Scienza e innovazione
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Daniela Pedrini, cervello da premio senza voglia di fuga

L'ingegnere 27enne che ha vinto la borsa di studio "Amelia Earhart" per la ricerca nella propulsione aerospaziale lavora in un mondo al maschile ma vuole fare squadra fra scienziate

Si è laureata giusto un anno fa, il 9 ottobre 2012, in ingegneria aerospaziale a Pisa, l’ingegnere che suona il piano e il flauto traverso, adora Haendel ma non disdegna la zumba. Daniela Pedrini, 27 anni, sabato scorso ha ricevuto la borsa di studio Amelia Earhart dell’organizzazione di origine americana Zonta International, che promuove la condizione femminile nel mondo.

Una delle 35 borse attribuite ogni anno a donne di qualsiasi parte del mondo impegnate in dottorati in ingegneria o scienze aerospaziali. L’unica attribuita quest’anno a un’italiana con un progetto tutto svolto in un’università nazionale. “Lo conduco nell’azienda Alta space, uno spin off dell’Università di Pisa che si occupa in particolare di ricerca nella propulsione spaziale, di motori spaziali di tipo elettrico” precisa Pedrini.

La sua è una passione per lo spazio che viene da lontano, anzi “da sempre”. Accade spesso, ma questa ha resistito all’esame di realtà. “All’inizio pensavo di diventare astronoma, incantata a guardare le stelle con un telescopio. Mi è sempre piaciuto studiare. Poi, un buon orientamento al liceo scientifico, e la possibilità di studiare ingegneria aerospaziale a Pisa, tutto sommato vicino casa”. Tutto sommato non così lontano da Arcetri, dove Galileo e il suo telescopio sono un simbolo.

Daniela è infatti originaria di Camporgiano, sulle colline della Garfagnana. “Sembrava strano a tanti dalle mie parti che potesse nascere una passione per lo spazio, perché non capivano come avrei conciliato il mio legame con la famiglia e la necessità di dover andare via”. Già, perché se vuoi fare l’ingegnere aerospaziale non puoi restare nel tuo borgo dietro le Alpi Apuane.

Ma da quelle Alpi, da quel marmo che si lavora in zona, Daniela deve aver preso qualcosa, perché persegue con determinazione la sua passione (parola che ricorre spesso nella nostra conversazione). All’inizio anche contro una famiglia spaventata: “Certo nessuno in famiglia proveniva da studi simili, fu uno shock che una donna scegliesse un corso di laurea considerato ancora così maschile, ma poi hanno sostenuto la mia passione”.

Un cammino deciso, con qualche momento di crisi negli ultimi due anni, quelli della laurea magistrale, non solo per la durezza dei corsi, ma soprattutto al crescere della consapevolezza delle scelte di vita imminenti, del futuro occupazionale incerto.

Su cosa sta lavorando ora l’ingegner Pedrini? “Sul cosiddetto catodo cavo, un componente che si usa nella propulsione aerospaziale. Serve a produrre il flusso di particelle cariche che sta alla base del funzionamento del propulsore. Quelli di cui parliamo non sono i propulsori necessari al lancio di un satellite, bensì quelli che danno piccole spinte, che si usano nelle manovre di controllo di assetto dei satelliti oppure nelle manovre di variazione da un’orbita all’altra”.

Quando un satellite si avvicina alla Stazione spaziale internazionale, per esempio, usa questo tipo di propulsione. “Sto lavorando sul materiale che emette le particelle che non è molto usato in Occidente, ma ha largo impiego in Russia, nella prospettiva dei vantaggi tecnici ed economici”.

Il programma delle borse Earhart è partito nel 1938. Allora non era l’aggettivo “aerospaziale” quello che accompagnava la parola ingegneria, ma “aeronautica”. Amelia Earhart macinava record su record, e tra le veterane del volo c’era anche la marchesa italiana Carina Negrone che nel 1935 volò più in alto di tutte, oltre i 12000 metri. Lo sanno in pochi e nei templi della storia del volo, come il Museo Caproni a Trento, tra mille cimeli, c’è solo una sua piccola foto.

Daniela Pedrini, oggi, come ieri Amelia Earhart e Carina Negrone, si muove in un mondo maschile. Secondo una recente indagine del Centro studi del Consiglio nazionale degli ingegneri sono donne solo il 10% degli occupati nel settore spaziale e sul totale dei laureati in ingegneria nel 2012 solo il 15,5% è donna.

Come si lavora in un ambiente quasi totalmente maschile? “Ad Alta siamo solo due ingegneri donna a fronte di 50 uomini – sorride Daniela – nessuno mi fa “pesare” la minoranza, ma io cerco di sentirmi sempre all’altezza, adeguata a un lavoro percepito come maschile. Mi sento sempre un po’ sotto esame”. È la solita trappola, bisogna sempre essere più brave per dimostrare di non aver rubato il posto a qualcun altro.

“Sì, però per sentirsi a proprio agio bisogna concentrarsi sulla propria passione indipendentemente da statistiche o stereotipi, e fare squadra tra donne. Il premio Earhart dimostra proprio quanto sia necessario che donne lavorino per altre donne”.

Come vede il suo futuro? “Se mi dovessi allontanare dall’Italia, sarebbe un periodo transitorio, un’occasione di crescita, ma con l’obiettivo di tornare. Niente cervello in fuga insomma. Non so se proseguirò nel settore privato o nella carriera accademica: per ora penso a finire il dottorato”.