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Accordi post-matrimoniali, l’idea dei rabbini Usa per tutelare le donne

L'ebraismo consente il divorzio ma secondo la legge rabbinica sono i mariti di fatto a concederlo, a volte obbligando le mogli a rinunciare agli alimenti o alla custodia dei figli. Ora alcune comunità stanno promuovendo i post-nup

Per alcune coppie felicemente sposate, è arrivato il momento di pianificare il divorzio. Solo pianificare, eh?, mica divorziare sul serio. Sta succedendo in alcune comunità ebraiche americane, dove, come riporta la testata The Jewish Daily Forward, i rabbini stanno consigliando ai membri delle loro congregazioni di firmare accordi post-matrimoniali, o post-nup.

L’idea è più o meno la stessa degli accordi pre-matrimoniali, i famosi pre-nup, che nei paesi anglosassoni possono essere firmati prima delle nozze onde inserire clausole aggiuntive a quelle già incluse nel matrimonio. In Italia gli accordi prematrimoniali non sono consentiti, ma talvolta se ne sente parlare sulle riviste di gossip, per esempio in occasione del divorzio di qualche Vip: si racconta che Katie Holmes non abbia avuto un centesimo da Tom Cruise proprio a causa di un pre-nup favorevole al marito.

In questa storia però il gossip non c’entra. È una questione seria, che riguarda da vicino milioni di donne ebree in tutto il mondo, e il loro diritto di scegliere cosa fare della propria vita.

A differenza del cattolicesimo, l’ebraismo consente il divorzio. Tuttavia, secondo la legge rabbinica, o Halachà, le donne non godono degli stessi diritti giuridici degli uomini: per esempio non possono testimoniare in un tribunale religioso, o Bet Din. Questa ineguaglianza si riflette anche nella regolamentazione del matrimonio: il divorzio ebraico, o Get, è un atto quasi unilaterale da parte dell’uomo. Quasi, perché in realtà una donna può iniziare la procedura del divorzio, ed esistono modi per convincere l’uomo ad accettarlo, ma non sempre è facile. Messa giù brutalmente: è il marito che divorzia dalla moglie, o le concede il divorzio, non il contrario.

Questo, ovviamente, fa sì che al momento del divorzio siano gli uomini a tenere il coltello dalla parte del manico. Ci sono ripercussioni pratiche, talvolta anche con effetti devastanti.

In alcuni casi, i mariti possono decidere di non concedere il divorzio religioso alla moglie (il Get, appunto), anche quando il divorzio civile è stato firmato. Può avvenire anche in casi in cui è stato il marito a chiedere il divorzio in sede civile: rifiutare il Get è una semplice ripicca per impedire all’ex moglie di risposarsi, avere figli legittimi secondo la legge ebraica, insomma rifarsi una vita. In ebraico esiste anche un termine specifico per riferirsi a queste donne, che tecnicamente non sono divorziate ma di fatto non sono sposate: agunot, ossia “incatenate”. Tecnicamente, un rabbino avrebbe il potere di obbligare un uomo a concedere il divorzio a una ex moglie “incatenata”, ma di fatto è molto difficile costringerlo a farlo: a New York c’è chi ci ha provato con la violenza, e infatti è finito in galera.

Un’altra conseguenza di questo sistema di legge religiosa è che, trovandosi con il coltello dalla parte del manico, alcuni mariti utilizzano il Get come strumento di ricatto anche in sede di divorzio civile. Insomma: non ti concedo il divorzio religioso, a meno che tu non rinunci agli alimenti o (peggio ancora) all’affidamento dei figli. Specie nelle comunità ultra-ortodosse, capita che le donne divorziate perdano la custodia dei figli anche a causa di questa forma di bullismo.

Dunque, che cosa si può fare per evitare queste situazioni? La risposta varia a seconda della comunità cui si appartiene. Come il cristianesimo, anche l’ebraismo infatti è diviso in “correnti”, il termine corretto è “denominazioni”. Gli ebrei Riformati hanno risolto il problema cambiando la normativa religiosa, in modo da rendere il contratto matrimoniale più egualitario. Però gli ebrei Ortodossi non possono modificare la legge rabbinica (altrimenti non sarebbero “ortodossi”!), quindi negli ultimi anni alcuni rabbini hanno trovato il modo di aggirare il problema, facendo firmare agli sposini un contratto prematrimoniale in cui il marito si impegna per iscritto a “concedere” il divorzio alla moglie, qualora necessario, senza pretendere favori in cambio.

Il problema, però, è che il sistema dei contratti prematrimoniali tutela le nuove coppie, ma non quelle già sposate. Dunque i rabbini si sono inventati gli accordi post-matrimoniali, che possono essere firmati anche decenni dopo le nozze. Alcuni incoraggiano attivamente i membri delle loro congregazioni a sottoscriverli anche se si tratta di matrimoni solidissimi. Perché da un lato non si sa mai, e dall’altro è anche una questione di principio: non si tratta tanto di “prepararsi nel caso di divorzio”, quanto piuttosto di mettere uomini e donne sullo stesso piano giuridico.

A St. Louis, nel Missouri, una coppia ha firmato un post-nup in occasione del loro sessantesimo anniversario di matrimonio. I due anziani coniugi, che sono ancora felici e innamorati, non hanno alcuna intenzione di divorziare. L’hanno fatto, appunto, per una questione di principio. Per dimostrare che tutelare la donna, anche giuridicamente, è un ingrediente fondamentale di una relazione sana.