Politica ed Economia

Lo dice il Parlamento Europeo: le politiche di genere non trovano applicazione in Italia

Nell'ultimo rapporto sulla legislazione italiana in materia di pari opportunità, si rintraccia una costante: non mancano le leggi, bensì un ambiente che ne renda possibile l’effettiva applicazione. Come nel caso del diritto all'aborto 

Stato di salute delle politiche di genere in Italia, una metafora: sognare di non riuscire a bere, pur avendo il bicchiere d’acqua in mano. Diagnosi: è tutto un vorrei ma non posso, un essere intelligenti senza applicarsi.

A leggere l’ultimo rapporto del Parlamento Europeo sulla legislazione italiana in materia di pari opportunità, si rintraccia immediatamente almeno una costante: non mancano le leggi, bensì un ambiente che ne renda possibile l’effettiva applicazione. Questa incongruenza fa sì che l’incidenza culturale, oltre che meramente giuridica, dell’ordinamento di genere sia praticamente nulla.

Insomma, in fatto di pari opportunità, l’Italia possiede se non proprio una Lamborghini, almeno un’Audi, ma si ostina a guidare una Vespa.

Elaborato dalla sezione per i diritti dei cittadini e gli affari costituzionali del dipartimento sulla policy in seno al Parlamento Europeo, il rapporto si concentra essenzialmente su tre punti: l’integrazione delle donne nel mercato del lavoro; la tutela dalle discriminazioni; l’attenzione politica alle questioni di genere.

Rispetto all’Indice europeo dell’uguaglianza uomo-donna, le italiane riportano percentuali tra le più basse in ogni campo. Una consolazione? Sono tra le più longeve. Ma questo, in verità, crea diversi problemi. L’assistenzialismo paternalista del modello mediterraneo di welfare – che non è ancora arrivato a elaborare una politica economica trasparente e chiara circa, per esempio, la retribuzione del lavoro domestico femminile – sta crollando davanti alla doppia pressione cui le donne, soprattutto cinquanta-sessantenni, si trovano sottoposte dall’inizio della crisi. Da una parte, infatti, devono occuparsi di parenti anziani e dall’altra hanno ancora a carico figli che sempre più spesso non trovano lavoro. Una combinazione che tende pertanto a oscurare il solo primato radioso delle donne italiane in Europa, rendendolo soggetto  all’impatto socio-economico del fallimento di un intero modello di welfare. All’invecchiamento della popolazione, non è succeduto un adeguamento delle norme a tutela dei nuovi bisogni a esso collegati.

Il diritto di famiglia, di questo, non si occupa. Così come non prevede (unico caso in Europa) la possibilità, per una madre, di dare ai propri figli il suo cognome, come è stato invece stabilito dalla corte europea per i diritti umani. La tutela dei bambini nati dentro e fuori dal matrimonio, che pure è stabilita, non si lega al riconoscimento delle unioni civili. Ecco il primo esempio di incongruenza tra legge e ambiente, intenzione e pratica. Altri? Beh, roba atavica: aborto e divorzio, entrambi garantiti ma di fruizione complicata (il primo per via dell’obiezione di coscienza, il secondo a causa delle lungaggini burocratiche e dell’elevato costo economico che comporta). A leggerla in un documento europeo, che in qualche maniera è come guardarsi allo specchio ma con occhi diversi dai propri, la questione dell’obiezione di coscienza appare ancora più assurda, ridicola, inumana. Per l’arbitrarietà – ma non per l’arbitrio –  siamo il paese dei balocchi.

Due giorni fa, il comitato dei diritti sociali del consiglio d’Europa ha richiamato l’Italia – in riferimento ai casi particolari degli ospedali di Jesi, Fano e Fermo, in cui tutti i medici sono obiettori – asserendo che l’obiezione di coscienza “viola il diritto alla salute delle donne che intendono interrompere la gravidanza, avvalendosi di un diritto previsto dall’articolo 11 della carta sociale europea”. Qui non si tratta nemmeno di incongruenza tra legislazione e ambiente sociale: è la legge in sé a essere incongrua.

Quello che il documento suggerisce, dopotutto, è che l’arbitrarietà, incompletezza, aleatorietà della policy di genere è dovuta, nel nostro paese, alla quasi assenza delle donne in politica (e in generale nei posti di rilievo nelle amministrazioni). Senza soffermarsi a esaminare la qualità etica delle quote rosa, su cui invece il nostro paese – giustamente – si interroga, il rapporto pone le quote come unica soluzione a quello che, in fin dei conti, è un problema meramente numerico. Uno studio recente di Princeton tenta di dimostrare come le parlamentari donne siano più attente ai problemi delle minoranze, che tendono però a essere accantonati: anche solo per questo, la corposa presenza numerica femminile sarebbe un obbligo per tutti i governi.

È un ragionamento ovvio: vince l’istanza supportata dalla maggioranza o da un gruppo numericamente consistente. Se le donne parlamentari sono pochissime, come accade da noi, gli interessi che cercano di tutelare restano una questione di nicchia, quindi trascurabile. Il tutto è aggravato anche dal fatto che gli organi in cui confluisce la competenza politica femminile sono sviliti in partenza: il ministero per le pari opportunità vide la luce 18 anni fa, da allora al suo soglio si sono succeduti 9 ministri, a volte senza portafoglio, altre mentre reggevano altri dicasteri: il caos.

Molto più che a livello centrale, le pari opportunità trovano giusto riconoscimento a livello locale. In alcune regioni, prima tra tutte la Toscana, è stato addirittura adottato il gender budgeting (uno strumento che obbliga i comuni a tenere presente l’equità uomo- donna nella valutazione e compilazione delle spese). Pazzesco: la periferia supera il centro. La periferia guida la Lamborghini e il centro le arranca dietro, in Vespa. Per quanto il decentramento possa essere virtuoso, se gli enti locali sono più avanti dell’organo centrale, si crea un dissidio che spacca il paese e lascia la politica di genere nell’ambito del questionabile.