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Le volontarie dei centri antiviolenza: fare squadra per aiutare le donne

Dalla provincia di Torino a Lamezia Terme, una panoramica su enti ritenuti necessari ma cui manca un adeguato sostegno economico. Il che rende fondamentale l'intervento di tante operatrici che lavorano con generosità in condizioni di grande incertezza

Paola è un’insegnante in pensione e va nelle scuole a sensibilizzare i ragazzi contro la violenza sulle donne. Silvia è avvocato e presta consulenza legale gratuita per l’associazione. Altre sono psicologhe, consulenti del lavoro, esperte nella lettura dei bandi. Il centro Svolta Donna Onlus, nato nel 2007 nella Provincia di Torino, si nutre dell’impegno delle sue 30 volontarie. Competenze a disposizione delle donne che vivono nei 109 Comuni dell’azienda sanitaria locale che ha deciso di appoggiarsi all’associazione per la gestione del problema della violenza.

È un esempio, come ce ne sono molti altri in Italia, di donne che sanno fare gioco di squadra. Donano il proprio tempo libero per aiutare altre donne. Accettano di lavorare a 400 euro al mese per far parte di una causa in cui credono. Sono le volontarie dei centri antiviolenza.

I Cav sul territorio nazionale sono quasi 200: alcuni sono iscritti all’associazione D.i.Re, donne in rete contro la violenza, altri fanno parte del servizio nazionale 1522. Sono enti ritenuti necessari. A questo riconoscimento di merito non corrisponde però un aiuto economico. Un controsenso, se pensiamo che una ricerca di “Intervita Onlus” ha stimato che la violenza costa circa 17 miliardi di euro.

A breve Svolta Donna inaugurerà la propria sede all’interno dell’ospedale locale: “Ci sosteniamo grazie a qualche bando dedicato ad attività correlate ma non fondamentali”, commenta il presidente Laura Zoggia. “Avremo bisogno di una casa accoglienza segreta. Per provare a realizzarla abbiamo chiesto alla Chiesa Valdese locale di devolvere al nostro progetto parte del suo otto per mille. Siamo in attesa”.

Il vice ministro Guerra del governo Letta aveva aperto un tavolo di lavoro per capire le necessità dei centri. Con la legge 119 del 2013, poi convertita in decreto ad agosto dello stesso anno, lo Stato ha promesso 10 milioni di euro per il 2013 e 7 milioni per il 2014 per finanziare Cav e piano antiviolenza.

Il decreto anti femminicidio approvato da poco però non accenna ad uno dei servizi fondamentali dei centri: le case rifugio. “Aspettiamo di capire come e quando questi fondi saranno distribuiti”, commenta Titti Carrano, presidente di D.i.Re. “C’è la necessità di aumentare le case di accoglienza e servono politiche di genere concrete. Ad oggi il governo Renzi non ha un vice ministro alle Pari Opportunità e il presidente del Consiglio non ha accennato ad una presa di responsabilità sul tema della violenza”.

I dati sono allarmanti, sia a livello nazionale che europeo. La relazione del ministero per le Pari Opportunità, aggiornata a gennaio 2014, segnala 67.516 chiamate in un anno. Solo nel mese di gennaio 4.225 persone hanno digitato il 1522. Di queste chiamate, oltre la metà erano richieste d’aiuto e quasi il 90 per cento provenivano da donne.
La ricerca dell’Agenzia dell’Ue per i diritti fondamentali (Fra) presentata il 5 marzo al Consiglio europeo a Bruxelles ha rivelato che nei 28 Stati membri 13 milioni di cittadine hanno subìto violenza psicologica nei 12 mesi che hanno preceduto il rapporto. 3,7 milioni invece sono state vittime di violenza fisica.

Il centro Demetra donne in aiuto di Lugo di Romagna i finanziamenti statali li aspetta con ansia. Undici volontarie seguono un territorio di nove Comuni e 105 mila abitanti. Con i 18 mila euro annui che gli enti locali versano all’Associazione, il centro può permettersi tre operatrici: a 300 e 450 euro al mese. “Hanno il compito di rispondere al centralino e di intervenire su chiamata. Sono reperibili 24 ore su 24”. Nadia Somma, presidente dell’Associazione, sa che per le donne che collaborano con lei il lavoro è una sfida. Fatta di molto volontariato e tante incertezze: “Per quest’anno abbiamo potuto garantire questo servizio, il prossimo vedremo. Non abbiamo una casa rifugio. Ci appoggiamo ad altri servizi con i quali facciamo rete. Vogliamo aprire un luogo idoneo dove accogliere le donne che subiscono violenza”.

Anni di attesa per avere una sede. È la vicenda dell’associazione L’Albero di Antonia, nata nel 2005 con l’obiettivo di aprire un centro antiviolenza, realizzato solo nel 2010 dopo innumerevoli sollecitazioni all’amministrazione di Orvieto per ottenere un luogo in comodato d’uso gratuito con il pagamento delle spese. Già nel 2012 il Comune non ha più garantito la sede e non ha proposto un’alternativa. Il centro ha così partecipato ad un bando del ministero per le Pari Opportunità con copertura al 90 per cento e finanziamento biennale.

Non sempre però gli aiuti economici danno la felicità: i soldi vengono erogati in due tranche. La prima rata arriva a inizio attività, ma la seconda deve essere anticipata dalle associazioni. “Siamo obbligate a contrarre un debito e gli interessi bancari sono a carico nostro”. Regole paradossali e difficili da sostenere per una piccola associazione di 22 donne. Il centro in autunno, allo scadere dell’erogazione del bando, non potrà più permettersi l’affitto e assicurare i servizi d’aiuto: “A Orvieto ci sono oltre 11 mila donne. Il numero sale del 50 per cento se consideriamo tutto il comprensorio. L’utenza potenziale è alta, ma c’è troppa incertezza”.

A Lamezia Terme in Calabria l’unione fa la forza. Il centro Demetra raggruppa diverse associazioni operanti sul territorio con il Comune capofila. Ogni ente ha messo a disposizione due suoi operatori così da coprire consulenze, assistenza psicologica e medica e altri settori. I fondi arrivano dalla Regione Calabria ma la maggior parte del lavoro è svolto da volontarie.

La dottoressa Anna Fazzari nel 2013 ha seguito dieci donne che hanno portato a termine il percorso di aiuto proposto dal centro. Sul territorio c’è però molta diffidenza: “Si riscontrano difficoltà culturali – ammette la psicologa e sessuologa – ma nonostante questo le iniziative funzionano e le donne si rivolgono a noi. Abbiamo puntato su momenti di approfondimento, sugli incontri nelle scuole. Dietro ogni ragazzo ci sono famiglia e amici che devono essere a loro volta raggiunti”. Il terreno d’intervento è difficile ma offre anche soddisfazioni: “Due donne vittime di violenza che si sono rivolte a noi hanno ricominciato a vivere. Si sono innamorate e hanno coinvolto i nuovi compagni nel percorso con il centro. Abbiamo avuto così conferma che esistono uomini che amano le donne, davvero”.