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Ilaria Capua per la scienza open source e per un cambiamento al femminile

La scienziata e deputato che sta contribuendo a rivoluzionare la divulgazione scientifica racconta un'Italia che discrimina e non premia il merito. Ma sono le donne a dover cambiare rotta per prime

C’è chi dice no. Come la scienziata Ilaria Capua. Che nel 2006, dopo aver identificato la sequenza genetica del ceppo nigeriano del virus H5N1 (la temutissima influenza aviaria), viene contattata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. La potente agenzia delle Nazioni Unite, sentinella della salute globale, le propone di inserire quella sequenza, cruciale per salvare tante vite umane, in un database ad accesso limitato. Ma la Capua dice no.

“Quella richiesta dell’OMS mi è sembrata assurda. – racconta a Donneuropa – In quel periodo la ricerca era bloccata perché le altre sequenze non erano disponibili. Per cui, appena si è presentata l’occasione di contribuire a sbloccarla, non ho avuto il minimo dubbio: l’ho colta”. E l’ha fatto scegliendo di pubblicare open source la sequenza. Ossia in un database a cui tutti possono accedere. I riconoscimenti non sono tardati: premiata nel 2007 dalla prestigiosa rivista Scientific American, prima donna a vincere (nel 2011) il Penn Vet World Leadership in Animal Health Award (il Nobel della scienza veterinaria), la Capua è una “mente rivoluzionaria” capace di innescare un dibattito mondiale sulla  necessità della trasparenza dei dati scientifici.

L’abbiamo intervistata a Trento, subito dopo un suo applauditissimo intervento alla locale edizione di TEDx. Dal palco del Teatro Sociale la Capua (che non è solo veterinaria e virologa ma pure deputata di Scelta civica) ha parlato degli stereotipi che impediscono all’Italia di credere che il cambiamento sia possibile. Del bisogno di “cavalcare le tigri”, cioè di capire e affrontare le sfide che si presentano. E del tristemente noto “soffitto di vetro”: quella barriera, invisibile ma molto reale, che impedisce ancora a troppe donne di conquistare posizioni apicali sul lavoro.

Dottoressa, dopo aver “cavalcato la tigre” del virus H5N1, quale battaglia sta combattendo adesso?

Ho momentaneamente cambiato il mio campo d’azione, ora sono deputata. Ho scelto di candidarmi perché quando Mario Monti mi ha proposto di provare a cambiare le cose dall’interno, ho pensato che non ci si può soltanto lamentare di ciò che non funziona. Bisogna anche agire. Quindi ho deciso di aprire questa parentesi, e di dedicarmi ai problemi della scienza e della ricerca dalla stanza dei bottoni.

Dal palco di questo teatro ha raccontato di aver scelto di studiare veterinaria a Perugia per allontanarsi da casa. Si è mai pentita di questa decisione?

Assolutamente no. Ero certa di voler studiare qualcosa di scientifico, nell’ambito della biomedicina. La vita, poi, ti porta dove ti porta. A volte penso che i giovani d’oggi siano troppo preoccupati di fare per forza la scelta giusta. Ma ci sono scelte che, se ci lasciamo andare, alla fine portano comunque nel posto giusto, anche se non avevamo mai immaginato che quel posto esistesse. Io adesso vivo a Padova da 15 anni, ma non avrei mai pensato di finire lì, né che mi sarei dedicata alla virologia con tanta passione. Quindi credo che a volte si debba permettere alla vita e al caso di fare il proprio corso.

È difficile farsi ascoltare nel mondo scientifico come italiana, a meno di non fare qualcosa di eclatante come rifiutare un’offerta dell’OMS?

All’estero, dove la sostanza conta molto più della forma, una persona che vale viene riconosciuta immediatamente. A dire la verità credo che sia soprattutto un nostro problema culturale. Non riusciamo a identificare il merito, spesso non è uno dei criteri di selezione. Invece mi sono accorta che all’estero c’è molto meno classismo. Io sono stata fortunata: ho trovato delle “tigri”, le ho cavalcate, ho avuto alcune intuizioni vincenti e oggi sono una persona ascoltata a livello internazionale. Ma non penso che siano per forza necessari gesti eclatanti per arrivare a questo.

