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Barbara Ababio, giovanissima, nera, candidata con Sel nella provincia padana

Di origini ghanesi è un'italiana di seconda generazione. Cresciuta in un feudo leghista, oggetto di nomignoli razzisti da quando andava alle elementari. Ora ha 23 anni e si candida con Sel come sindaco alle prossime amministrative nella provincia di Pordenone

È donna, è giovane, è protestante ed è nera. Barbara Ababio ce l’ha tutte per far parlare un po’ di sé. A maggior ragione se ha deciso di correre con Sel come sindaco di una “piccola patria” leghista come quella di Porcìa, in provincia di Pordenone, finita agli onori della cronaca perché sede di uno stabilimento dell’Electrolux. “Ma la mia candidatura non è una provocazione – spiega Ababio – perché sono italiana e penso di poter avere pieni diritti nel mio paese”. Non la pensano allo stesso modo alcuni suoi concittadini che, ad esempio, nel novembre scorso le hanno addirittura impedito di affittare una casa. L’appuntamento telefonico con l’agente immobiliare per vedere un appartamento era andato a buon fine.

Quando Barbara Ababio si è presentata di persona con la mamma ghanese, però, c’è stata la marcia indietro. “L’agente ci ha detto: qui è dura, i condomini e anche il proprietario non vogliono né persone di colore né extracomunitari, quindi è inutile che io vi faccia vedere l’appartamento per bene”. Per l’attuale sindaco di Porcìa, Stefano Turchet (Lega) si è trattato di un caso isolato. Eppure bastava scorrere la pagina facebook dell’Ababio per vedere immagini di oranghi e gommoni affiancati alle sue foto e inorridire di fronte ai commenti dedicati alla sua candidatura. Oggi quegli insulti sono stati cancellati, non prima di aver sporto denuncia al Questore di Pordenone, “più che altro per una questione di sicurezza nei confronti della mia famiglia”.

Così mentre sui campi di calcio spagnoli qualcuno ‘digerisce’ il razzismo morsicando una banana, a Porcìa si compone una lista di consiglieri che hanno tutti i colori del mondo, a sostegno della candidata ‘nera’. Ghana, Algeria, Niger, Burkina Faso, Turchia, Svizzera, Bangladesh, Togo e Repubblica Dominicana sono solo alcuni dei paesi rappresentati nella lista dell’Ababio. “Sono persone molto attive nella provincia di Pordenone. La mia candidatura ha un senso insieme a quei nomi perché si tratta di persone che sono nate qui e che, a volte, non hanno più legami con il paese d’origine, ma vogliono partecipare ed essere protagonisti sul territorio in cui sono cresciute e vivono”.

Li chiamano G2, i cittadini italiani di seconda generazione proprio come lei, nata a Palermo 23 anni fa da genitori ghanesi. “Io voterò per la prima volta quest’anno. Ho ottenuto la cittadinanza italiana solo nel giugno scorso”, proprio quando il tema dello ius soli aveva raggiunto i vertici dell’agenda politica. Poi quel che è successo dopo è noto a tutti e oggi, tra le riforme e le prossime elezioni europee, di quell’argomento quasi non si parla più.

Su al nord est non sono tanti quelli con la pelle nera. “Alle elementari ero l’unica. Quando ero piccola, mi chiamavano la negretta. Qualcuno lo faceva in modo offensivo, per altri era solo un nomignolo. Ma in fondo ero una bambina. Ora che sono cresciuta e soprattutto adesso che ho deciso di candidarmi, ho scoperto che in questa terra il razzismo è sottile: non puoi oltrepassare una certa linea”. Barbara è commessa in un negozio di vestiti in un centro commerciale e guadagna 1200 euro al mese. “Finché sono lì, vado bene, mi dicono: sì, sei simpatica ma stai attenta, non puoi essere una candidata sindaco. E allora si ripete il refrain: visto che sei nera, non puoi avere una casa in affitto, visto che sei nera, non sei italiana, visto che sei nera, non puoi rappresentarci. Vengo attaccata su tutti i fronti: perché sono giovane e non ho abbastanza esperienza, perché sono nera e non ho diritto. La mia candidatura non ha convinto neanche il Pd.  Forse il fatto che io sia donna è la caratteristica che pesa meno”.