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Elisa Fangareggi e Time4life per curare le ferite della guerra in Siria

Time4life aveva sostenuto scuole, reparti di ginecologia, farmacie gratuite. Oggi, dopo l’ennesimo bombardamento, resta un ambulatorio pediatrico all’interno del campo profughi Bab Al Salam con un medico e 30 posti letto al confine con la Turchia

“La guerra in Siria cesserà quando finiranno le persone”. E’ la frase, sentita ripetutamente nei campi profughi, che rimbomba nelle orecchie di Elisa Fangareggi, avvocato, che ha appeso la toga al chiodo per dedicarsi ai bambini siriani, fondando l’associazione Time4life. Tutto nasce tre anni fa quando Elisa scopre che, a sole 4 ore di volo dall’Italia, imperversa una guerra le cui vittime non vengono nemmeno più contate dall’Onu. E’ l’amico Firas, fuggito con la sua famiglia da Aleppo nel 2011, a chiederle aiuto. Dal trasporto di garze e beni di prima necessità si passa velocemente alla costruzione di strutture e un piccolo gruppo di 600 persone nato su facebook diventa una comunità che vanta più di 7500 membri. Dapprima sono scuole, reparti di ginecologia e ostetricia, farmacie sotterranee dove reperire medicine gratuitamente. Oggi, dopo l’ennesimo bombardamento che ha distrutto tutte le strutture messe in piedi negli ultimi due anni, resta un ambulatorio pediatrico all’interno del campo profughi Bab Al Salam con un medico locale stipendiato dall’associazione e un ospedale da 30 posti letto al confine con la Turchia.

Come nasce l’idea di fondare un’associazione per la Siria?

Il mio amico Firas mi raccontava di una situazione drammatica. Ho cominciato a interessarmi su internet scoprendo il lavoro di alcune associazioni. Insieme con alcuni amici, poi, abbiamo deciso di fare un viaggio esplorativo nel 2012 nel campo profughi di Baba al Salam e abbiamo trovato una situazione spettrale. Nonostante la rete sia piena di immagini, solo trovandoci lì con i 5 sensi coinvolti abbiamo capito che dovevamo assolutamente fare qualcosa. Sembra di stare in un campo di sterminio nazista. I bambini tumefatti e vestiti di stracci camminano a piedi nudi con temperature sotto lo zero.

In passato hai fatto parte di qualche associazione?

Mai. Non ho nemmeno mai fatto parte di gruppi boyscout. Ero estranea a questo mondo, ma sono madre di tre figlie e sapere di questi bambini che vivono in condizioni disumane e sono così facilmente raggiungibili dall’Italia, be’ mi sembrava assurdo non fare niente. Oggi sono poche le associazioni umanitarie che stanno operando in Siria e sono pochi i volontari pronti a rischiare la vita per portare aiuti. Ci sono problemi con la dogana, per l’attesa dei camion che devono entrare. All’inizio abbiamo cominciato a portare le cose che la gente ci regalava. Poi abbiamo capito che se si voleva veramente fare la differenza non si poteva semplicemente scaricare della roba ma dovevamo offrire un servizio. Abbiamo costruito una farmacia sotterranea ad Aleppo che nel corso di quest’anno e mezzo è stata bombardata e ora non c’è più, ma per diversi mesi ha fornito farmaci gratuiti al popolo siriano. Poi abbiamo sostenuto 5 scuole per 650 bambini, un reparto di ginecologia e ostetricia che è stato bombardato dopo pochi mesi, ma che nel frattempo ha dato la possibilità di far nascere in sicurezza 4 bambini al giorno. Abbiamo ancora per fortuna l’ambulatorio pediatrico e l’ospedale, dove vengono assistiti e curati sia feriti di guerra, sia malati di altro come i due bambini affetti da tumore, attualmente ricoverati, che stanno facendo una terapia e hanno bisogno di una struttura pulita e in sicurezza dove possano mangiare tutti i giorni. Continuiamo comunque a fornire materiali di ogni genere: materassi, coperte, medicinali. I nostri volontari ogni 15 giorni vanno a lavorare lì.

Chi ti aiuta?

All’inizio abbiamo formato questo gruppo su facebook. Oggi i social costituiscono il veicolo principale. La gente alle 9 va in ufficio e apre fb, non il sito dell’associazione. Noi documentiamo tutto quello che facciamo per far vedere ogni momento cosa succede. Tra tutti quelli che ci seguono, ci sono molte persone che magari spediscono delle cose e altre che desiderano partire e rendersi utili. Ci sono anche persone che non hanno competenze di tipo medico che però ti dicono “ho due braccia e voglio usarle”. Si pagano il loro biglietto aereo e sostengono le spese del viaggio. Si distribuisce cibo ai senza tetto che sono sempre di più perché scappano dalla guerra senza niente e non trovano posto da nessuna parte, neanche nei campi profughi. Ho coinvolto lentamente anche la mia famiglia. La mia figlia più grande di 15 anni è venuta con me in Siria nel novembre scorso perché voleva capire cosa stesse facendo la mamma. E’ stata un’esperienza molto forte per lei, ma oggi posso vedere quanto le sia servito. Le altre figlie hanno 3 e 5 anni. Anche loro lo capiscono e nel loro piccolo lo condividono. Magari prima della partenza si va a comprare il gioco nuovo per il bambino siriano e io posso insegnare loro il valore della rinuncia per il bene di qualcun altro.

