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Quella ragazza lì, che avrei potuto essere io. Lettera immaginaria dal centro di primo soccorso di Pozzallo

Voglio un futuro. Perché sono nata in Africa e futuro è una parola che non si pronuncia mai. È una parola europea. Molti fratelli che hanno fatto lo stesso percorso sono morti inghiottiti dal mare, sono morti senza nome e senza futuro

Mi siedo davanti la porta di questa grande stanza che per ora è la mia casa, sotto la luce che scende dritta dalla finestra. Sono da sola, è tarda mattina, le altre stanno facendo i turni per il bagno. Io sono andata prima, mi sono alzata presto, ho già pettinato i miei lunghi capelli e li ho raccolti. Mi piace sentire i riflessi del sole che entrano dal tetto e mi colpiscono lasciandomi nell’ombra. Dobbiamo rimanere in ombra per poter andare lontano. L’ho imparato dal mio primo giorno di viaggio. Da quando ho lasciato la mia terra e la mia famiglia. Sono sola. Ho 19 anni. Sono una clandestina eritrea in Italia.

Sappiamo tutti, eritrei e somali soprattutto, che non vogliamo rimanere in Italia, vogliamo raggiungere il Nord Europa dove molti di noi hanno la famiglia ed è per questo che io, come gli altri, non abbiamo dato il nome. Se lo avessi fatto, secondo gli accordi di Dublino che i paesi Europei hanno formulato per i richiedenti asilo io non potrei lasciare più l’ Italia nel momento in cui sono identificata. E allora stiamo in silenzio. Siamo i “senza nome”. Abbiamo camminato e viaggiato molto e navigato per ore e giorni stipati come pesci boccheggianti dentro le onde nere del mare. Quando le navi italiane mi hanno salvato dal mare e ho raggiunto la terraferma mi sono inginocchiata e ho baciato il suolo, così come i miei fratelli eritrei. Questa è l’Italia e io sono ancora viva.

Per raggiungere le coste libiche dall’Eritrea, così come i nostri fratelli somali, abbiamo attraversato il deserto e numerosi posti di controllo. Abbiamo pagato più di settecento dollari per non farci lasciare nel deserto di notte dalle jeep che “casualmente” passando di lì, ci offrivano un passaggio per la salvezza, un viaggio per Tripoli che spesso si concludeva improvvisamente in un luogo diverso senza aver ancora raggiunto la meta. Spesso i trafficanti di viaggi chiedono oltre ai soldi anche le donne. Io sono stata fortunata. Non mi ha toccato nessuno. Nemmeno durante il viaggio. Ma non è lo stesso per tutte.

Lo scafista durante la traversata mentre non potevamo muoverci perché altrimenti rischiavamo di cadere in acqua e morire, ha fatto il porco con una mia connazionale. Piangeva e urlava la mia sorella africana ma nessuno poteva parlare, e nessuno poteva muoversi. Gli scafisti usano la forza, picchiano e buttano in mare. Lo hanno arrestato, il porco, appena abbiamo messo piede in Sicilia. Loro, gli Italiani, quelli in divisa, sì, i poliziotti, sanno come riconoscerli. Gli scafisti sono tre solitamente e si confondono con noi clandestini prima che le navi italiane ci raggiungano, indossano i giubbini salvagente come noi e pensano che nessuno di noi parli e li denunci. Hanno telefonini satellitari con molti dollari accreditati, ma sopratutto i tratti del loro volto sono diversi dai nostri. È per questo che in Italia, quando sbarchiamo e ci fotografano, li riconoscono subito. Gli scafisti sono diversi, non hanno la nostra disperazione nel volto ma gli occhi taglienti dei trafficanti di anime.

Sono bravi i poliziotti, e i medici, e i volontari e tutti quelli che qui ci danno una mano. Questo è un CPSA, è un centro di primo soccorso e accoglienza. Poi dicono che ci smisteranno in altri centri. Ma le navi continuano ad arrivare, la burocrazia ha tempi lunghissimi ed è un continuo brulicare di persone che cercano di trovare soluzioni immediate all’emergenza. Sono tutti gentili anche se io non capisco spesso cosa dicono e la paura di incontrare qualcuno che voglia farmi del male non mi lascia. Hanno tutti una mascherina sul volto appena sbarchiamo, ci prendono con le loro mani forti e ci fanno lasciare l’acqua che traballa. Alcuni dei miei fratelli africani hanno premura di scendere, forse temono di non riuscire a fare quel metro che li separa dalla terra vera. Lo scafista prima di scendere dalla nave si era alzato per scavalcare gli altri. Gli hanno urlato di sedersi. Poco dopo quando è sceso lo hanno circondato in tanti e infilato in una macchina blu. Ho sentito solo la sirena andare via e nel mio cuore ho tremato, non sapevo cosa sarebbe accaduto dopo. I medici ci controllano più volte, chiedono se c’è qualche pregnant. Ce ne sono quattro nel mio barcone. Quanti pianti di neonato ho sentito in questi giorni. Le madri li stringono forte ma loro continuano a piangere. Gli Italiani temono che portiamo qualche malattia sconosciuta dal continente nero. Io non sono ammalata, non più.

