo il nostro olezzo, una botta di fortuna e un paio di confezioni di deodorante.