Politica ed Economia

Un governo simbolo della parità di genere? Non ancora

Per la prima volta i ministri donna al governo sono il 50% del totale. Ma la parità per tutte basata sulla competenza resta un obiettivo lontano, e continua ad esserci bisogno di un ministero per le Pari Opportunità 

“Una squadra in rosa”. Alzi la mano il giornale che, alla lettura della lista dei ministri del governo Renzi Uno, non abbia titolato in questo modo, o similari. Solo che non è proprio così. Certo, i ministri donna sono per la prima volta il 50% del totale (otto su sedici, anche se la parità numerica ci sfugge se si aggiungono il premier e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio), e sì, per la prima volta c’è una donna alla Difesa, Roberta Pinotti, che permette di aggiornare quella foto di “true power girls”, le ministre della Difesa di Norvegia, Svezia, Olanda e Germania, twittata giorni fa al vertice di Monaco sulla sicurezza che in noi italiane affezionate ai temi di rappresentanza aveva scatenato un po’ d’invidia.

Ma la vera parità di genere non c’è. Per più motivi. Primo perché i ministeri senza portafoglio sono stati assegnati, guardacaso, tutti a donne: Maria Elena Boschi, Riforme costituzionali e Rapporti col Parlamento, Marianna Madia, Semplificazione e Pubblica Amministrazione, Maria Carmela Lanzetta, Affari Regionali. Poi perché, se da un lato abbiamo conquistato la Difesa, dall’altro abbiamo perso la Giustizia, già appannaggio di una donna con Enrico Letta e prima ancora con Mario Monti (che aveva donne anche all’Interno e al Lavoro). Ma soprattutto perché il governo Renzi ha cancellato, di nuovo, il ministero delle Pari Opportunità.

Che non è stato l’unico a saltare, è vero. Nel tentativo di realizzare l’esecutivo più snello possibile sono stati aboliti, per dire, anche il dicastero dell’Integrazione e quello degli Affari Europei. E sì, le Pari Opportunità sembra verranno recuperate tramite una delega. Ma diciamocelo, non è un bel segnale. Tanto più che da segretario del Pd Renzi sembrava volesse fare dei diritti civili una battaglia, mentre alla luce del nuovo esecutivo, senza Pari Opportunità e di larghe intese, appare poco probabile che il tema sia centrale nel programma.

“Il ministero delle Pari Opportunità non ha più ragione di esistere, perché la parità è nel 50% di ministri donna”, è stato fatto notare su Twitter, non solo da uomini, purtroppo, a quante di noi ne lamentavano l’assenza. Se a loro ricordiamo che obiettivo del dicastero è promuovere le pari opportunità nel Paese, non (solo) nell’esecutivo, cosa rispondere a chi scrive che “alle primarie Pd che hanno scelto Renzi parteciparono anche donne”? Senza contare poi che le pari opportunità non riguardano solo le donne, ma anche tutta la comunità Lgbt, che aspetta da tempo di veder riconosciuti i propri diritti.

Certo, sarebbe bello dare torto ad Antonella Baccàro del Corriere della Sera, che scrive, “Sai cos’è? Ti ricordi un provvedimento di quel ministero oltre alle tagesmutter?”. Ma ha ragione. Come ha ragione anche su un altro punto: che la parità non c’è davvero perché a decidere chi fa il ministro è sempre un uomo. Motivo per cui, aggiungiamo noi, la “squadra in rosa”, da diritto come dovrebbe essere, diventa concessione. Concessione peraltro remunerativa in termini d’immagine, oggi che tutt’a un tratto il femminismo è diventato cool e se ne impastano la bocca gli editorialisti più misogini, e in tutto il mondo si nominano donne anche perché è di moda e ti fa il titolo, non perché si creda veramente che quelle donne abbiano una marcia in più.

Competenza, infatti, è la parola chiave. “Parità di quoziente intellettivo”, come la definiva Nunzia Penelope. È ora che la pretendiamo anche dagli uomini. Perché per scegliere una donna bisogna sempre che sia una fuoriclasse, mentre se è un uomo può essere il solito cialtrone? Perché ogni volta guardiamo con sospetto all’espressione “quote rosa” facendo finta di non vedere quelle blu, cioè il monopolio maschile?

Per onestà, però, dobbiamo porci anche un’altra domanda. Cambierebbero davvero le cose con una donna premier? Farebbe scelte diverse, per dire, una Emma Bonino? Non cadrebbe vittima anche lei dei condizionamenti di un mondo antico e patriarcale (e delle prebende che sempre ci sono)? Speriamo di scoprirlo quanto prima, ma c’è forse da temerlo se è indicazione di qualcosa un nuovo studio americano sulla piccola e media impresa, secondo cui quando le imprenditrici sono donne pagano se stesse meno di quanto gli uomini paghino se stessi, replicando lo stesso divario di genere di aziende guidate da uomini. C’è da temerlo se, nella diretta di SkyTG24 sul giuramento del governo Renzi al Quirinale, un’inviata esclamava all’indirizzo di Marianna Madia: “Come potete vedere la ministra è in stato interessante”.

Vero, quello delle Pari Opportunità è un ministero “odioso”. Nel senso che, come le quote rosa, è un altro Wwf, un istituto per categorie protette. Ergo, la sua assenza dovrebbe sollevarci: dirci che non siamo più a rischio estinzione. L’abolizione delle Pari Opportunità dovrebbe essere, insomma, un’ottima notizia. E sarebbe molto bello, se solo fosse vero. Solo che non è vero. Non ancora. Non in Italia, almeno. Così, fra i tanti tweet che mi sono arrivati in queste ore, mi preme rispondere al seguente: “Adesso basta. Avete otto donne nel governo. Che volete di più, la luna?” Sì.