Tenere la pipì in mare mi ha fatto scatenare una cistite emorragica, pipì e sangue e un bruciore di fuoco che mi assaliva il corpo da volermi gettare in mare e morire. Mi hanno portato in infermeria appena ho raggiunto questo posto. Poi mi hanno dato un farmaco, una borsa e un letto. Ci sono tanti letti a castello e altri materassi sono disposti a terra, non ci entriamo tutti altrimenti. Siamo tanti lo so. Un’altra ondata di fratelli africani sta per arrivare e il centro di Pozzallo ha soltanto 180 posti letto. Oggi ne arrivano 400 mi hanno detto e ci sono di nuovo tanti bambini. Dall’inizio dell’anno e sono solo 4 mesi siamo arrivati in quasi cinquemila. Ho indossato la tuta trovata nel borsone, c’erano anche le tovaglie pulite, uno spazzolino e un dentifricio e anche il cambio, gli slip e le calze. Nella mia borsa piccola portata dall’Africa avevo pochissime cose. Io mi spazzolo i capelli e li raccolgo prima di sedermi accanto alla porta nel mio posto di luce. Vedo entrare una ragazza con una macchina fotografica al collo. Mi alzo e mi metto da parte. Mi sciolgo i capelli e me li lego nuovamente. C’è gente sconosciuta che continua a entrare e a guardarci come gli animali dentro le gabbie dello zoo. O almeno io la penso così perché ho paura. Siamo lo spettacolo della fame del sud del mondo. I miei fratelli africani senza scarpe giocano nella stanza accanto, il refettorio lo chiamano, con un pallone. Altri guardano la partita in tv. Loro riescono a pensare che fuori c’è una possibilità nuova. Siamo in Italia. Basta questo.

Un fratello del Ghana a 13 anni è stato imbarcato dalla sua famiglia. Gli hanno detto che adesso può studiare. Dice che i genitori gli hanno pagato il lasciapassare per il futuro. Sorride. I denti bianchi brillanti riempiono il suo volto nero. Continuo a guardare la ragazza con la macchina fotografica al collo. Non la usa qui dentro perché siamo senza nome ma abbiamo un volto. Se qualcuno di noi ha richiesto asilo è sotto protezione internazionale. Vedo che ha un velo negli occhi. Forse capisce che questa è la nostra possibilità, forse ha letto qualcosa del nostro dolore. Ma io non voglio pietà, voglio la libertà. Voglio lavorare, studiare perche no? Sono giovane. Voglio un futuro. Perché sono nata in Africa e futuro è una parola che non si pronuncia mai. È una parola europea. Molti fratelli che hanno fatto lo stesso percorso sono morti inghiottiti dal mare, sono morti senza nome e senza futuro. Tra 48 ore dicono che qualcuno partirà per un altro centro si accoglienza. Io non ho dato il mio nome, se non lo do non mi spostano e se lo do non posso lasciare l’Italia. Non so quale sia la strada migliore ma adesso che sono arrivata qui non voglio tornare indietro.

Alle sedici arriva il nuovo barcone. L’operazione “Mare Nostrum” messa a punto a ottobre dalla marina militare Italiana fa sì che i nostri fratelli ed io stessa veniamo ripescati in alto mare dalle navi italiane. Lo fanno per evitare che moriamo in mare come è successo a largo di Lampedusa qualche mese fa, mi hanno raccontato. Per questo motivo gli scafisti hanno anche abbassato i prezzi. Sanno di dover fare meno strada e possono caricare più persone. Dicono gli Italiani che così non funziona, perché per aiutare noi si aiuta la criminalità. Parlano di questo gli uomini che ci guardano come allo zoo, parlano di quale soluzione ci deve essere per noi che siamo in più sulla Terra e se non moriamo in mare qualcuno deve aiutarci.

All’una arriva il pranzo. Mangio i maccaroni. Oggi c’è il sole fuori, non è il sole dell’Africa. Tira vento ed è fresco. Mangio i maccaroni nel mio posto di luce. Le altre si sono addossate a me. Sembriamo uccellini che vogliono spiccare il volo. Questo è il nostro nido, arruffati con i nostri capelli crespi e neri ci avvolgiamo nelle coperte dal vento che entra dalla porta. La ragazza con la macchina fotografica va verso la banchina, prima si gira e mi sorride. Io no ma alzo la mano. La saluto. Magari la rivedrò fuori. In qualche parte del Nord Europa mentre cammino libera tornando dal lavoro. Allora le regalerò un sorriso per la sua macchina fotografica. Così si ricorderà di me. Della sua sorella africana.