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Il chirurgo che opera in Africa e India: “Protesi anche a chi non può”

Il dottor Marcello Pozzi racconta come, per una donna nei paesi in via di sviluppo, la scelta di curare il tumore al seno o all'utero a volte possa significare mettere a repentaglio la sopravvivenza dei propri figli

Marcello Pozzi è chirurgo plastico all’Istituto nazionale dei tumori Regina Elena di Roma, specializzato negli interventi chirurgici ricostruttivi in seguito all’asportazione del tumore al seno. Almeno tre volte l’anno però il dottor Pozzi si dedica a missioni umanitarie curando ed operando donne che non possono permettersi di pagare un intervento chirurgico, in quei paesi in via di sviluppo dove il cancro è ancora una malattia ritenuta contagiosa.

Le sue pazienti non sono solo donne, ma persone di tutte le età che non possono contare su un’assistenza medica di alcun tipo. Lui minimizza: “Questo tipo di lavoro dà molto più a me di quanto io non riesca a dare agli altri”, dice. “Per me è una boccata di ossigeno ogni volta che parto”.

Con quali associazioni collabora?

Ho iniziato dieci anni fa con Operation smile onlus, che si occupa di curare malformazioni facciali o più complesse dei bambini poveri di tutto il mondo. Co-fondatore di Fior di loto India onlus, collaboro ai progetti sanitari per aiutare i bambini indiani con malformazioni che non hanno accesso alle cure necessarie. Mi occupo anche di grandi ustionati, se necessario. Tre anni fa infine ho aperto l’associazione Oncologia per l’Africa onlus insieme ad un gruppo di amici e colleghi dell’ospedale Regina Elena e non. Abbiamo iniziato a lavorare in Uganda per cercare di prevenire e curare il cancro della cervice e del seno.

Di cancro in Africa ce n’è tanto, ma sono pochi i fondi per curarlo. Organizziamo grandi campagne di screening, due volte l’anno, esaminando circe duemila donne alla volta. Curiamo quindi tutti i casi di tumore o di precancerosi che rileviamo con piccoli o grandi interventi chirurgici o con terapia medica. Abbiamo un progetto oncologico di tre anni con il Mae, in collaborazione con altre onlus ed ong. Questo prevede la formazione teorico-pratica del personale medico, dei medici patologi, chirurghi, oncologi, radiologi, ginecologi e del personale infermieristico.

C’è uno stigma in Africa nei confronti del tumore al seno?

Purtroppo sì, perché è una malattia che non conoscono, e tutto quello che non si conosce mette paura. Sanno solo che di cancro si muore, per via del passaparola di chi l’ha avuto in famiglia o tra i conoscenti. Spiegare che i controlli possono salvare la vita non è facile, in un paese di 35 milioni di abitanti dove si fanno anche 10 ore di macchina per poter arrivare in un ospedale. Gli stessi infermieri di vecchia formazione in Uganda non sapevano cosa fosse il cancro, pur lavorando in un ospedale in cui era stata aperta un’unità di oncologia.

E’ difficile parlare di chirurgia ricostruttiva con le pazienti africane?

Non conoscendo la malattia e temendola, le pazienti si presentano con situazioni di cancro molto avanzato, ed è più facile sottoporle a chemio e radioterapia che ad interventi chirurgici. La carenza di personale medico di alcune specialità, come l’isto-patologo, non permette ancora di poter garantire l’applicazione di protocolli di trattamento chirurgico conservativi.

Altro grosso problema è la radioterapia: in tutta l’Uganda c’è un solo vecchio apparecchio di cobaltoterapia che provoca ustioni molto profonde. Quindi i medici africani scelgono a volte di eseguire una mastectomia radicale anche per piccoli tumori per evitare, con la radioterapia, di distruggere cute e sottocute causando forti dolori e complicanze.

In Africa faccio formazione di chirurgia oncologica demolitiva del seno e ricostruttiva con lembi autologhi – con il muscolo gran dorsale o con il grasso della pancia – perché noi seguiamo povera gente che non può permettersi di acquistare una protesi ma che soprattutto non ci permette di seguirle nel follow up, perché vivono anche a mille chilometri dall’ospedale, facendo lavori estremamente pesanti e senza i soldi per un nuovo viaggio.

Come informate le donne della possibilità di accedere agli screening?

Da tre anni facciamo campagne di sensibilizzazione attraverso le parrocchie, la radio, la diffusione di brochure. Nello Nsambya Hospital di Kampala, ospedale no profit nato come materno infantile, è stato aperto da tre anni un centro di screening del seno e della cervice permanente, e le donne che arrivano in ospedale per partorire sono invitate a farlo gratuitamente.

Qual è la risposta delle pazienti agli screening?

Quando si presentano agli screening, le donne africane hanno due terrori: quello della malattia e quello di dover pagare. Noi siamo molto chiari nello spiegare al primo approccio che tutto l’iter terapeutico sarà gratuito, ma nonostante questo a volte decidono di non tornare. Oppure non si ripresentano perché hanno fatto una biopsia e temono il risultato. Capita anche che vengano preventivati interventi chirurgici ma la paziente non si presenta per mille motivi, magari perché e dovuta correre dietro alla mucca, o perché ha dovuto utilizzare i soldi del trasporto in altro modo.

Ma soprattutto in Uganda l’amputazione di un seno o l’asportazione dell’utero è sufficiente ad essere ripudiata dal proprio marito. Se una donna ha sette o otto figli e il marito la ripudia, rimane da sola a doverli campare. Se invece muore, anche se il marito si risposa, generalmente accudisce tutti i figli e dà loro da mangiare. Quindi è difficile per una donna accettare di curarsi e rischiare per questo di non poter sfamare i propri figli. Spesso preferisce morire con la sicurezza che i figli potranno mangiare e avere un futuro.

E’ difficile conciliare il suo lavoro in Italia con le missioni?

Devo ringraziare la struttura ospedaliera dove lavoro e la regione Lazio, che è una delle poche ad aver adottato l’art. 71 del contratto nazionale del lavoro, retribuendo il mese di aspettativa per missioni umanitarie. Insieme ad un mese di ferie, fanno 60 giorni l’anno che posso gestirmi per le mie missioni.

Perché, ci dedica anche le ferie?

Sì, magari dopo la missione uno si trattiene due o tre giorni e si rende conto anche della bellezza di questi paesi. Ma al di là del lato ludico, c’è la soddisfazione di fare del bene, e farne sempre di più. Più ci stai dentro, più ti fai tirare dentro: è una forma di contagio, in positivo.