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Graziata Sakineh Mohammadi, è davvero un anno nuovo per le donne in Iran?

Condannata prima alla lapidazione e poi all’impiccagione con l’accusa di aver ucciso il marito con la complicità dell’amante nel 2006, la donna ha ricevuto ieri l'amnistia, ma possiamo parlare di una svolta sui diritti umani a Teheran?

È il primo giorno del nuovo anno in Iran, l’anno 1393 dall’emigrazione di Maometto dalla Mecca a Medina. Ed è un inizio bellissimo per Sakineh Mohammadi Ashtiani che ha ricevuto la grazia, la donna si trovava dal 2006 nel braccio della morte della prigione di Tabriz, nel Nord del paese, con l’accusa di aver ucciso il marito con la complicità dell’amante.

Condannata prima alla lapidazione e poi all’impiccagione, condanne che non furono mai eseguite grazie anche a una mobilitazione internazionale tra le più mediatiche, Sakineh era stata già rilasciata per “buona condotta” diverse settimane fa. Ma possiamo dire che per l’Iran questo “nuovo anno” è una svolta reale per il ruolo delle donne e per la questione dei diritti umani più in generale?

“È sempre una buona notizia vedere aperture di questo tipo, ma sarebbe sbagliato pensare che sia stata la mobilitazione della società civile dei paesi occidentali ad aver portato direttamente a questo risultato. Peraltro la questione della violazione dei diritti è usata in maniera ondivaga dai governi e dagli organismi internazionali. Tanto è vero che quando si tratta di scambi commerciali con la Cina o altri paesi con influenza in aree geografiche importanti, questi temi passano in secondo piano”, ci dice Fabrizio Maronta, redattore di Limes, rivista italiana di geopolitica.

“Il problema reale del’Iran in questo momento è il consenso interno da parte di quella classe media urbana che aveva appoggiato la rivolta del Movimento Verde del 2009, repressa nel sangue dal presidente Ahmadinejad allora in carica, ma che esiste e resiste nonostante le sanzioni, e chiede una società che si distanzi dalla teocrazia khomeinista”.

Il compito dell’attuale presidente Rohani, che è sempre stato guardato con favore all’estero per via delle opinioni moderate e dei buoni rapporti sia con il clero che con la borghesia riformista, è quello invertire il processo di isolamento internazionale che ha portato a sanzioni economiche molto pesanti e a una inflazione altissima, soprattutto per i beni alimentari e quelli di largo consumo.

“La parte del clero più accorta sa che sull’economia cadono i regimi e quella strozzatura che ha falcidiato il potere di acquisto della classe media e alimenta un forte scontento interno, nel medio periodo potrebbe mettere in forse la sopravvivenza del regime teocratico e quindi appoggia questo nuovo corso di Rohani”, prosegue Maronta.

Ma l’Iran è anche l’Iran rurale e arretrato, che ha sempre sostenuto Ahmadinejad e le sue scelte politiche fortemente conservatrici, quindi sarebbe troppo ottimistico pensare che il ruolo della donna cambi grazie al felice epilogo della “questione Sakineh”.

“Il paese è seduto su un mare di petrolio, ma le sanzioni internazionali gli impediscono di estrarlo in maniera efficiente, per mancanza di tecnologie moderne, e di venderlo, se non sotto banco. Di conseguenza l’economia non può beneficiarne portando sollievo alla popolazione, che da tempo è messa a dura prova. Non è con gesto importante ma isolato come la liberazione di Sakineh che ci si compra il consenso del senato americano o delle Nazioni Unite. La partita si gioca piuttosto sul programma nucleare, sul quale Rohani non vuole certo indietreggiare, e sul ruolo dell’Iran nella regione”, conclude Maronta.

E allora forse possiamo pensare che, piuttosto che sulle scelte politiche interne dell’Iran, la pressione della società civile internazionale abbia avuto e avrà una influenza sui governi occidentali, spingendoli ad allentare le sanzioni economiche. Questo darà maggior respiro interno a Rouhani e a qualche altra Sakineh. Certo il percorso per un pieno rispetto dei diritti umani nel paese è ancora molto, molto lungo.