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Nadia Pallotta, la dottoressa che studia la relazione tra pancia e stress

Ritmi frenetici e violenze psicofisiche sono causa di molte malattie croniche come i disturbi intestinali, soprattutto per le donne. Più del 30% delle pazienti che si rivolgono a un gastroenterologo hanno subito maltrattamenti

Ingannevole è il cuore più di ogni altra cosa.  È lo zingaro accecatore di ragazze promettenti, il temibile sparviero delle to do list. L’attore che vi inganna e vi fa credere di essere sull’orlo di un infarto quando il mondo – sotto forma di zie che vi dicono quanto siete ingrassate, fidanzati che vi assestano una sberla in pieno viso, eccetera – vi fa del male. Invece è solo scena: la vera vittima è lo stomaco, non il cuore.

Del resto, cardiopatiche non lo siamo tutte, ma gastropatiche sì. Parola di Nadia Pallotta, classe 1957, gastroenterologa del Policlinico Umberto I di Roma, che alla correlazione tra malattie gastroenterologiche e violenza (fisica e psicologica) sulle donne dedica parte della sua vasta attività di studio. Già dal 1995, infatti, fa parte della squadra di “Progetto Donna”, messa insieme dall’Anemgi, la onlus per la neurogastroenterologia e la motilità gastrointestinale, che promuove la ricerca sulle malattie croniche causate dalle alterazioni del sistema nervoso, dello stato psicologico e delle condizioni ambientali. Lanciato proprio negli anni ’90, il progetto aveva ed ha lo scopo preciso di dimostrare la connessione tra violenza psicofisica e sviluppo di patologie gastrointestinali nelle pazienti gastroenterologiche, promuovendo una sensibilizzazione della comunità scientifica a tale riguardo.

Punto di partenza: il cocktail di progressi medici, globalizzazione e redistribuzione del benessere che ci rende sempre più longeve, ha come contropartita  la vulnerabilità del nostro organismo alle malattie croniche, come quelle gastrointestinali che, nella top 5 dei malanni contemporanei, sono seconde solo ai disturbi osteoarticolari. Facciamo qualche nome: sindrome dell’intestino irritabile; stipsi; dispepsia; colecistite; anoressia; bulimia; reflusso gastroesofageo; acidità di stomaco. I numeri parlano chiaro: non esiste al mondo una donna che non abbia sperimentato sulla propria pelle almeno una di queste malattie e non perché – questa è la notizia – il corpo femminile sia a esse predisposto. Lo zampino di ormoni, ciclo e fasi lunari è del tutto escluso.

Per questa ragione sono fondamentali gli studi scientifici che rivendichino lo statuto tutto particolare della sintomatologia gastroenterologica come spia di una violazione di tipo psicologico.

Quasi nessuno di questi particolari disturbi (e in generale tutti gli altri che appartengono alla branca gastroenterologica) ha un’eziologia precisa e chiara: la medicina li definisce per questo “funzionali”, cioè associabili a fattori sociali e psicologici. Ed è qui il nocciolo della questione: le donne sono vittime privilegiate di malattie che nascono da disagi sociali perché sono più soggette agli stessi. La discriminazione sul lavoro, la doppia prestazione (professionale e casalinga), i piccoli episodi di svalutazione culturale ed emotiva: la vita quotidiana di una donna è tempestata da aneddoti riconducibili a ciascuno di questi tre macro- strascichi della Preistoria.

Èun’evidenza constatabile anche solo campionando le conversazioni tra i tavoli di un pub, ma – cosa ben più importante – è un fatto che è stato rilevato dalla statistica epidemiologica.

Lo stress, la peste che dagli anni Ottanta devasta l’equilibrio psicofisico di chiunque non viva in una tenda mongola a centinaia di chilometri da un adsl, è il genitore uno? Non solo. Dopotutto ce lo dicono da sempre,  tanto i fidanzati quanto i dottori: “Signorina, è stress, non si preoccupi”, con quel fare da padri che devono sbolognarti perché c’è la partita in tv. Ci siamo fatte convincere, allora, che lo stress sia non solo ineliminabile ma, in fondo in fondo, innocuo e perfino controllabile.

Invece non è vero. Lo stress è un calderone all’interno del quale sono andate a finire le conseguenze di abusi, discriminazioni, violenze (verbali e fisiche), con un effetto di depotenziamento dell’allerta sociale e medica intorno ad esse.

Più del 30% delle pazienti che si rivolgono a un gastroenterologo, nota la Pallotta, hanno subito maltrattamenti (e difficilmente lo raccontano al dottore).

I primi dati raccolti dalla dottoressa, già negli anni ‘90, arrivarono dritti al Dipartimento di studi di genere del ministero per le Pari Opportunità, ma non sembrano ancora essere permeati nella comunità scientifica come correttivo di quella sbadataggine e leggerezza che impediscono di approfondire un sintomo e fermarsi alla sua manifestazione fenomenica senza indagare.

E’ proprio qui che il lavoro di Nadia Pallotta vuole affondare la lama: l’anamnesi che travalica la complessità interiore di una paziente gastroenterologico non solo è inaffidabile, ma avalla e giustifica la diffidenza che impedisce alle vittime di abusi di denunciare chiaramente quanto hanno subito.

E poi ci sono le donne sull’orlo di una crisi di nervi, tutte le altre più fortunate perché non vengono picchiate o violentate, ma che fanno i conti con la colite spastica ogni mese della loro vita. Quelle che avrebbero bisogno, per guarire, di dottori che facciano i dottori (e non le obliteratrici) e, soprattutto, di non far finta di essere sane.