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Monica Lewinsky: “Sono stata umiliata soprattutto dalle donne”

In un lungo articolo scritto per l’edizione americana di Vanity Fair, "la regina americana del pompino" rivela di saper scrivere, e anche bene. Ma la parola più usata in quattro pagine di ricordi e riflessioni è umiliazione. E Monica punta il dito contro le "femministe incattivite"

Non più di una settimana fa un maschio alfa che conosco bene e che all’epoca dello scandalo lavorava a Washington per il senatore Joe Leiberman parlando di Monica Lewinsky mi ha detto: “Era bruttina. Lo è sempre stata. Non era la stagista bellissima che dopo che ti gira per l’ufficio per un mese tu non resisti e incominci a pensare di portartela a letto. Se non si fosse buttata lei addosso a Clinton, lui non l’avrebbe neanche mai notata”.

In un mondo – politico e non – in cui tutti fanno sesso con tutti, è chiaro che la discriminante non può essere lo status sociale, del tipo lei single vs lui sposato con figli, ad attribuire la colpa. No. La vera colpa è l’avvenenza, o meglio la mancanza di essa. Come a dire che se sei Belen puoi anche puntare all’uomo più potente della terra, se sei una ventiduenne appena uscita dal college con evidenti problemi di sovrappeso e senza neanche un’amica vera, be’ almeno abbi la decenza di accontentarti dell’equivalente americano di un sottosegretario. Se non ce l’hai sono cavoli tuoi, rischi di sfracellarti. Poi, però, non venire a lamentarti e non sperare nella comprensione altrui. Non l’avrai.

Dal tradimento più famoso della storia recente a oggi sono passati 16 anni. Monica Lewinsky le ha provate tutte: diventare un personaggio televisivo, fare la pubblicità della Weight Watchers, sparire, cercare un lavoro a Londra, fidanzarsi con uno normale. Niente ha funzionato per cambiare l’opinione che il mondo ha e avrà sempre su di lei e che uno studente, durante uno speciale televisivo per la rete Hbo registrato nel 2001, ha riassunto in questa domanda: “Come ci si sente a essere la regina americana del pompino?”.

L’episodio lo racconta lei stessa in un lungo articolo, scritto per l’edizione americana di Vanity Fair, sorprendente e prevedibile insieme. La sorpresa: Lewinsky sa scrivere, e anche bene. La prevedibilità: la parola più usata in quelle quattro pagine è umiliazione. “Nel 1998 sono stata la persona più umiliata del mondo”. E non intende solo dai media, dai paparazzi, dagli estranei, dai Clinton, dall’Fbi, dall’amica Linda Tripp – quella con cui si confida e che va a raccontare tutto alla pubblica accusa Kenneth Stark – da tutti quei politici e non che in questi anni l’hanno tirata in mezzo a soli scopi di campagna elettorale, da quelli da cui andava a fare colloqui di lavoro per poi sentirsi rispondere che non la potevano assumere perché “sa com’è, c’è sempre la possibilità che Hilary Clinton diventi il nuovo Presidente degli Stati Uniti”.

La forma più dolorosa e amara di umiliazione che Lewinsky dice di aver subito è da parte dalle donne, da quelle femministe da cui si aspettava una parola, un cenno, un aiuto. E da cui ha ricevuto solo altra umiliazione, vergogna, dileggio. Come nel gennaio del 1998, quando un gruppetto di moderne femministe – tra cui Erica Jong, Nancy Friday, Katie Roiphe, Patricia Marx – si incontra al ristorante Le Bernardin di Manhattan.

Quella che Lewinsky riporta è una discussione in cui, risolto all’unanimità e in fretta l’interrogativo: “È possibile fare sesso con il Presidente degli Stati Uniti e non raccontarlo a nessuno?” con la risposta: “No, è chiaro che no”, ecco, trovato accordo su questo punto fondamentale, le signore invitate si scambiano commenti sulla presunta scarsa igiene orale della Lewinsky, su quanto sia brutta in confronto ad altre amanti storiche di presidenti (“Almeno Kennedy andava a letto con Marilyn”), su come tutto ruoti attorno al controllo: “Lui è intelligente, sua moglie è intelligente, è comprensibile che gli scatti la voglia di fare un po’ di stupido sesso orale con qualcuno non così brillante”.

Parole intrise di misoginia quanto e più di quelle degli uomini, maschio alfa dell’incipit compreso. Che poi è forse l’insegnamento più importante di tutta questa faccenda, per Lewinsky, ma anche per quelle di noi che ci sono passate: quando c’è da dare contro a una donna, nulla è più efficace di un gruppo di donne incattivite.