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Femminismo musulmano e Gender Jihad per l’emancipazione di tutte le donne

Perché per le attiviste musulmane – ad eccezione delle negazioniste, spesso giovani emigrate in Europa e USA, dove hanno completato la propria educazione – la riflessione religiosa, così come la pratica dell'Islam, è centrale

Amina Wadoud, autrice de Il Corano e le donne. Rileggere il testo sacro in una prospettiva di genere, nel 2005 ha suscitato scalpore per aver guidato, in una chiesa anglicana a New York, la preghiera per un gruppo misto di fedeli. Asra Nomani, inevece, femminista americana, ha fondato Daughters of Hajar, affrontando temi chiave come l’imamato femminile. Aysha Abdelrahaman, infine, cominciò i propri studi con uno sciopero della fame per convincere il padre a farle frequentare l’Università. Ci riuscì e divenne così un’intellettuale riconosciuta in tutto il mondo arabo, capace di contribuire alla formazione di generazioni di studiosi e di pensatori. Ecco chi sono alcune delle donne di riferimento del Gender Jihad, corrente femminista musulmana, raccontata da Marisa Iannucci, ricercatrice, attivista e presidente di LIFE, lega islamica femminile europea, e dalle donne che si sono incontrate a Ravenna nel 2013 per discutere di femminismi e prospettive – evento il cui contenuto è raccolto nel testo Femminismi musulmani. A proposito di Gender Jihad, appena edito dalla libreria digitale femminista ebook@women.

Atee, musulmane, cristiane, tutte femministe – compreso un uomo, musulmano, spagnolo – hanno dato vita a un dibattito utile ad approfondire un fenomeno non sempre noto nel mondo occidentale. Ma non solo. Insieme, con sguardi diversi, hanno avuto il merito di mettere il luce il comune velo che, come una trama fatta di pregiudizi, comportamenti, abitudini consolidate nel tempo, copre gli occhi delle persone, a più latitudini: il patriarcato. Eppure, scrivono, esiste una profonda differenza tra movimenti femministi occidentali e il Gender Jihad e riguarda il rapporto con la religione. Per le donne e le attiviste musulmane – ad eccezione delle negazioniste, spesso giovani emigrate in Europa e USA, dove hanno completato la propria educazione – la riflessione religiosa, così come la pratica dell’Islam, è centrale. Perché, in sostanza, si può intervenire sulla fiq, la giurisprudenza, ma non sulla shari’a, il codice morale derivato direttamente dal Corano e dalla Sunna. Insomma: la libertà della donna è nell’interpretazione.

“Il movimento femminista cosiddetto musulmano e diffuso tra le musulmane della diaspora, ovvero sparse in tutto il mondo, si concentra sulle leggi – spiega, infatti, Marisa Iannucci, raggiunta da Donneuropa – ovvero sulle norme che regolano lo statuto personale. I codici di famiglia – continua – sono spesso discriminatori e la disparità tra uomo e donna viene giustificata con l’interpretazione della Shari’a”.

La famiglia, insomma, come ultimo baluardo alla differenza, a volte alla segregazione, spesso alla disparità. Ma non avviene lo stesso anche in occidente?

Eppure c’è chi, qui, non ha capito la peculiarità e la forza dei femminismi musulmani e del Gender Jihad in particolare – tra le tante correnti, infatti, l’uso del plurale è d’obbligo. È il caso per esempio delle Femen, ucraine, le quali hanno manifestato in sostegno delle sorelle musulmane secondo le modalità loro proprie: a seno nudo. Il risultato? La nascita di Muslim Women Against Femen, un gruppo sorto per esprimere il proprio sdegno di fronte a una forma nuova di tutoraggio dell’Occidente. Come se, in sintesi, non bastasse quello già messo in opera dagli uomini.

Se comprendersi fino in fondo, quindi, richiede dialogo vero e apertura – perché, come spiega Maria Luisa Boccia, filosofa della politica, nel libro, portiamo tutti un velo «come punto cieco da cui guardiamo l’altro» – spesso gli strumenti di azione contemporanei sono comuni. Su tutti i media digitali. “Una realtà interessante – racconta Iannucci in proposito – è il gruppo GIERFI, il gruppo internazionale di studio e riflessione sulla donna e l’Islam, che ha sede a Barcellona e a Rabat. Una esponente è Asma Lamrabet, medico a Rabat. Oppure Sister in Islam o Karama fondato da Hibaaq Osman nel 2005, con sede al Cairo e ad Amman. In Afghanistan, invece, è attiva RAWA la Revolutionary Association of the Women of Afghanistan, di cui ho avuto la possibilità di conoscere alcune esponenti”.

Insomma, come spiegano anche le curatrici del libro, torna in auge un vecchio slogan degli anni Settanta: il privato è pubblico. E, anche grazie alla Rete, oggi è molto più eterogeneo e diffuso. Ma sempre fonte di libertà femminile.