Scienza e innovazione
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Valentina Abinanti, la maestra di Galliate cacciatrice di tornadi

A colloquio con l’unica stormchaser italiana, a suo agio nella Pianura Padana come in quelle ben più vaste americane, armata di macchina fotografica, computer e un paio di occhiali scuri dai quali non si separa praticamente mai

Orrore e attrazione, paura e meraviglia, questo prova il marinaio norvegese del celebre e bellissimo racconto di Edgar Allan Poe A descent into the Maelström caduto con la sua imbarcazione in un terribile vortice creato da una tromba d’aria, miracolosamente in salvo per raccontarcelo. Emozioni contrastanti per uno dei fenomeni naturali che affascina fin dall’antichità, archetipo della punizione della hybris di chi vuole spingersi oltre il limite conosciuto.

Ricordate la fine di Ulisse una volta varcate le colonne d’Ercole? Ecco forse perché Valentina Abinanti, cacciatrice di tornadi di Galliate (Novara), non si fa fotografare senza occhiali da sole. Meglio porre una barriera protettiva tra sé e il tornado, di cui conosce il potere attrattore e distruttivo, neanche fosse davanti a una nuova Medusa.

Da otto anni, ogni primavera, Valentina parte per gli Stati Uniti per una battuta di caccia che per noi italiani è una cosa singolare, ma che per gli statunitensi è consuetudine. Ha raccontato la sua passione in un libro (Sulle strade del vento, La Serenissima ed. 2013) e il suo sito è un punto di riferimento per gli stormchaser. Il 30 maggio è tornata dall’ultimo viaggio.

Com’è andata?

Be’, stavolta in un mese di osservazioni solo qualche bel temporale fotogenico. Ogni tanto capita una stagione poco attiva.

Esattamente dov’è andata?

Nella regione delle grandi pianure centrali americane, la cosiddetta Tornado Valley: Kansas,Texas, Oklahoma, Colorado, Nebraska dove, in questo periodo dell’anno, c’è maggiore probabilità di osservare questi eventi atmosferici.

Una passione insolita che è cominciata da piccola?

Sì. Ero ragazzina quando vidi il film Twister, sui cacciatori di tornado appunto, e promisi a me stessa di fare quello da adulta. Poi mi rimase solo l’attrazione per i temporali, finché il 29 agosto del 2003 un tornado non colpì Galliate. Si può dire che sono stati loro, i tornadi, a venirmi a cercare. E così io che avevo frequentato le magistrali ho cominciato a studiare da autodidatta meteorologia e fisica dell’atmosfera, per capire.

Da allora divide la sua vita tra cacce e insegnamento nella scuola primaria. Immagino che ai suoi studenti non avrà bisogno di spiegare perché va a caccia di tornadi.

No. Sono una precaria, cambio scuola continuamente, ma in zona ormai mi conoscono, sicché i ragazzi mi aspettano ad ogni supplenza per sentire nuovi racconti: lezioni di scienze un po’ particolari. Loro non chiedono perché lo faccio, la meraviglia della natura è una ragione sufficiente. Sono gli adulti piuttosto che lo trovano strano. Almeno qui in Italia.

Già. Non devono essere molti i cacciatori di tornadi italiani.

È così. Io ne conosco una ventina, mentre negli Stati Uniti un migliaio. Dipende dal fatto che i tornadi americani sono più numerosi e più intensi. In Italia sono piuttosto rari i fenomeni di intensità pari a F4 in una scala che classifica come F5 i più forti; per esempio quello del 3 maggio 2013 a Modena fu un F4. Negli Usa poi c’è una cultura al riguardo. I cacciatori svolgono una funzione sociale per la cittadinanza, a loro ci si rivolge per sapere se un temporale rischia di trasformarsi in un evento più pericoloso o quale strada prendere per evitarlo.

Quante donne fanno parte della piccola comunità italiana?

(ride) Solo io! In America invece sono circa il 10%.

Secondo lei perché così poche?

È una passione disagevole. Quando si raccolgono le indicazioni di un probabile prossimo evento si devono percorrere in tempi brevi anche un migliaio di chilometri. Si vive da pionieri per il tempo della battuta, si divide la stanza di uno squallido motel con tre-quattro compagni. Bisogna essere disposti ad adattarsi a qualunque condizione logistica.

Qual è la dote principale di un cacciatore di tornadi?

Sapere quand’è il momento di spostarsi. Bisogna tenere la giusta distanza. Né troppo vicini, se no ci si finisce dentro, né troppo lontani, per poter fare belle riprese. E mai sulla sua traiettoria, altrimenti è lui che caccia te.

E come si sceglie un obiettivo?

Si comincia qualche giorno prima del fenomeno, dalle analisi dei modelli fisico-matematici si capisce quanto è probabile che si formi un tornado, si monitora fino a qualche ora prima, poi si salta a bordo di un’auto e si parte. Ogni gruppo ha un computer portatile da cui scaricare dati radar e satellitari, questi ultimi con l’applicazione di origine militare WX, che fa vedere dove sono i temporali e come si spostano.

La vostra attività ha anche ricadute scientifiche?

Due anni fa abbiamo ripreso un tornado “tranquillo” in Kansas a distanza molto ravvicinata, 100 metri. Il nostro video è il primo in cui si vede un tornado colpire pale eoliche, quindi è stato utilizzato per studiare come le danneggia e per progettare impianti capaci di resistere a questi eventi atmosferici.

In Italia dove si va a caccia di tornadi?

Soprattutto in Pianura Padana, in estate. Ma anche nel leccese, in autunno. Però diversamente dagli Stati Uniti qui non si possono percorrere in una notte mille chilometri. L’orografia del terreno ci costringe a fare una caccia più localizzata. Io per esempio resto tra Piemonte e Lombardia.

Quale evento le è più rimasto in mente?

Il 31 maggio 2013 il tornado El Reno in Oklahoma. Uccise tre ricercatori americani, di cui il più famoso era Tim Samaras del National Geographic. Gente esperta che non prendeva rischi inutili. Ci ha costretto a ripensare il nostro modo di cacciare. Se si guardano le foto di alcuni anni fa si vede che si manteneva una certa distanza dal tornado, mentre nelle foto recenti questa distanza si è accorciata. Si corre al video da postare su YouTube. Troppo. C’è il rischio di credere di poter tenere a bada i tornadi, invece bisogna rispettarli.

Allora è per difendersi che porta gli occhiali da sole?

Ma no (ride). È che non sono fotogenica. Però, ora che ci penso, nella battuta di caccia di quest’anno li ho indossati durante una violenta grandinata per proteggermi.