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I settant’anni dell’Unione Donne in Italia: storie di dignità e coraggio

L'organizzazione ha combattuto in prima linea per ottenere le leggi sulla tutela della lavoratrice madre, la riforma del diritto di famiglia, il piano nazionale degli asili nido, la legge 194 sull'aborto, le norme contro la violenza sulle donne

Dalle staffette partigiane alle giovani che ne conservano e rinnovano la memoria: l’Unione Donne in Italia (Udi) compie settant’anni. L’anniversario della sua nascita è occasione di commemorazione di una storia che ha attraversato tutte le trasformazioni del paese, dal dopoguerra a oggi, ma anche di rinnovato impegno nel presente. Se ne è parlato ieri a Roma nel corso di un incontro organizzato in Campidoglio, con letture di documenti storici e testimonianze delle protagoniste di allora.

È il settembre del 1944 quando, subito dopo la liberazione di Roma, le dirigenti dei Gruppi di Difesa della Donna (Gdd) si incontrano e decidono di dare vita all’Udi, con l’intento – come scrive Marisa Ombra, che ne fu una protagonista –  di “unire tutte le donne italiane in una forte associazione che sappia difendere gli interessi particolari delle masse femminili e risolvere i problemi più gravi e urgenti di tutte le lavoratrici, delle massaie e delle madri”. Il congresso fondativo si svolgerà nel 1945.

Nella rievocazione al Campidoglio sono state riportate alla memoria le storie delle donne che tra il ’43 e il ’44 fecero una scelta difficile, definita “di rottura fortissima con il patriarcato”, unendosi ai Gdd che, fondati a Milano da Lina Fibbi (Partito comunista), Pina Palumbo (Partito socialista) e Ada Gobetti (Partito d’azione), andavano sorgendo in tante parti dell’Italia del Nord occupata dai tedeschi.

I Gruppi di Difesa della Donna furono la prima grande organizzazione femminile aperta a tutte le donne che volessero partecipare all’opera di liberazione della patria e lottare per la propria emancipazione, senza discriminazioni sociali o politiche, e contribuirono attivamente alla Resistenza nella vita quotidiana, nelle fabbriche, nelle scuole, nelle campagne, attraverso operazioni di sostegno e di comunicazione, assistenza solidale alle famiglie di deportati e carcerati, ma anche scioperi, sabotaggi, pubblicazioni clandestine. Nel giugno 1944 il Comitato di Liberazione per l’Alta Italia li riconobbe ufficialmente come organizzazione aderente al Cln.

Si arriva così alla creazione di quella che ancora oggi porta il nome di Udi, sebbene nel 2003 abbia cambiato acronimo da Unione Donne Italiane a Unione Donne in Italia, “per sottolineare la propria attenzione alle donne che, nate altrove, vivono in Italia”, si legge nel sito dell’organizzazione. Il programma con cui nasceva nel ’45 era molto articolato, ricorda Marisa Rodano, una delle fondatrici, presente all’incontro di ieri: si voleva lavorare per ottenere da subito il diritto di voto, senza aspettare i lavori della Costituente, si proponevano criteri prioritari per il rimpatrio dei prigionieri, ma si chiedevano anche servizi di assistenza ai bambini, l’adeguamento delle pensioni al caro vita, la proibizione del lavoro notturno, salario uguale per donne e uomini, adeguata assistenza alle madri e molto altro.

Bisognava, nelle parole di Marisa Ombra, molto citata nel corso dell’evento, “reinventare tutto, costruire una società di cui nessuna aveva esperienza”. Nessuna esperienza ma molta passione, e la determinazione di chi dopo la Resistenza e la Liberazione, non ha alcuna intenzione di farsi da parte e tornare nel chiuso delle case. Come Ada Gobetti, rievocata dalla responsabile nazionale dell’Udi Vittoria Tola, quando da neo vicesindaca di Torino teneva testa con la sua grinta ai colleghi maschi che la definivano “una testolina bizzarra”.

Intellettuali, casalinghe, operaie, contadine: tante e diverse furono le donne che diedero origine a questa storia. Una storia che ha attraversato poi gli anni settanta, settanta, ottanta, e ha visto l’organizzazione in prima linea per ottenere le leggi sulla tutela della lavoratrice madre, la riforma del diritto di famiglia, il piano nazionale degli asili nido, la legge 194 sull’aborto, le norme contro la violenza sulle donne. Poi l’incontro-scontro con il neo-femminismo (degli anni settanta), che ha portato a  fratture oggi ricordate con rammarico. Vittoria Tola parla di un “confronto mancato tra madri e figlie di quella generazione, un confronto che invece avrebbe portato a qualcosa di diverso”.

Tutta questa memoria è oggi custodita nelle biblioteche delle donne, e in particolare nell’archivio centrale dell’Udi, che presto – ha promesso l’assessora alle Pari opportunità del Comune di Roma Alessandra Cattoi, presente all’incontro in Campidoglio – sarà trasferito in una sede più adeguata di quella attuale, al complesso monumentale del Buon Pastore.

Saranno naturalmente accessibili anche i settant’anni di pubblicazioni di NoiDonne, storica rivista dei movimenti femminili uscita nel 1944 dalla clandestinità per cominciare le pubblicazioni che durano ancora oggi. La direttrice Tiziana Bartolini, intervenuta ieri, ha ricordato come questo anniversario cada in un momento di crisi drammatica del paese, come sia un “privilegio” ascoltare la “viva voce delle protagoniste di allora”, ma anche come ci troviamo a “riconquistare ogni giorno la possibilità di essere qui a celebrare”.

Questa, dice la giovane redattrice di NoiDonne Silvia Vaccaro, “è una storia che dovrebbero conoscere tutte le ragazze della mia generazione, che oggi sono così affrante. Fa capire come anche in un momento drammatico come la guerra si possa fare tanto, con dignità e coraggio”.