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Reinventarsi a 40 anni con una startup, lo fanno in tante, lo dice Confcommercio

Nel 2013 le imprese a guida femminile sono aumentate, arrivando a circa il 30% del totale. Nonostante la maggiore difficoltà delle donne all'accesso al credito. Sono privati che si appassionano ai progetti quelli che investono, e ci sono strutture che li sostengono

Il proverbiale pragmatismo delle donne le spinge a reinventarsi, restando con i piedi per terra. In ogni caso la vitalità dell’imprenditoria femminile in Italia è un fatto. Lo conferma l’ultimo rapporto preparato dal Censis e Confcommercio Terziario Donna: nonostante l’incubo di una crisi che non sembra passare mai, nel 2013 le imprese a guida femminile sono aumentate, arrivando a circa il 30% del totale.

E a questa vitalità contribuiscono soprattutto le donne over 40 visto che, sempre secondo la ricerca, le giovani incontrano maggiori difficoltà a costituire nuove aziende. A spiegarlo a Donneuropa è Patrizia Di Dio, presidente di Confcommercio Terziario Donna. “Sicuramente le over 40 fanno più impresa perché quelle tra loro che si sono ritrovate senza lavoro a causa della crisi hanno già un bagaglio di esperienza. – e precisa – Oggi il mercato premia la maggiore caratterizzazione del prodotto, il senso estetico, la capacità di anticipare i bisogni e i desideri del cliente e, in generale, chi sa offrire un contatto umano. Tutte cose in cui le donne sono molto brave per natura”.

Una bella storia a riguardo è quella di Claudia Torrisi, over 40, amministratore delegato di Kids&Us Italia. Dopo aver vissuto all’estero per molti anni, Torrisi è tornata a Roma nel 2010, in piena crisi. E ha subito fondato una nuova azienda per insegnare le lingue ai bambini. “Per me l’imprenditoria è sempre stata l’unica possibilità di conciliare vita personale e professionale – racconta – Se non trovo un lavoro me lo creo, è sempre stata questa la mia filosofia. Perché quando scegli di inseguire i tuoi sogni e fare qualcosa che ti appassiona, non c’è crisi che tenga”.

Dovendosi creare un impiego, in effetti, Torrisi si è creata quello che sognava. “Ho sempre avuto due grandi passioni. Da una parte la pedagogia e i bambini, dall’altra le lingue straniere. E dopo aver lavorato per molti anni in un settore completamente diverso, ho deciso che volevo investire tempo e risorse in una mia passione. Mi sono accorta che c’era una grande richiesta di centri di insegnamento dell’inglese (un problema in Italia come in altri paesi mediterranei), e mi è piaciuta moltissimo l’idea di inventarmi un lavoro che potesse avere delle ricadute educative e magari anche un’utilità per il futuro del mio paese. Così, per pura coincidenza, mi sono imbattuta in Kids&Us. Mi sono innamorata di questo  progetto innovativo e ho voluto portarlo qui”.

La prima scuola per l’inglese Kids&Us è stata fondata in Spagna nel 2003 da Natàlia Perarnau. Partendo dal nulla questa educatrice catalana ha creato quello che oggi è un franchising di 156 centri presenti in Spagna, Andorra, Francia, Belgio e, appunto, Italia. “Il caso ha voluto che loro stessero cercando una persona a cui affidare il lancio nel nostro paese proprio quando io li ho trovati. – continua Torrisi – La prima scuola in Italia è stata aperta nell’ottobre 2011 e ora abbiamo nove centri operativi e altri in fase di apertura fra Roma, Milano, Lecce, Ascoli Piceno e Cremona”. Peraltro, pur trattandosi di un franchising, ogni nuova scuola è considerata una startup a tutti gli effetti, anche a livello finanziario, cioè si avvale di finanziatori che credono nel progetto.

L’inizio non è stato facile. “Mi dicevano tutti che ero pazza, che nessuno mi avrebbe mai finanziato – confessa ridendo Torrisi – anche perché venendo da fuori non avevo garanzie da offrire. Non mi sono arresa, ho preparato il mio business plan e, con quello sotto braccio, ho bussato a una decina di porte diverse finché non ho trovato quella giusta. Più che fortuna direi quindi che si è trattato di perseveranza: non mi sono lasciata scoraggiare e alla fine ce l’ho fatta”.

E per giunta in un settore all’apparenza saturo, perché nonostante tutto ci sono molte ottime scuole di inglese anche in Italia, paese che con le lingue straniere non ha poi questo gran feeling. “In un certo senso la mia fortuna è stata quella di capire che Kids&Us era un progetto di successo, perché aveva reinventato l’insegnamento dell’inglese ai bambini. Penso però che in tutti i settori ci sia spazio se ci si re-inventa e si ripensano i servizi da offrire sulla base delle necessità di oggi, e non di quelle di ieri”.

In effetti gran parte delle imprese femminili in Italia puntano proprio sul terziario, soprattutto commercio, turismo e servizi alla persona. “Oggi il 30% delle imprese del settore terziario è a guida femminile, – sottolinea Di Dio – e questo nonostante la maggiore difficoltà, per le donne, di avere accesso al credito”.

Una difficoltà, quest’ultima, rilevata anche dall’Osservatorio Credito Confcommercio: per sei imprese del terziario su dieci essere finanziate rimane un miraggio. “Alle donne le banche chiedono maggiori garanzie, costi di commissione più alti, i tempi sono anche più lunghi. – commenta Di Dio – E tutto questo nonostante sia dimostrato che le imprese a guida femminile sono più solvibili, e che le donne sono meno propense al rischio. Quindi l’unica ragione per la quale le banche si comportano in questo modo è un pregiudizio nei confronti delle donne, che vengono viste come più fragili”. Come in ogni contesto di crisi, insomma, sono le donne a essere messe in maggiore difficoltà.

Ci sono comunque iniziative per correre ai ripari e sostenere le startupper. Sul sito della rete italiana dei Comitati per l’Imprenditoria femminile se ne trovano di interessanti. Ad esempio il bando “Innovazione: sostantivo al femminile” della Regione Lazio, che offre un milione di euro complessivi per favorire la creazione e lo sviluppo di aziende femminili.

Ancora, e proprio per contrastare la difficoltà dell’accesso al credito, dal gennaio scorso è operativo il fondo speciale di garanzia previsto dal Dipartimento pari opportunità della Presidenza del consiglio dei ministri. «A questo fondo le donne possono accedere in maniera autonoma e diretta, smarcandosi così dalla necessità dell’intervento della banca in prima battuta. – conclude Di Dio – Acquisita questa garanzia (che può coprire fino all’80-90% del loro bisogno) le imprenditrici sono certamente agevolate per ottenere il credito anche in banca».