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Kumpania, il progetto che unisce donne rom e italiane a Scampia

Barbara Pierro, fondatrice della onlus di promozione sociale Chi rom e chi no che opera nella periferia di Napoli, ha contribuito a creare uno spazio pubblico e culturale all’interno dei campi e presto inaugurerà un ristorante di cucina rom-napoletana

Non è difficile rintracciare nelle notizie di cronaca episodi di intolleranza nei confronti dei rom. Sono di questi giorni le dichiarazione della consigliera comunale di Motta Visconti, che su Facebook scrive che i rom hanno una predisposizione naturale a delinquere e che per punirli ci vorrebbero i forni crematori. Così come le madri di una scuola elementare di Monserrato, in Sardegna, hanno minacciato di non mandare più a scuola i figli per protestare contro l’impiego di due bidelle rom.

Per fortuna ci sono anche iniziative importanti che vanno nella direzione opposta, quella della convivenza e dell’integrazione. Barbara Pierro, giovane avvocato, madre di due figlie, è la fondatrice di Chi rom e chi no, una onlus di promozione sociale che opera a Scampia, nella periferia Nord di Napoli, il quartiere tristemente noto come uno dei più degradati e problematici della città.

“Frequentavo l’Università quando ho cominciato a fare volontariato in un doposcuola a Scampia, frequentato da bambini del campo rom e da bambini italiani che vivevano nei palazzi di edilizia popolare. Tutti avevano difficoltà a scuola, a stare fermi tante ore, a seguire lezioni frontali. Con loro utilizzavamo la ‘pedagogia dell’esperienza’, una prospettiva educativa che mette il bambino al centro e gli consente di imparare attraverso una esperienza diretta della realtà. E così per studiare gli animali siamo stati in una fattoria, per imparare la storia siamo andati al Museo, abbiamo passeggiato nel centro di Napoli per immergerci nella bellezza e nella storia dell’arte. Molti di loro non erano mai usciti dal quartiere e sono state occasioni di condivisione bellissime ed emozionanti per tutti noi.”

La maggior parte degli edifici di Scampia è stata edificata negli anni ’70-’90, ed è cresciuta esponenzialmente in seguito all’emergenza abitativa post terremoto. I rom sono arrivati con lo scioglimento della ex Jugoslavia. Tutto sommato nessuno poteva essere accusato di occupare il territorio altrui e la convivenza non ha mai portato particolari problemi, visto che tutti sperimentavano gli stessi disagi, la stessa mancanza di servizi, le infrastrutture insufficienti.

“Nonostante le difficoltà della quotidianità o forse proprio nel tentativo di sopperire alle manchevolezze della amministrazione locale, sono sorte molte aggregazioni di diverso tipo, comitati, reti di cittadini, tanto da fare di Scampia il quartiere italiano con il maggior numero di associazioni”, prosegue Barbara, che una volta conseguita la laurea continua la sua attività di volontaria. Ma con l’esperienza e le conoscenze acquisite si rende conto che per dare continuità al progetto di integrazione deve coinvolgere anche i genitori dei ragazzi, attraverso percorsi di emancipazione sociale, personale e collettiva e processi di cittadinanza attiva, che possano portare ad una gestione partecipata degli spazi pubblici e alla rivendicazione del diritto all’abitazione.

“Ad un certo punto abbiamo pensato che, oltre a portare i rom fuori dai campi, potevamo creare uno spazio pubblico e culturale all’interno dei campi stessi, consolidando quei percorsi culturali, educativi, progettuali che avevamo già intrapreso, per continuare a combattere le discriminazioni e gli stereotipi, anche reciproci. Insieme agli abitanti abbiamo costruito una baracca, che è diventata un luogo simbolo e un centro di aggregazione vero e proprio, nel tentativo di rompere le divisioni tra campo e quartiere”.

Tra un corso di teatro, un reading, la presentazione di un libro, spesso le donne del quartiere organizzano dei rinfreschi per i partecipanti. La donne napoletane preparano i rustici, le lasagne, le pizze ripiene, i sartù di riso. E poi i babà, la caprese, la pastiera. Le donne rom rispondono con i peperoni ripieni, la mussakà, il gulash, la ghibaniza. E mentre in cucina, proprio come avevano fatto i loro figli nel doposcuola, le donne imparano a conoscersi e a mettere in secondo piano i pregiudizi e le divisioni, cominciano ad arrivare richieste per forniture di catering.

“Ci eravamo già posti il problema della sostenibilità dell’associazione e dei progetti. Sapevamo che era cruciale avere una autonomia economica, anche per le donne del quartiere, per potere migliorare le proprie condizioni di vita sfruttando le proprie capacità. E così abbiamo creato Kumpania, una impresa sociale che coinvolge dieci donne di Scampia, rom e italiane”.

Il progetto, che prevede l’offerta di percorsi gastronomici interculturali, per favorire l’auto imprenditorialità di donne italiane e straniere con difficoltà di integrazione e di impiego, riscuote curiosità e interesse. E, grazie ad un continuo monitoraggio di possibilità di accesso a finanziamenti, pubblici e privati, cominciano ad arrivare i primi sostegni concreti. Prima l’Unar, Ufficio per la promozione della parità di trattamento e la rimozione delle discriminazioni fondate sulla razza o sull’origine etnica del Ministero delle Pari Opportunità, poi il premio come miglior progetto di Innovazione Sociale promosso da Unicredit Foundation e da Unaoc e Bmw Group a Doha nel Quatar.

Il progetto continua nel tempo anche in assenza di finanziamenti ed entrate fisse, sino a che nel giugno 2013 la Kumpania vince il premio di innovazione sociale Naples 2.0 per la creazione di un’impresa sociale, promosso da Unicredit Foundation e Fondazione CON IL SUD, ricevendo un contributo che permette di pensare ancora più in grande e lavorare con l’obiettivo di inaugurare uno spazio interculturale in cui scambiare buone pratiche, mettere in rete le esperienze e scommettere sulla costruzione di prospettive di autonomia e sostenibilità economica.

“È grazie a questo finanziamento che, il prossimo 17 novembre, nei locali che si trovano sopra l’Auditorium di Scampia aprirà il primo ristorante del quartiere, un ristorante di cucina napoletana, rom e ‘fusion’ rom-napoletana, nata contaminando le due culture gastronomiche in questi anni di lavoro e di vita in comune”, conclude Barbara.