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Integrarsi grazie a un panino. Mariela, dal campo rom a un hotel a 4 stelle

In Romania molte donne fanno il pane in casa, a Milano l'Onlus CeAS ha pensato di valorizzare questa abilità per emancipare le donne rom e facilitarne l'ingresso nel mondo del lavoro attraverso un laboratorio di prodotti da forno

Dieci anni fa Mariela è arrivata in Italia portando solo tre cose con sé. La sua famiglia, la voglia una vita diversa e una capacità imparata da bambina: fare il pane. In Romania ogni madre lo insegna alla figlia, perché comprarlo costa caro. Oggi Mariela ha 34 anni, un lavoro regolare in un hotel a 4 stelle e la forza di una donna emancipata, capace di dire a suo marito: “Adesso non posso, devo andare a lavorare”. Il suo pane in qualche modo l’ha portata fin qui.

Quando ha deciso di lasciare il villaggio natale nella campagna romena, dove si arrangiava come poteva lavorando i campi, per raggiungere il nostro paese era ancora una ragazza. Arrivare a Milano a 24 anni, senza conoscere la lingua, la città e le sue regole, non è cosa facile. I primi sette anni Mariela li ha trascorsi in un insediamento irregolare con altri rom suoi connazionali. Sette anni di elemosina e discriminazioni, fotografia di una realtà che noi tutti già conosciamo. La sua storia però, a differenza di altre, a un certo punto ha avuto una svolta. Nel 2011 infatti Mariela è accolta dal Centro Ambrosiano di solidarietà onlus (CeAS) e insieme al marito e i figli ospitata nel Villaggio Solidale. Un progetto volto a migliorare la condizione di vita generale delle famiglie di etnia rom. Tante iniziative, fra cui una che sembra fatta su misura per lei.

“Il laboratorio di prodotti da forno, il progetto Oltenia, è nato proprio osservando le donne come Mariela – ci spiega la coordinatrice Benedetta Castelli – notavamo come ogni giorno cucinassero il pane con le loro mani, in maniera molto veloce ma efficace e ci siamo chiesti: perché non creare un vero e proprio laboratorio, insegnando loro un’attività professionale e facilitandone così l’ingresso nel mercato del lavoro?”.

Le donne ospitate dal CeAS sono molto giovani, hanno pochissima formazione di base, una volta arrivate nel contesto italiano sono poco stimolate a imparare la lingua e trovano grandi difficoltà nell’apprendimento. Secondo i dati del Rapporto nazionale sull’inclusione lavorativa e sociale dei rom in Italia, ricerca condotta dalla Fondazione casa della carità di Milano, fra le donne rom residenti in Italia l’analfabetismo è al 25 per cento, mentre il 40 per cento non ha titoli di studio e solo una su cinque in vario modo lavora.

Pane_CeAS

Partire da una competenza già posseduta rende tutto più semplice, e così è stato. La produzione del pane è iniziata lentamente, il caso ha dato poi la spinta finale. Durante un evento organizzato dal CeAS infatti alcuni componenti di un Gruppo di Acquisto Solidale milanese hanno assaggiato quel pane, ne sono rimasti colpiti e lo hanno voluto per distribuirlo. Da qui poi le altre occasioni, la produzione per diversi circoli Arci e Acli, la partecipazione alla fiera “Fa’ la cosa giusta”, arrivando fino al Piccolo Teatro dove, in occasione di una rassegna, sono stati preparati dei piccoli panini per tutti i partecipanti. Come è stato possibile tutto questo? «Abbiamo pensato un metodo di lavoro, chiedendo alle donne il massimo impegno – risponde Castelli – abbiamo vincolato la possibilità di seguire il laboratorio alla partecipazione al nostro corso di italiano, ci siamo dotati di strumenti e materiale necessari, abbiamo insegnato a tutte le partecipanti le varie norme igieniche e infine un panettiere professionista è venuto a dare i suoi consigli».

E se all’esterno l’iniziativa è stata un successo, anche per le neo-cuoche “professioniste” l’occasione è stata accolta con grande entusiasmo, nonostante le difficoltà iniziali. «Erano sorprese che si potesse valorizzare una competenza per loro scontata, come appunto fare il pane», spiega ancora la coordinatrice. E invece il progetto non è servito solo alla distribuzione del prodotto, ma ha aiutato anche queste donne a cambiare la percezione del proprio ruolo sociale: non dovevano più chiedere aiuto alla popolazione di quella Milano straniera, ma erano loro a produrre qualcosa da offrire alla città. «Questa formazione propedeutica al lavoro ha rafforzato l’autostima, alcune volte ha cambiato anche la loro espressione, la postura perché si sentivano più forti, maggiormente riconosciute».

Mariela è stata una delle prime a farne parte. Ed è vero, da allora anche il suo volto è cambiato perché ha ricominciato a sorridere: «Mi è servito tanto, ho imparato meglio l’italiano e ho perfezionato la mia capacità di fare il pane, appresa dai miei genitori senza una vera tecnica. Ma soprattutto adesso mi sento più autonoma rispetto a mio marito», ci racconta la donna. Ed eccolo l’ultimo vero regalo che questo laboratorio ha offerto alle sue partecipanti: «In una cultura che rimane fortemente patriarcale – chiosa Castelli – alcune di loro hanno iniziato ad avere meno paura dell’uomo e più voglia di esprimere con libertà il proprio punto di vista».