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Caterina Falleni, inventrice e designer della bici di legno Her

La venticinquenne livornese pratica l’arte di reinventare oggetti d’uso comune, come il frigo e la bicicletta, riciclando materiali e idee. E i suoi brevetti piacciono alla Nasa e alla Silicon Valley. La prossima sfida? Xxpedition, una traversata atlantica tutta al femminile

L’ultima sua creatura è una bicicletta di legno. Proprio così. Di legno, come i primi velocipedi. Ricordiamolo, nei giorni in cui il Tour de France entra nel vivo, che fu il barone tedesco, Karl Drais von Sauerbronn, a brevettare nel 1817 la prima bici di legno – anche se senza pedali – e qualcuna, ancora in legno, se ne vede tuttora nelle corse storiche come l’Eroica, dove l’attrezzatura deve essere per regolamento vintage.

Negli ultimi tempi cominciano a riaffacciarsi anche nelle produzioni moderne. Solo che quella progettata dalla designer e inventrice Caterina Falleni è una bici che coniuga un’idea antica, tecnologia moderna e un nuovo modo di intendere la sostenibilità: si ricicla il legno di cui è fatta, il duttile e resistente teak indonesiano, ma si ricicla anche l’idea di partenza.

La scienza, l’invenzione, spesso funzionano così. Una trentina d’anni fa una devastante epidemia di grafiosi stava distruggendo senza rimedio gli olmi di mezz’europa. Finché qualche botanico si ricordò di un precedente storico e gli venne l’idea di leggersi vecchi testi ottocenteschi dove si era affrontato (con successo) il problema.

Così la bici di legno di Falleni, battezzata Her e prodotta dalla indonesiana Woodencycle, nasce da un’idea antica ma si correda di gadget tecnologici: sticko, un portacellulare che trasforma all’occorrenza lo smartphone in fanale; il casco trasparente, una sciarpa che si gonfia come un airbag in caso d’incidente proteggendo la testa; e la ruota intelligente, che inserisce la pedalata assistita.

Ecco, Caterina Falleni, venticinquenne livornese, si guarda intorno ed anche indietro e non ha paura di sognare in grande. Già un paio di anni fa aveva dimostrato la capacità di osservare il mondo circostante con occhi diversi: anche allora aveva riprogettato un oggetto di uso comune, un frigorifero, che agiva però senza corrente elettrica. Il principio di funzionamento è quello della termoregolazione corporea attraverso la traspirazione, l’evaporazione del sudore che serve a rinfrescare.

Anche in quel caso, l’ispirazione arrivava dal passato. È un principio antico adoperato dai popoli del deserto ma anche da quelli dell’area mediterranea: come nei bummuli siciliani, i recipienti di terracotta che compaiono anche nei romanzi di Camilleri, dove l’acqua rimane fresca. Caterina, però, l’idea l’ha colta a Zanzibar, dove tra il 2009 e il 2011 ha lavorato alla ristrutturazione di un resort; gli ingegneri del cantiere e gli artigiani swahili le hanno insegnato la tecnica refrigerante usata nella costruzione delle case di fango e paglia locali.

Lei poi l’ha perfezionata, ci ha messo su il design semplice e lineare appreso nella sua formazione all’Istituto Superiore per le Industrie Artistiche di Firenze e poi nel nord europa (Kuopio, Finlandia e Rotterdam, Olanda) e ne è venuto fuori Freeijis (free, libero; iji, puro/fresco in swahili; S simbolo scientifico dell’entropia), il frigo dalla evidente utilità nel conservare e trasportare cibi, bevande e medicine laddove la corrente non arriva. Quello che ci ha visto Falleni è “il grande potenziale di trasferire conoscenza e tecnologia dai paesi in via di sviluppo al nostro”. Proprio così.

E ce lo devono aver visto anche nella Silicon Valley, dove Falleni è finita grazie a Freijis. Con il suo progetto ha, infatti, vinto una borsa di studio di 25000 dollari per seguire il Graduate Studies Program della Singularity University (presso l’Ames Research Center della Nasa), centro di studi dove approdano i giovani talenti da tutto il mondo che hanno avuto un’idea potenzialmente in grado di cambiare l’esistenza di almeno un miliardo di persone.

Storia nella storia: la borsa di studio di Caterina è stata messa insieme da un’organizzazione italiana, Axelera, fondata da ex-alunni della Singularity University, da imprenditori, giornalisti con la passione per l’innovazione e la voglia di far emergere i nostri giovani talenti. Ora Falleni è diventata executive director di Axelera.
Ed è già proiettata verso una nuova sfida: xxpedition, traversata atlantica al femminile, con l’obiettivo di mostrare l’impatto dei rifiuti sulle nostre vite. Ancora una volta l’attenzione rivolta ai rifiuti, agli oggetti che apparentemente non ci servono più. Coniugata ora con la grande passione di Caterina: la navigazione, inseguendo il sogno personale “di disegnare una barca a vela”.