Politica ed Economia
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Judith Aregger, assistente sessuale per dare piacere a chi è in difficoltà

Vive a Ginevra. Laureata in comunicazione multilingue, traduttrice e insegnante di tedesco, ha deciso – dice – di aggiungere ai suoi saperi anche “il linguaggio dell'amore”. L'assistenza sessuale per disabili si comincia a diffondere anche in Italia, ma è lotta contro il pregiudizio 

Assistenza sessuale alle persone disabili: è un tema difficile e spesso confuso, carico di tabù, imbarazzi e pregiudizi. Piano piano si comincia a parlarne anche in Italia, dove è andato crescendo l’interesse per questa attività insieme alla richiesta di riconoscerla come professione. Un disegno di legge in questa direzione è approdato alcuni mesi fa in Senato, primo firmatario Sergio Lo Giudice (PD). In molti paesi europei però – come Danimarca, Paesi Bassi, Germania, Austria, Svizzera – questa è già una realtà.

Judith Aregger vive a Ginevra, dove lavora da anni come assistente sessuale, forte della convinzione che “tutti dovrebbero avere il diritto di provare piacere nella vita”, e che sia giusto offrire un aiuto a coloro che, per disabilità fisiche o mentali, non possono farcela da soli. Laureata in comunicazione multilingue, traduttrice e insegnante di tedesco, ha deciso – dice – di aggiungere ai suoi saperi anche “il linguaggio dell’amore”.

Come descriveresti il tuo lavoro come assistente sessuale?

Quello che faccio è dare piacere alle persone che hanno difficoltà di accesso a una vita sessuale, a cui mancano esperienze positive, che non sono in grado di procurarsi soddisfazione, che sentono il bisogno di dimenticare per un momento le loro disabilità… Li aiuto a focalizzarsi sulle loro abilità e a provare ad amare se stessi. È una sorta di “lavoro sessuale corporale”, un lavoro sessuale specializzato. Talvolta può funzionare come una terapia, in qualche caso persino alleviare il dolore fisico. Inoltre aiuta a rinforzare la fiducia in se stessi, e può rappresentare un passo importante nello sviluppo sessuale e personale.

Come funziona in Svizzera, è un lavoro regolamentato?

Sì, l’assistenza sessuale è considerata un lavoro, ed è regolata come tale. Anche perché in Svizzera questo tipo di attività è legale, le lavoratrici e i lavoratori sessuali pagano le tasse, i contributi, l’assicurazione sanitaria come ogni tutti i lavoratori autonomi. Dopodiché ogni cantone ha le sue norme e i suoi regolamenti.

Molti in Italia pensano che in fondo fare l’assistente sessuale non sia nient’altro che una forma “rispettabile” di prostituzione…

Per me l’assistenza sessuale è infatti una forma di lavoro sessuale specializzato. Ma non c’è niente di “non rispettabile” nel lavoro sessuale. Non rispettabile è il fatto di trarre profitto dallo sfruttamento delle sex workers o negare i loro diritti, esattamente come costringere altre persone a svolgere qualsiasi tipo di attività. Comunque, le capacità che deve avere un’assistente sessuale sono di base le stesse di una lavoratrice sessuale: essere sensuale e paziente, con buona capacità di ascolto e doti da psicologa. Ma ci sono anche importanti differenze rispetto a quello che si intende comunemente per prostituzione.

Quali?

Ma innanzitutto la motivazione. Le tariffe delle assistenti sessuali devono essere accessibili anche a chi ha un basso reddito, quindi il denaro non può essere la prima motivazione. Serve una certa dose di altruismo, così come di tenerezza verso chi è differente e ha bisogno di più attenzioni. Quindi comprensione, ma anche curiosità e piacere nella sessualità. Poi il tempo: qui non si tratta di servizi veloci. Gli incontri durano almeno un’ora. Il primo incontro è sempre preliminare, senza sesso, solo per conoscersi, capire le aspettative del cliente e ciò che può offrire l’assistente sessuale. Può esserci anche un incontro con l’équipe che segue la persona disabile, il direttore dell’istituto di cura, la madre o chi ha facilitato il contatto con me (se per esempio il cliente non può parlare o ha una disabilità mentale). E un’altra differenza è che c’è una formazione da fare: in Svizzera è prevista una formazione in materia di disabilità, sessuologia, tecniche di massaggio, ma anche aspetti legali. C’è una supervisione annuale, e si lavora con associazioni specializzate e istituzioni.

Quindi prima di cominciare anche tu hai seguito una formazione specifica?

Sì mi sono formata nel 2008/2009 seguendo il corso dell’associazione SEHP (Sexualité et Handicaps Pluriel), e da allora lavoro in questo campo. Faccio parte, oltre che della SEHP anche di Corps Solidaires, e i clienti mi contattano attraverso queste organizzazioni (ma solo per il primo contatto ovviamente, dopo il quale comunichiamo direttamente).

Chi sono i tuoi pazienti?

Sono miei clienti, non miei pazienti: io non ho alcuna intenzione di guarirli e non li considero malati. La maggioranza di loro sono uomini (c’è anche qualche donna ma sono casi meno frequenti), di età tra i 23 e i 91 anni, portatori di ogni genere di disabilità.

Qual è per te parte più difficile di questo lavoro?

La maggiore difficoltà è data dal fatto che la sessualità è una faccenda molto intima e personale, mentre spesso – specialmente quando una persona vive in un istituto – si fa fatica ad avere una vera privacy. Ci sono sempre altre persone coinvolte: genitori, psichiatri, personale medico, dirigenti della casa di cura… Poi può succedere che la comunicazione con la persona sia resa più complicata da una disabilità mentale. La comunicazione per me è la chiave. Perciò lavoro molto d’intuito, e – cosa più importante – cerco di essere pienamente me stessa ed essere creativa.

Qual è invece l’aspetto che ti piace di più?

Sono felice quando qualcuno mi dice “Judith, quando sono con te non sento di essere disabile”. E quando le persone smettono di avere atteggiamenti aggressivi grazie al fatto che possono fare l’amore, beh allora penso che ne vale la pena.

Sei mai stata offesa o stigmatizzata per il lavoro che fai?

No personalmente non sono mai stata trattata in modo irrispettoso, e non mi sento stigmatizzata, ma questo anche perché io assumo pienamente su di me quello che faccio, e la mia famiglia e il mio compagno lo accettano.