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Louise Pommery e Barbe-Nicole Clicquot: lo champagne è un affaire da donne

Interdette dalle cantine e dalle caves le donne hanno trovato nondimeno ruolo, posto e merito dentro l’ennesimo universo maschile, dimostrando che l’amore e la cultura del vino non sono esclusiva e privilegio di un genere

Si dice sempre (e senza riguardo) che il vino è un affare da uomini, tuttavia lo champagne, sovrano effervescente dei vini, si è perfezionato per iniziativa, intelligenza, intraprendenza e visione di due signore francesi. Vedove loro malgrado e imprenditrici a dispetto della società ottocentesca, che limitava la donna e le sue aspirazioni all’ambito tradizionale della famiglia e della casa, Louise Pommery e Barbe-Nicole Clicquot sono sopravvissute al lutto e agli influssi conservatori, rilanciando il business dei rispettivi mariti e rivendicando il loro titolo di vedove, che all’epoca declassava le donne a cittadine di secondo ordine.

Se Jeanne Alexandrine Louise Mélin si limitò ad applicare sull’etichetta il nome acquisito sposando Alexandre Pommery, Barbe-Nicole Ponsardin notificò il suo stato civile conservando il cognome del consorte (François-Henri Clicquot) e fissando Veuve Clicquot sulla celebre etichetta gialla.

Nasce così nel 1810 la Maison Veuve Clicquot-Ponsardin, che subentra alla società Clicquot&Fils. Motivato da una necessità giuridica – una donna non aveva ‘diritto di contabilità’, ovvero niente conto in banca, niente assegni fino al momento in cui non si sostituiva al marito – il cambio nominativo diceva chiaro e diceva a tutti chi dirigesse adesso l’azienda, un’azienda che non si limiterà al commercio al seguito della fiaccata fanteria napoleonica ma diventerà soprattutto produttrice di Champagne.

Rimasta vedova a soli ventisette anni, Madame Clicquot regnerà per sessant’anni prendendosi i rischi di espandere la sua attività “al di là di tutti i confini”, producendo il primo champagne millesimato della regione della Champagne, realizzando il primo rosé d’assemblage e mettendo a punto la table de remuage, appositi cavalletti inclinati per veicolare i sedimenti verso il collo della bottiglia. Questa invenzione, che permette di classificare i vini e di lasciarli limpidi e chiari, ha rivoluzionato il mondo dello champagne e ancora oggi è un procedimento indispensabile per la sua produzione.

Determinata e audace, si circondò di uomini all’altezza, la sua. Rappresentanti avventurosi e reclutati personalmente nelle capitali europee, i suoi delegati aggirarono l’embargo navale imposto dalla Marina Britannica alla Francia di Napoleone, rifornendo con diecimila bottiglie la corte di San Pietroburgo e trasformando la Veuve Clicquot e il Veuve Clicquot in una leggenda. Navigando i marosi e la crisi economica determinata dalle sanzioni imposte alla Francia con il Secondo trattato di Parigi (1815), la vedova Clicquot trattò con le truppe di occupazione, sigillò gli ingressi delle caves per scongiurare la depredazione dei prussiani e offrì ‘da bere’ agli ufficiali russi che sarebbero diventati presto suoi fedelissimi (e facoltosi) clienti. Conosciuto a San Pietroburgo col nome di Klikoskoïe, lo champagne di Madame Clicquot fu consumato e celebrato addirittura da Puškin, che nei versi di Evgenij Onegin lo stima “bevanda degli dei”.

Prima dei movimenti femministi e del suffragio femminile, acquisito in Francia nel 1945, la vedova Clicquot deflagra dentro il mondo (vinicolo) conservatore e maschile, diventando la prima donna a dirigere una Maison de Champagne e una delle donne di affari più importanti dell’epoca. Irriducibile innovatrice e creatrice anzitempo delle moderne tecniche di marketing, fece riprodurre sulle fascette delle bottiglie una cometa, che è diventata il logo annunciatore della maison.

