Politica ed Economia
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Ester Castano contro la ‘ndrangheta e lo sfruttamento del lavoro giornalistico

La cronista 23enne ha condotto inchieste sulle connessioni tra malavita e politica lombarda ottenendo premi (e condanne per i mafiosi). Ma si ribella anche ai compensi da fame riservati ai giornalisti - soprattutto le donne

Il primo piede in una redazione l’ha messo quando aveva 17 anni. Oggi Ester Castano di anni ne ha 23 e ha già vinto, per il suo lavoro, premi importanti come quello intitolato a Pippo Fava, giornalista ucciso dalla mafia nel 1984, e il premio Francese, in memoria di un altro cronista siciliano vittima di Cosa Nostra.

Ma non è in Sicilia che ci troviamo, bensì in Lombardia, nella provincia di Milano. Qui, nel comune di Sedriano, Ester ha condotto le sue inchieste sulle connessioni tra ‘ndrangheta e politica locale per il settimanale L’Altomilanese. Ha scoperchiato giri di malaffare tra imprese e appalti comunali, decisioni prese in luoghi non consoni, usi impropri del denaro pubblico. È stata ripetutamente querelata, ha ricevuto intimidazioni e minacce, ma gli arresti scattati nel 2012 per il sindaco Alfredo Celeste, insieme al padre e al marito di due consigliere comunali, le hanno dato ragione. Ora si ritrova con più riconoscimenti pubblici che soldi in tasca, ma non ha alcuna intenzione di mollare.

“Nel 2011”, racconta Ester, “ho cominciato a fare ricerche sulle famiglie mafiose mandate al confino, anche a Sedriano. Ovunque cercassi informazioni mi veniva detto che la ‘ndrangheta non c’era in questo comune. Ma qualcosa non era affatto limpido e chiaro. Seguivo i processi per ‘ndrangheta in tribunale, in altri comuni, e le situazioni sembravano combaciare. Ad aprile del 2012 avevo già un quadro abbastanza chiaro di come venivano prese le decisioni politiche e delle relazioni che esistevano tra ‘ndrangheta e amministrazione locale. Gli arresti nell’ottobre del 2012, a esattamente un anno da quando avevo cominciato, non me li aspettavo, ma sono stati una conferma di tutto quello che avevo pubblicato fino ad allora”.

E il lavoro non è finito lì, perché L’Altomilanese ha continuato il suo impegno come giornale d’inchiesta, finché a ottobre del 2013 il Consiglio dei ministri ha decretato il commissariamento del comune di Sedriano per infiltrazione mafiosa: il primo caso in Lombardia. Come racconta la giovane cronista, “quando si è insediata la commissione prefettizia a Sedriano ha utilizzato come fonti per l’indagine anche i nostri articoli”. Insomma, c’è di che essere soddisfatte di sé, ma quasi non ce n’è il tempo. Perché, se l’inchiesta si è conclusa, gli attacchi non sono finiti.

“Ho ricevuto poco settimane fa una lettera in cui Marco Scalambra, uno degli imputati nel processo, chiede a me e al direttore de L’Altomilanese Ersilio Mattioni 150 mila euro di danni”. L’accusa è di aver diffuso informazioni lesive della sua reputazione. “Ma è una richiesta pretestuosa. Tutte le querele, fino ad oggi, si sono risolte in nulla. Il giudice mi ha assolto con formula piena. Spero che anche questa richiesta di danni cada come le altre”.

Anche perché sarebbe tragicomico, sapendo che Ester Castano per i suoi articoli guadagna “5-10 euro al pezzo”. Le chiedo: non sarebbe anche questa una condizione da denunciare? “Io mi arrabbio moltissimo per questa situazione”, risponde. Non accusa la testata per cui collabora, perché – spiega – “L’Altomilanese è un piccolo prodotto nato anche da me. Il mio direttore ha avuto un contratto di solidarietà per mesi. Ora è persino senza contratto. Io non potrei ricevere di più per il mio lavoro”.

Il suo bersaglio sono i grandi gruppi editoriali. “Ho ricevuto molti premi, e ogni volta denuncio questa situazione. È indecente che i professionisti dell’informazione mi facciano una lunga serie di complimenti ma poi quando chiedo di scrivere retribuita non mi diano risposte. È vergognoso che testate nazionali con forti editori non siano disposte a tirare fuori nemmeno 300-400 euro per uno stage retribuito”.

È una convinzione diffusa, del resto, che fare il lavoro che si ama debba bastare, che la remunerazione sia un optional, e la sola visibilità ripaghi a sufficienza lo sforzo fatto, specialmente per le persone più giovani. Ma è possibile fare giornalismo d’inchiesta in questo modo, rischiare di essere minacciata, attaccata, querelata, per pochi (o persino zero) euro al pezzo? “Sta tutto al singolo”, dice Ester Castano. “Io non accetto di scrivere gratis. Basta con la schiavitù della visibilità. L’ho fatto tanto all’inizio, ma ora se devo seguire le udienze due, tre volte la settimana, spendo soldi per muovermi. A 23 anni mi è difficile giustificare ai miei genitori che ho bisogno di soldi per lavorare! Con la visibilità non si mangia. Sono finita su tutti i giornali, sono stata ospite in tante trasmissioni. Ma non ho ricevuto nessuna offerta di lavoro seria”.

Così si arriva alla situazione paradossale (e ben nota) di dover lavorare, fare anche “lavori umilissimi”, per potersi permettere di fare questo mestiere. “Sono arrivata a mandare il curriculum contemporaneamente alle redazioni giornalistiche e ai supermercati. Se guardassi al fatto che oggi guadagno lo stesso di quando ho cominciato, nel 2008, ci sarebbe da scoraggiarsi. Io ci credo ancora, ma mi sento spesso offesa nella mia dignità di giornalista e di lavoratrice”.

E invece c’è chi, giornalista più anziano, ha pensato di segnalarla all’Ordine perché, lavorando per pochi euro, farebbe concorrenza sleale ai colleghi contrattualizzati. “Non è certo colpa nostra, mia e dei miei colleghi giovani. È una situazione che ci hanno lasciato in eredità i giornalisti della sua generazione. Quel che posso fare io, cioè arrabbiarmi, lo faccio”. E non solo per la miseria delle retribuzioni.

Ester, che di sé dice “io non sono femminista”, in realtà ha capito benissimo che qualcosa non va nei rapporti tra i sessi nel suo mestiere. “Delle giornaliste che conosco solo una a 35 anni ha resistito, lottando con il precariato, e per me è un modello. Tutte le altre a un certo punto hanno rinunciato al lavoro dei loro sogni, perché per una donna è ancora più difficile fare una vita di questo tipo, se vuole avere anche un figlio, una famiglia. Una settimana fa mi hanno chiesto di assistere a una riunione di redazione in un grande giornale. C’erano 20 persone, e nemmeno una donna. Lo trovo semplicemente vergognoso”.