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Susan Dabbous: dopo il rapimento in Siria continua a raccontare le guerre dimenticate

La giornalista freelance italo-siriana il 3 aprile del 2013 è stata rapita da Jabhat al Nusra, un gruppo legato ad al-Qaeda, ritrovandosi "soggiogata da giovanissimi armati dei loro dogmi e dei loro fucili spianati”. Ma non ha perso la voglia di fare il suo mestiere

Susan Dabbous è una giornalista freelance italo-siriana, che collabora con diverse testate italiane, tra cui SkyTg24. Vive tra Beirut e Gerusalemme e dal 2011 è impegnata a seguire gli eventi mediorientali. Il 3 aprile del 2013 è stata rapita in Siria insieme ad altri tre reporter italiani che si trovavano in quei territori per girare un documentario. A sequestrarli, nel villaggio cristiano di Ghassanie, è stato Jabhat al Nusra, un gruppo legato ad al-Qaeda. La liberazione è arrivata dopo ben 11 giorni di prigionia, grazie a un accordo concluso dai Servizi segreti italiani.

Reduce da questa durissima esperienza, Susan ha scritto un libro, intitolato Come vuoi morire? Rapita nella Siria in guerra, edito da Castelvecchi (disponibile in ebook anche nella versione inglese How Would You Like to Die?), nelle cui pagine si trova una cronaca lucida ed emotivamente toccante dei giorni trascorsi insieme ai suoi carcerieri.

La reporter è esperta di Medioriente e ha passato gli ultimi tre anni della sua vita tra Gerusalemme, il Libano, la Siria e l’Iraq, ma ci racconta che solo in seguito all’esperienza diretta a contatto con il gruppo di jihadisti che l’hanno sequestrata è riuscita a dare un volto in carne e ossa a queste figure: “Le definizioni utilizzate per identificare queste persone per me non corrispondono più a delle parole vuote, a dei contenitori convenzionali. Perché dopo un’esperienza del genere diventano degli interlocutori. Ad esempio, quando parlo dei guerriglieri di Isis, mi ricordo che sono persone con le quali ho avuto a che fare”.

Peraltro – racconta la giornalista – si tratta di ragazzi molto giovani, spesso di 16, 18 anni, “ragazzi ai quali ti verrebbe da dire, da persona più grande ‘Pensi di avere la verità in mano, ma sei solo uno strumento!’. I guerriglieri lo fanno per scelta, hanno un’incrollabile convinzione, credono fermamente nella Guerra Santa. E tu, persona più grande d’età, uomo o donna di struttura e di carattere, sei resa mansueta, ti ritrovi sottomessa e soggiogata da questi giovani armati dei loro dogmi e dei loro fucili spianati”.

Dopo la cattura, Susan Dabbous è stata inizialmente reclusa in una casa-prigione dove erano tenuti altri prigionieri che venivano torturati: “È stato un momento terribile, come donna. Era un ambiente molto sporco e violento”. Successivamente è stata affidata a Miriam, la moglie tunisina di uno dei jihadisti, ed è stata sistemata in un contesto domestico dove ha avuto la possibilità di lavarsi e di imparare la preghiera islamica.

“La jihad siriana – ci racconta la giornalista – è per certi versi diversa dalle altre. Le donne nelle altre jihad non seguivano i mariti, ma in Siria, dove è più facile accedere, i guerriglieri hanno portato anche le mogli, e alcuni di essi si sono sposati direttamente in quei luoghi. Il ruolo delle donne della jihad è quello di seguire il marito e gestire la casa. E Miriam aveva una forza incredibile nel gestire lo stress della guerra, una forza che per noi è però equivalente a un vero e proprio delirio. Mi ha colpito in lei il contrasto tra l’entusiasmo che mostrava nei confronti della vita e allo stesso tempo la totale abnegazione al culto del martirio e della morte”.

Proprio con la sua nuova carceriera Susan ha dovuto affrontare una domanda raggelante che le ha anche ispirato il titolo del libro: “Qual è la tua morte preferita?”. “Quella di Miriam non voleva essere una minaccia nei miei confronti – ci spiega la giornalista – ma una domanda fatta con naturalezza e superficialità, da parte di una persona per la quale la morte ha un significato molto diverso da quello che ha per noi. Nella cultura di Miriam il paradiso è molto concreto e presente, e quindi la vita è vissuta come una preparazione alla morte. La morte preferita è quindi la morte che ti coglie durante un gesto alto: durante la preghiera, ad esempio”.

Trascorsi quei giorni durissimi e intensi, Susan Dabbous ha ricominciato subito a fare il suo lavoro, che è quello di raccontare le storie dei civili durante la guerra. “Dopo il rapimento sono tornata in Libano, dove vivevo – ci racconta – ed è stato un modo per riavvicinarmi alla Siria. Di certo non tornerò mai più in quei territori illegalmente, ma continuerò a raccontare cosa succede, anche perché il tempo passa e dopo tre, quattro anni, i conflitti di questo tipo diventano guerre dimenticate, che non interessano più a nessuno”. La giornalista ha collaborato con Save The Children realizzando un progetto sulle famiglie siriane, giovani coppie con bambini piccoli che arrivano in Italia in cerca di una seconda possibilità.

Tra i progetti futuri di Susan, che continuerà a viaggiare e a raccontare queste difficili realtà, non manca l’idea di mettere su famiglia, a cavallo tra l’Italia e il Medioriente. “Per molte colleghe – ammette – il fatto di trovarsi in una situazione precaria, sia dal punto di vista geografico sia da quello professionale, rappresenta un limite insuperabile. Ma io non voglio rinunciare ad avere una famiglia. Alla fine, è una questione di volontà”.