Quali sono i principi di Time4life?

Il principio cardine dell’associazione è la trasparenza. Tutto quello che viene donato si vede. Quest’inverno ad esempio ci hanno donato i soldi per comprare i sacchi a pelo. Noi abbiamo pubblicato la foto della fattura e il nome del donatore scritto sul sacco a pelo in modo che si riconoscessero. Quando in passato mi è capitato di fare della beneficienza dicevo sempre “speriamo che questi soldi vadano a fin di bene” ed è la frase più ricorrente in ognuno di noi.

Avete collaborazioni con altre associazioni?

La collaborazione per noi è fondamentale. Non puoi avere la presunzione di saper fare tutto. Collaboriamo con l’equivalente della protezione civile turca per l’approvvigionamento del cibo. Con l’Unicef abbiamo vaccinato tutti i bambini del campo profughi. Ora collaboreremo con “Una mano per un Sorriso – For Children”  per dare a tutti i 3000 bimbi del campo di Bab al Salam entro Natale un paio di scarpe.

Altri progetti?

Il Nicaragua, ad esempio, è un grande traguardo. Era solo un viaggio esplorativo, ma si è trasformato in qualcosa di molto bello. Ci avevano segnalato la situazione di grave abuso sulle bambine. Ci hanno proposto di ristrutturare una casa famiglia per ospitare 30 bambine di meno di 12 anni, vittime di ripetuti abusi sessuali. Abbiamo stanziato una somma precisa e in tempi record abbiamo avviato la struttura. La mattina le bambine vanno a scuola e il pomeriggio fanno danza e pallavolo. In Nicaragua lo sport è considerato elitario. All’inizio ci avevano detto di insegnare loro un’attività per prepararle a una professione come intrecciare le ceste o preparare i braccialetti e io ho detto “sì e poi a 16 anni quando escono che fanno le tessitrici di strada? Che futuro diamo?” Lo sport invece le aiuta a prendere confidenza con il proprio corpo, c’è il gioco di squadra. Le madrine le sostengono a distanza dall’Italia con 30 euro al mese. C’è uno scambio continuo che non si riduce a una foto spedita ogni 6 mesi e via.

Oggi qual è la situazione in Siria?

E’ devastante. Quando siamo partiti noi, c’erano due forze contrapposte: quella del regime e quella dei ribelli in guerra tra loro. Ora varie fazioni estremiste che parlano inglese tra loro e non conoscono nemmeno l’arabo (sono ceceni, afghani che hanno convertito l’ergastolo con l’andare a combattere in Siria) combattono per avere il controllo del territorio. È una guerra in cui non sai con chi hai a che fare. Potrebbe durare all’infinito. Alcune associazioni dicono che durerà altri 10 anni e intanto non esiste un piano umanitario e nessuna grande potenza internazionale interviene. Addirittura ancora non si sa niente dell’attacco con le armi chimiche della scorsa estate. Si vive in questa nuvola dove nessuno sa niente e dove si combatte, si spara, si bombarda, si tortura senza una logica comprensibile.

E nel frattempo anche la stampa italiana se n’è dimenticata..

Sui giornali inglesi è sempre in prima pagina. Anche se in un trafiletto, ma la notizia c’è. In Italia invece non si sa niente di questo genocidio ad appena 4 ore da qui. Io ricevo 100 email al giorno e cerco di rispondere a tutti. A volte mi chiedono quali siano i luoghi più sicuri in Siria per andare in vacanza. Non hanno idea di cosa stia succedendo. Ogni settimana faccio un’assemblea d’istituto nelle scuole superiori e i ragazzi cadono dal pero. In un’epoca in cui la comunicazione è globale è incomprensibile che non si riesca a comunicare la strage in atto.

Quando arriviamo noi di Time4life, i bambini urlano come pazzi perché ormai mi conoscono. Noi portiamo la speranza. Nonostante non conoscano i caratteri occidentali, riconoscono quel numero 4 e sanno di potersi fidare. Ci chiedono cibo e notizie su quando finirà la guerra. Poi ci chiedono cosa dice l’Europa di quello che sta succedendo lì e io non ho il coraggio di rispondere che in Italia tanti nemmeno sanno della guerra.

La prossima partenza?

Tra due giorni (intervista rilasciata il 14 aprile, ndr) porteremo garze emostatiche, scotch da medicazione, garze grasse con connettivina e garze con betadine. Serviranno per medicare i piccoli e grandi pazienti, molti dei quali con estese piaghe da decubito. Io ci sono sempre. Cambiano i programmi invece perché ogni volta vengono stravolti e vediamo ora per ora cosa succede.