Lei ha innescato un dibattito mondiale sulla necessità di rendere questo tipo di dati scientifici open source. Ma il mondo scientifico è ricettivo da questo punto di vista o lei fa parte di un “gruppetto di rivoluzionari”?

No no, le cose stanno cambiando. Per esempio la sequenza genetica dell’ultimo virus dell’influenza aviaria, che ha destato preoccupazione in Cina, è stata resa disponibile online dopo una settimana, quindi prestissimo. Certo, ci sono ancora dei conservatori, ma questo succede sempre. Soprattutto quando si tratta di cambiamenti culturali, che richiedono tempo. Ma il valore aggiunto del libero accesso e della trasparenza è senza dubbio riconosciuto.

Nel suo intervento lei ha parlato del “soffitto di vetro”. Lo ha mai sperimentato, nonostante sia arrivata dov’è arrivata?

Penso che in Italia il merito, sia maschile che femminile, sia penalizzato. Detto questo, noi donne non possiamo cambiare la società. Ma possiamo cambiare noi stesse. Ora dirò una cosa impopolare, ma devo dirla. Nel pubblico impiego le gravidanze durano quanto quelle delle balene. Esistono stereotipi secondo i quali ci si sposa a 28 anni, si aspetta un anno, si fa un figlio, si sta ferma un anno, poi arriva il secondo figlio.. e alla fine si sta via dal lavoro quattro anni perché ci si prende tutta la maternità, anche quella facoltativa. È come spararsi sui piedi. Io di maternità ho preso solo quella obbligatoria: per quattro o cinque mesi molti impieghi permettono di lavorare anche da casa, per esempio. Certo, se una donna lavora in fabbrica è diverso. Ma nel resto del mondo la maternità non dura un anno. A parte questo, il “soffitto di vetro” esiste eccome. Il talento delle donne è come quelle rose che ti regalano e, il giorno dopo, sono già appassite. Facciamo studiare le giovani, che spesso sono anche più brave dei maschi e poi dove va tutto questo talento?  Il messaggio che vorrei dare alle ragazze è che per far fiorire quelle rose c’è bisogno pure di mettersi in gioco e cambiare degli stereotipi, dei meccanismi ormai consolidati.

Secondo lei cosa si può fare perché la maternità non sia più vista né dalle dirette interessate né dai datori di lavoro come un ostacolo alla carriera?

Avevo pensato di incentivare le donne a rientrare al lavoro subito dopo la maternità obbligatoria offrendo loro il 30% dello stipendio in più, in modo da consentire loro di pagare una baby sitter. In ogni caso esistono di sicuro varie formule per incentivare il rientro dalla maternità.

Trova sensibilità in Parlamento sulla questione incentivi post-parto?

Purtroppo le priorità sono sempre altre. Siamo in molte a cercare di portare avanti queste battaglie, ma io per esempio vengo spesso travolta dalle mille cose che bisogna fare prima.

Lei ha una figlia. Come vorrebbe che fosse l’Italia quando lei sarà adulta?

Vorrei che le pari opportunità diventassero la regola anziché l’eccezione. Che le persone fossero valutate per quello che valgono, a prescindere da provenienza, religione, genere, orientamento sessuale o altro. In Italia, secondo me, c’è una discriminazione radicata, culturale, nei confronti del diverso, in senso lato. Negli Stati Uniti o in Inghilterra, per esempio, le persone che fanno domanda di assunzione vengono valutate quasi come se indossassero una maschera che lascia vedere solo gli occhi. I selezionatori non sanno di che nazionalità sono i candidati, se sono maschi, femmine, biondi, mori, gay, atei oppure ortodossi. Le scelte della classe dirigente non possono basarsi su criteri come l’avvenenza, ma su quanto una persona vale, punto e basta. Mi piacerebbe che l’Italia facesse questo passo. Non solo per mia figlia, ma per il Paese intero. Che altrimenti continuerà a perdere quelle risorse di talento senza le quali non potrà ripartire.