Scienza e innovazione
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Tante donne alla Maker fair, così l’innovazione non distingue il genere

Neuroscienze, wearable technlogy, fabrication lab, argomenti centrali alla fiera dei maker che inizia a Roma il 3 ottobre. Tra scienziati, inventori e smanettoni, tante, tantissime donne. Forse nel mondo digitale che conta è davvero solo l'idea al di là dei sessi

“Siamo tutti creatori”. E makers. Dotati di strumenti intellettuali, cognitivi e tecnologici per inventare ogni giorno la realtà. “Lo facciamo – spiega Oriana Persico, una delle relatrici della Maker Faire di Roma – quando camminiamo per strada, trasformando una panchina rotta nel set di una storia d’amore, un bar in un ufficio temporaneo”. Ecco perché, per lei, entrare in un fablab – ndr: fabrication lab, dove si producono oggetti con stampanti 3D – significa mettere piede in una delle più interessanti forme di fabbrica contemporanea e partecipare alla manifestazione capitolina – un grande meeting di innovazione e sperimentazione – è un atto naturale.

Qui tra i tanti artigiani digitali molte sono donne. Autrici di un nuovo racconto femminile, dove non conta il sesso degli eroi, ma la loro predisposizione ad inventare. Come nel caso, per esempio, di Francesca Rosella, designer, creatrice, in coppia con Ryan Genz, di CuteCircuit, maison londinese di moda ad alto contenuto tecnologico. Ogni abito è un esempio di wereable technology – tecnologia da indossare – con circuiti luminescenti in vista, eleganza e sensori attuabili tramite Twitter per indicare all’abito il colore con cui illuminarsi – come nel caso specifico della linea Pink&Black. E se tante star, da Kate Perry a Laura Pausini, hanno scelto CuteCircuit per farsi confezionare abiti di scena, la tech-couture è un tema chiave della nuova edizione della Maker Faire. Anche Abbey Liebman, infatti, oggi designer per Steve Madden, ha creato, come progetto accademico, un vestito dotato di pannelli solari flessibili e prese USB, utili a ricaricare uno smartphone. Assurdo? No, creativamente e intellettualmente utile. Perché, per riprendere il discorso di Oriana Persico, la tecnologia è un prolungamento del corpo, in grado di fornici modalità ulteriori per narrare e co-creare la realtà. Connettendoci a Internet dal telefonino, insomma, possiamo geotaggarci, intervenire nei dibattiti, partecipare al continuo processo di narrazione del mondo. Ecco cosa mette in mostra il progetto di Oriana.

Persico, infatti, porta a Roma One Million Dreams, l’installazione creata con il compagno di vita, Salvatore Iaconesi, e spinoff di un ampio progetto, Human Ecosystem, “una performance globale – spiega a Donneuropa – sulla mutazione dello spazio pubblico che sta prendendo vita in diverse città del pianeta”. A Sao Paulo, per esempio, dove è stato appena inaugurato il primo Real Time Museum, museo del tempo attuale, un luogo in cui la città è rappresentata tramite le conversazioni online dei cittadini, per mostrare come lo spazio urbano si trasforma e prende una forma nelle parole di chi lo vive e crea. Perché maker lo siamo un po’ tutti, e, secondo Ellen Jorgensen, altra protagonista dell’evento romano, siamo anche un po’ scienziati. Senza saperlo.

Per la biologa americana, infatti, la scienza è come un parco, l’acqua o una città: un bene pubblico. Ciascuno di noi ha il diritto di usarla, impararla, maneggiarla. Per questo, racconta raggiunta via email, ha ideato nel 2010 a New York, insieme a un gruppo di amici e ricercatori, GenSpace, “una parte – spiega – del DIYbio movement” – dove, per intendersi, DIY sta per “do it yourself”, fallo da solo. Il movimento, in sintesi, di chi propone la scienza come qualcosa da farsi in casa, imparando poche, a volte semplici, tecniche, proprio nei corsi e durante gli eventi aperti a tutti e organizzati daGenspace. Qualche esempio? Il BioHacker Boot Camp, corso intensivo durante il quale apprendere alcune tecniche di laboratorio, o il DIY Neuroscience Exploration, un percorso breve per esplorare alcuni fenomeni cerebrali e lungo il quale connettersi ad appositi sensori per conoscere cosa avviene tra i propri neuroni.

Troppo ardito? La sperimentazione, però, è una tecnica base dei makers e coinvolge non solo i produttori di contenuti e di manufatti, ma anche gli utilizzatori. Ogni processo artigianale, infatti, presuppone uno scambio e, quindi, fiducia. Come quella che si instaura tra Lynette Kucsma, Vaiva Kalnikaité e chi assaggia il loro cibo stampato in 3D. Entrambe, infatti, porteranno i propri piatti alla Maker Faire, la prima con 3D Foodini, stampante prodotta dalla azienda Natural Machine, di cui Kucsma è co-fondatrice, e la seconda con la Fruit Printer, mezzo per produrre, tramite una miscela di succhi, calcio e alginato, frutti freschi. Perché assaggiarli? Sono parti – commestibili – del nostro futuro, ci riguardano tutti.

Insomma, l’innovazione, non solo tecnologica, ma sociale, è femmina o no? Se Oriana Persico non ne è sicura – “La risposta – spiega – presuppone per me un’altra domanda: disponiamo di un linguaggio che consenta di esprimere un discorso al femminile?” – una cosa è certa: la Maker Faire ha la gonna. A volte pure con i led sopra.