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Petra & Piras: il team donna-cane che accoglie i disabili in vacanza

In un casale in riva al lago di Martignano Elena, operatrice sociosanitaria, e il suo cane ospitano gruppi di ragazzi con deficit intellettivo, facendo sperimentare loro la vela e l'ippoterapia: un'occasione di socializzazione e integrazione, anche se per pochi giorni

Per chi non voglia rimanere imbottigliato nelle arterie stradali che da Roma portano al mare, il lago di Martignano è una piacevole alternativa per trovare un po’ di refrigerio alla calura di fine estate. Adagiato sul fondo di un piccolo bacino vulcanico nei monti Sabatini, è un ambiente naturalistico quasi intatto. Tra le pochissime strutture abitative c’è un casale il cui terreno arriva fino alla riva del lago, noto perché permette ai padroni di portare i cani a fare il bagno e perché produce e vende alimenti biologici. Ma non solo.

Sia che si vada a prendere il sole o a mangiare nel ristorante annesso, si può spesso notare tra gli ospiti la presenza di un gruppo di clienti un po’ più “anarchico” degli altri. Sono i ragazzi in vacanza con Petra & Piras, l’associazione che prende il nome da Elena Piras, operatrice sociosanitaria, e da Petra, il suo cane, altrettanto efficiente nell’occuparsi dei pazienti.

“Non è facile trovare strutture che ospitino persone con disabilità mentale, soprattutto quando non si tratta di un singolo con accompagnatore ma di almeno 5 o 6 individui, come succede con i nostri gruppi. Anche perché il nostro tentativo è quello di organizzare delle vacanze ‘normali’, non cerchiamo strutture specializzate, perché vorremmo sperimentare – anche solo per pochi giorni – un’occasione di socializzazione e integrazione nella comunità”, racconta Elena.

“Lavoro insieme ai disabili da parecchi anni, in particolare attraverso l’ippoterapia, ovvero l’equitazione a scopo terapeutico. Le sessioni si sviluppano su obiettivi individualizzati, secondo modalità che incentivano la partecipazione attiva del paziente e che tengono conto delle sue reali abilità. Il rapporto che si crea tra il cavaliere-utente, il cavallo e l’operatore ha effetti molto positivi sullo sviluppo dell’autonomia della persona disabile. Ma anche la consuetudine che man mano si crea tra i diversi utenti può essere fonte di crescita”.

Elena si rende conto che nel centro ippico nel quale opera si creano relazioni di simpatia e amicizie tra le persone che segue, che non riescono a diventare frequentazioni più costanti a causa delle distanze e della poca indipendenza e autonomia dei suoi utenti. Inoltre, durante il fine settimana e le vacanze, quando le persone approfittano della mancanza di impegni per socializzare e per trovare momenti di svago, la solitudine dei pazienti e delle loro famiglie è ancora più profonda.

“All’inizio ho pensato di organizzare qualche breve gita, con rientro in giornata, e ho dovuto vincere le resistenze delle famiglie che non erano abituate a lasciare i propri cari per troppo tempo. Insieme abbiamo sperimentato diverse attività fino a trovare un interesse forte e condiviso per le uscite in barca. D’inverno ci appoggiamo agli Amici della Darsena Romana, un’associazione velica di Civitavecchia, e d’estate veniamo qui a Martignano”, spiega Elena.

“Durante la navigazione sono coinvolti il corpo e tutte le facoltà intellettive”, continua. “A bordo si sperimenta lo spirito di gruppo, si acquisiscono un ruolo e la coscienza di dare un contributo importante, vincendo ansie e paure e migliorando l’autostima attraverso la consapevolezza di essere un componente indispensabile dell’equipaggio”.

Sia i pazienti più giovani che gli adulti tornano entusiasti dalle giornate passate insieme. I familiari si tranquillizzano e altri si aggiungono al gruppo. E le gite diventano di due giorni, poi di tre, fino a coprire settimane intere, durante le vacanze estive.

“Oltre allo svago, che è un toccasana per loro e anche per le famiglie, troppo spesso impegnate a tempo pieno nell’accudimento del disabile senza soluzione di continuità, lavoriamo sull’autonomia dei nostri utenti. Chi si relaziona costantemente con loro li conosce bene e tende ad anticiparne le esigenze, ad essere troppo protettivo. E questo nel lungo periodo può creare degli automatismi che limitano la crescita degli individui”.

“Pur non pretendendo di elevare questa intuizione a verità scientifica, con i colleghi di Petra & Piras ci siamo resi conto che anche la diversità delle tipologie di handicap dei partecipanti aiuta a sviluppare nuove abilità. Gli utenti si controllano e si aiutano fra loro, stabiliscono dinamiche di gruppo che variano a seconda delle occasioni, e questo mantiene i sensi e le facoltà intellettive sempre all’erta”.

“Molti di loro sperimentano per la prima volta la sensazione di poter aiutare gli altri, sono gratificati dall’avere un ruolo attivo, una condizione diversa da quella di destinatari delle cure altrui. Sarebbe bello che si potesse pensare che un figlio, qualunque sia il suo handicap, ad un certo punto possa avere una vita autonoma, per la dignità dei disabili stessi e per i genitori. Ma in Italia le strutture che garantiscano un tipo di accoglienza adeguato sono pochissime. E la nostra cultura non vede di buon occhio dei familiari che ‘abbandonino’ i disabili in case famiglia o soluzioni abitative simili. Nel nostro piccolo cerchiamo di diffondere la consapevolezza che stimolare l’autonomia e la socialità è il dovuto riconoscimento del diritto del disabile ad essere visto come individuo, non solo come paziente” conclude Elena.