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Una scuola-ponte a Banglatown per aiutare le bengalesi ad integrarsi

Lo "spazio protetto" a Torpignattara accoglie donne che per motivi familiari, religiosi e culturali non possono frequentare corsi misti. Oltre all’insegnamento dell'italiano offre formazione professionale, introduzione al mondo lavorativo e sostegno psico-sociale

Marranella e Torpignattara sono nomi molto familiari agli abitanti di Roma e, fino a qualche anno fa, erano conosciuti soprattutto come una delle periferie storiche della città dove abitavano i “ragazzi di vita” raccontati da Pasolini. Oggi in molti si riferiscono a questa zona come Banglatown, dove vive e lavora la più grande comunità italiana di cittadini arrivati dal Bangladesh.

Durante gli anni ’80 il municipio si stava spopolando, a causa dell’età avanzata dei residenti e delle condizioni precarie delle abitazioni. Poco a poco i migranti sono riusciti a prendere in affitto gli appartamenti lasciati vuoti dai vecchi abitanti e a creare un modello di stanzialità inedito per l’Italia, con una forte concentrazione nazionale (la quasi totalità dei nuovi residenti è bangladese, con alcune piccole comunità del Nord Africa), una presenza di famiglie invece che di singoli, e un tessuto commerciale gestito dagli stessi (nuovi) residenti.

“Nel 2005, quando abbiamo cominciato le nostre attività educative, lavoravamo con i bambini della Scuola Pisacane (nota alle cronache per l’altissima percentuale di alunni stranieri, che costituiscono oltre il 95% del totale, ndr)” ci racconta Behts Ampuero, dell’Associazione Asinitas. “Cercavamo di accelerare il loro inserimento a scuola aiutandoli a imparare meglio l’italiano, visto che a casa parlavano quasi esclusivamente la lingua del paese di origine dei genitori. Dopo qualche tempo ci siamo accorti che c’era il desiderio di intraprendere questo percorso di conoscenza anche da parte dei genitori e abbiamo pensato a come poterlo realizzare”.

Mentre i capi famiglia sono al lavoro, hanno più contatti con gli italiani e più occasioni per imparare la lingua, arrivano le prime mamme a chiedere di partecipare ai corsi, poi altre ancora. E la Scuola Pisacane non ha più spazi a sufficienza per ospitare bambini e adulti. Nella stessa strada c’è una ex scuola gestita dal municipio, che la mette a disposizione di Asinitas e delle sue attività che, oltre all’educazione, comprendono l’accoglienza di minori e adulti stranieri, la formazione professionale, l’introduzione al mondo lavorativo e il sostegno psico-sociale.

“Quasi tutte le mamme degli alunni della Pisacane arrivano in Italia appena sposate, per raggiungere i mariti. A volte si sposano per procura e il viaggio per arrivare in Italia rappresenta anche il passaggio dalla condizione di figlie a quella di adulte. L’impatto non è semplice” ci dice Valentina Anselmi, che si è avvicinata ad Asinitas per fare il tirocinio post laurea e poi è rimasta come operatrice. “Fisicamente vivono in un mondo che non conoscono, del quale spesso hanno paura e nel quale non sanno come muoversi; ma con il cuore restano a lungo legate al loro mondo familiare lontano. Per anni le cose possono continuare in questo stato di sospensione e di nostalgia”.

Queste donne hanno anche una scarsa motivazione a imparare l’italiano perché possono tranquillamente vivere nel proprio quartiere parlando il bengalese. Quasi tutte le attività commerciali sono di proprietà di connazionali e la vita sociale rimane confinata alla propria comunità di origine. Fino a quando non arriva un elemento di comunicazione forzata con il nuovo contesto: i figli, le loro esigenze sanitarie, educative e altre ancora, che non possono essere risolte senza rivolgersi alle istituzioni e amministrazioni locali.

“Abbiamo pensato a una scuola-ponte, uno spazio protetto che potesse accogliere anche quelle donne che per motivi familiari, religiosi e culturali non possono frequentare corsi misti. E abbiamo allestito un nido, per permettere loro di portare con sé i figli più piccoli” prosegue Valentina.

Nel corso degli anni Asinitas ha sviluppato un proprio metodo didattico che favorisce la collaborazione in classe, l’autovalutazione del lavoro svolto, l’attività corporea e manuale, e valorizza le storie di coloro che, per una concomitanza di aspirazioni personali, scelte e imposizioni, lasciano il proprio paese per venire in Italia.

La scuola è aperta tutto l’anno, perché molte allieve ritornano nei paesi di origine per qualche mese e poi rientrano. Le iscritte sono circa 120 e provengono da tutta Roma e anche dall’hinterland.

“Quelle che partecipano più attivamente sono un’ottantina e sono le donne che abitano nel quartiere, che hanno i figli che frequentano lo scuola e sono necessariamente più stanziali. Molte sono rimaste con noi anche dopo aver finito di studiare l’italiano e fanno da tramite con le nuove arrivate” dice Behts. “Insieme a loro e grazie ai contributi del comune, della regione e ad altri premi e riconoscimenti che nel tempo abbiamo ottenuto col nostro lavoro, siamo riusciti ad organizzare percorsi di orientamento e formazione professionale, per proseguire il percorso di integrazione”.

“Certo, i fondi sono sempre pochi e ‘a progetto’, non ci consentono di programmare nel lungo periodo”, continua Behts. “Invece le persone si rivolgono a noi anche per prospettive temporali maggiori. Ad esempio ci dicono: ‘L’anno prossimo mi raggiungerà mia moglie. Appena arriva veniamo per iscriverla a scuola’. È un motivo di orgoglio essere diventati un riferimento così stabile per tutta una comunità. Non soltanto per chi è qui da qualche tempo, ma anche per chi ancora deve arrivare”.