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Sciopero del sesso delle ucraine: “Non darla a un russo” è lo slogan sulle magliette

Monta la protesta pacifica delle ragazze ucraine separatiste. Il ricavato andrà tutto a supporto dell'esercito ucraino. Ma queste manifestazioni anti-sesso non sono nuove. Qui ne ripercorriamo alcune

Chi di spada ferisce, di sesso perisce. Altro che sanzioni economiche, la Russia ora ha un altro dazio da pagare che passa per le lenzuola. È la trovata, a dire il vero non troppo originale, di alcune giornaliste e attiviste ucraine, che hanno lanciato lo “sciopero del sesso” nei confronti dei russi, anticipando le misure appena votate da Kiev contro i separatisti.

“Ne dai Russkomu” (Non darla a un russo, ndr) è il loro motto, stampato su t-shirts di ogni taglia insieme al logo di due mani che si piegano l’una verso l’altra, evocando l’organo sessuale femminile. Un motto preso in prestito dall’incipit di “Katerina”, poema del 1838 di Taras Shevcenko, poeta ucraino perseguitato dal governo zarista, che recita “O donne dalle sopracciglia nere, innamoratevi, ma non dei russi”. E si chiama proprio Katerina Venzhik, redattore capo del portale news Delo.ua, una delle promotrici (con Irina Rubis, amministratrice delegata del portale finanziario Ekonomika Communication Hub) dell’iniziativa pacifista che comincia già a raccogliere i frutti di questo movimento. Non solo i poco più di 15 euro a maglietta venduta (il ricavato andrà tutto a supporto dell’esercito ucraino), ma anche i commenti che gli utenti stanno lasciando sulla pagina Facebook insieme a più di 5mila like in meno di un mese.

Gioie e dolori dei social che danno spazio a qualsiasi commento anche se offensivo. Come quello di Robert Shlegel, parlamentare russo, molto vicino a Vladimir Putin, che ha twittato l’immagine, modificata da photoshop, della sua collega all’opposizione Valeriya Novodvorskaya con una delle magliette femministe e aggiungendo il commento “in un solo colpo ha distrutto il boicottaggio sessuale ucraino”. Chi fa sarcasmo maschilista e chi offende pesantemente senza pensarci troppo sopra come Egor Prosvirnin, direttore del sito nazionalista Sputnik e Pogrom che non ha esitato a definire “prostitute” le partecipanti all’embargo sessuale.

“Siamo grati agli utenti russi – ha commentato Katerina Venzhik sul suo sito – non importa con quale tono abbiano parlato di questo movimento. È anche grazie ai loro messaggi che abbiamo attirato la massima attenzione in Europa e negli Stati Uniti”.

In effetti la trovata sembra più pubblicitaria che altro. Simili scioperi del sesso proclamati in giro per il mondo hanno portato tanto rumore, innescando anche processi virtuosi di pace.

Come in Liberia dove lo sciopero sessuale, proclamato nel 2003 dal movimento ‘Women of Liberia mass action for peace’, contribuì alla fine di una sanguinosa guerra civile durata quattordici anni. Leymah Gbowee, una delle leader di quel movimento, premio Nobel per la pace nel 2011, scrisse che un mese di sciopero sessuale non ebbe molte ripercussioni pratiche, ma fu estremamente utile nell’attirare l’attenzione dei media internazionali. Che è lo scopo delle donne ucraine quando sulla loro pagina Facebook scrivono “vogliamo richiamare l’attenzione sui rapimenti di giornalisti e attivisti sociali (e anche di militari ucraini negli ultimi giorni), le violazioni sui diritti umani e l’inizio di una persecuzione nei confronti di chi solo tiene una bandiera ucraina nel cortile”. E poi, si legge ancora, il messaggio patriottico e nazionalista: “Non darla a un russo” è un invito a non acquistare merce russa e per difendere la nostra terra, la nostra lingua, la nostra libertà. E sì, anche a preferire gli uomini ucraini”.

Li preferisce, ad esempio, Irene Karpa, nota cantante ucraina che si è fatta fotografare con la t-shirt dell’embargo sessuale.

Chissà se questo sciopero del sesso funzionerà. Quello chiesto, ad esempio, dalle Femen nel 2012 alle mogli dei ministri ucraini in segno di protesta per l’assenza di donne al Governo non portò a grandi risultati. Di sicuro, dal 19 marzo, da quando è nato il movimento ucraino, l’instabilità politica e sociale in quelle zone si è acuita. In effetti la protesta delle donne di Kiev, a differenza degli altri boicottaggi sessuali, ha in sé una rivendicazione della propria nazionalità che non si sposa con gli obiettivi di pace di altri embarghi sessuali che la storia ci ha già raccontato. Dalla succitata Liberia allo sciopero indetto nel 2011 dalle donne filippine per mettere fine alle violenze tra clan rivali, fino ad arrivare all’origine di questa idea, raccontata da Aristofane intorno al 400 a.C. con la sua ‘Lisistrata’, dove le “scioperanti” volevano porre fine alla guerra del Peloponneso.