Auspicio di buon raccolto e di buon vino, la cometa visibile ad occhio nudo sui cieli della Champagne-Ardenne nel 1811, è la stella sotto cui è nata la visione di Barbe-Nicole, che tre anni dopo produce “le vin de la Comète” e lancia il proprio marchio oltre il giardino e là dove il marito non era mai riuscito. Ritiratasi nel 1841 dagli affari e nel suo château de Boursault, morì nel 1866 titolata come Grande Dame e riconosciuta nei secoli con un premio annuale rivolto alle donne imprenditrici che si sono distinte nella direzione di un’azienda vinicola.

Prima di lasciare le belle cose terrene realizzate con tanta tenacia, Madame Clicquot potè assistere al debutto e all’ascesa di un’altra vedova champenoise. Passata alla storia col suo beneplacito e il cognome del marito, Louise Pommery assunse a trentanove anni la direzione dell’azienda già avviata e conosciuta dello sfortunato consorte, facendone in vent’anni una maison d’eccezione, che passerà da una produzione di cento mila bottiglie all’anno a una produzione di due milioni.

Madre di due bambini e appassionata della cultura inglese, che apprende con la lingua nei suoi soggiorni a Londra, Madame Pommery fece edificare uno château elisabettiano a Reims. Un castello accomodato sopra un ‘tesoro’ che ‘riposa’ nella penombra e nel silenzio, a una profondità di trenta metri e a una temperatura costante di dieci gradi. Ricavate da antiche cave di gesso di origine gallo-romana, le cantine Pommery custodirono (e custodiscono) le preziose bottiglie di Louise, allineate nelle loro nicchie ad arco e addormentate in un sonno lungo sette anni. Aperto ancora oggi ai visitatori, l’antro magico di madame Pommery, a cui si accede scendendo centosedici scalini, divenne il luogo adatto alla creazione dello champagne come oggi lo conosciamo.

Stimolata dal mercato inglese e dal gusto dry britannico, chiese a Victor Lambert, chef de cave de la Maison, di ridurre lo zucchero ed elaborare uno champagne più secco rispetto a quello demi-sec, tradizionalmente consumato come vino da dessert. L’intuizione davvero audace, perché lo zucchero aggiunto mascherava le debolezze del vino, migliorò la sua qualità realizzando nel 1874 il Pommery Brut Nature, il primo Champagne Brut, oggetto di un’ode magniloquente e nostalgica sul magazine inglese Vanity Fair del dicembre 1894.

Armata di ingegno e di revolver, con cui ‘disarmò’ un ufficiale prussiano deciso a farle visita senza essere invitato, Madame Pommery s’impose e impose il suo gusto Brut Nature al mondo, rendendo impossibile da quel momento degustare lo champagne sucrés (dolce) del XIX secolo. Morta nel 1890, Louise Pommery ha conquistato un ruolo di primo piano dentro anni impensabili, in cui gli uomini condividevano con una donna il piacere del vino ma si riservavano il privilegio di produrlo e servirlo.

Interdette dalle cantine e dalle cave – la loro semplice presenza convertiva il vino in aceto (dicevano) – le donne hanno trovato nondimeno ruolo, posto e merito dentro l’ennesimo universo maschile, dimostrando che l’amore e la cultura del vino non sono esclusiva e privilegio di un genere. Étoiles della Champagne, le vedove Clicquot e Pommery hanno ingentilito e innalzato lo champagne, ribaltando i loro destini, respingendo l’idea che una donna non sia senza consorte, ispirando altre vedove (Apolline Henriot, Augusta Devaux, Mathilde Perrier, Camille Olry-Roederer, Lily Bollinger) e invitando altre donne (produttrici, enologhe, agronome, viticoltrici, chef de cave, direttrici artistiche, enotecarie, ristoratrici) a levare la coppa e a coniugare il vino al femminile.

Persistenti come le bollicine dei loro champagne, Louise e Barbe-Nicole risalgono la Storia in un moto perpetuo e in un’unica colonna effervescente, rilasciando una collana di perle e un ventaglio di profumi che ci dicono della terra dove sono nate e dove il loro vino è nato, una terra difficile, un campo di battaglie aspre (Ardenne) e dolci (Champagne). À votre santè.