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I centri antiviolenza in Italia rischiano di chiudere tutti, è ora di agire

A furia di correre si rischia di perdere qualche pezzo per strada. Come un piano antiviolenza, ad esempio, scaduto nel novembre 2013 e non ancora rinnovato, nonostante sia previsto nella Convenzione di Istanbul, in vigore dal 1 agosto prossimo. O come l’affidamento della delega alle pari opportunità ancora nelle mani del Presidente Matteo Renzi alle prese ora anche con l’avvio del semestre europeo. E allora in questa corsa sfrenata magari c’è il rischio di stanziare la copertura della legge sul femminicidio in modo arbitrario e poco comprensibile a chi da anni si occupa di violenza di genere.

Come tutti quei centri antiviolenza e case rifugio che, stando alle indicazioni date dalla Conferenza Stato Regioni della settimana scorsa, avranno appena 6mila euro per il biennio 2013/14. Soldi, denuncia D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza), che non bastano nemmeno per pagare le bollette. Eppure il finanziamento è molto più cospicuo.

Una torta da 17 milioni di euro così ripartita: quasi 6 milioni di euro per nuovi centri antiviolenza, 9 milioni per gli interventi regionali già in essere per il sostegno alle vittime e ai loro figli e i già citati 2,2 milioni di euro per i 352 (quelli mappati dal Governo) tra centri antiviolenza e case rifugio. Una mappatura cominciata dall’ultimo ministro alle Pari Opportunità Josefa Idem e ultimata non si sa bene con quale criterio.

Il timore è che nel calderone siano finiti anche piccoli sportelli inefficienti o nati per motivi clientelari. Ma a pensar male si fa peccato e allora si rimanda a un’altra delle parole chiave del Governo Renzi: la trasparenza. Con quali criteri è stata stilata la mappa? Quali sono stati gli standard seguiti? E ancora che fine farà quella larga fetta della torta da 15 milioni di euro?

Andrà alle Regioni, che finanzieranno progetti sulla base di bandi: “una scelta- sottolinea D.i.Re – per sostenere ‘centri’ e sportelli istituiti last minute, oltre che per istituzionalizzare i percorsi di uscita dalla violenza delle donne”. Una decisione, oltretutto, in controtendenza rispetto alla stessa Convenzione di Istanbul che all’art.8 prevede “adeguate risorse finanziarie e umane per la corretta applicazione delle politiche integrate, misure e programmi per prevenire e combattere tutte le forme di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione, incluse quelle svolte da organizzazioni non governative e dalla società civile”.

L’accusa, che viene lanciata da chi ha fatto della lotta contro la violenza di genere una missione, è che il Governo non intenda rinunciare a “intercettare” quei fondi. Perché viene destinato solo un misero 10% a tutte quelle realtà che con dedizione lavorano da anni per ridare indipendenza e autonomia alle donne vittime di violenza? Con 6mila euro in due anni vengono disattese tutte quelle speranze fin qui riposte, scatenando anche una possibile guerra tra poveri. Soprattutto perché non si fa alcuna distinzione tra centri pubblici e privati, che hanno obbligatoriamente costi diversi per sedi, utenze e personale. In ogni caso briciole che, non solo non serviranno a ritrovare casa, ma che a malapena la terranno in piedi.