Politica ed Economia
Intervista, di ,

Stefania Catallo: “Una raccolta firme per salvare il Centro antiviolenza”

Fondatrice e responsabile del Centro di supporto psicologico popolare di Tor Bella Monaca ha appena subìto lo sfratto della sua struttura ma continua a ricevere le vittime a casa e contrattacca tramite Change.org

L’Italia è anche un paese di uomini che odiano le donne. Un posto in cui esistono ancora uomini che non concepiscono altro mezzo per rapportarsi e socializzare con le donne, che non sia la violenza, in tutte le sue declinazioni. Le statistiche, i numeri, sono agghiaccianti. Senza contare che la maggior parte degli abusi e dei casi di violenza domestica non sono neanche denunciati alle autorità e continuano a ripetersi nel silenzio delle mura domestiche. Appena ieri a Vitinia, periferia di Roma, una ragazza di soli 19 anni è stata brutalmente picchiata dal suo compagno e ora è in un letto d’ospedale, in coma.

Quando si verificano fatti di cronaca così sconcertanti, restano tutti colpiti, tanto i politici, quanto le persone comuni. Si scende in piazza, e ci si riempie la bocca con parole come “diritti delle donne”, o “femminicidio”. E poi? “E poi non interessa più a nessuno. Nessuno fa niente. Non importa ai politici, e neanche ai media, fatta eccezione per poche persone dotate di una particolare sensibilità”. Così racconta indignata Stefania Catallo, fondatrice e responsabile del Centro di supporto psicologico popolare di Tor Bella Monaca, periferia “difficile” della Capitale.

Stefania, classe ‘67, per lavoro aiuta altre donne a venire fuori dall’incubo. Donne maltrattate, abusate, lasciate sole e senza speranza. Nel maggio del 2011 ha fondato il Centro di supporto antiviolenza, che fino a poche settimane fa era ospitato nei locali di un’associazione ma che ha appena subìto uno sfratto. Così adesso le donne di Tor Bella Monaca sono rimaste abbandonate a se stesse, orfane del Centro che per loro era ormai una seconda casa.

“Sono circa un migliaio le donne passate per il Centro in questi anni di attività – racconta Stefania – donne che sono rimaste vive. Non rientrano in uno stereotipo particolare, appartengono a diverse fasce d’età, ma sono soprattutto donne italiane. Nelle vicinanze dei locali del Centro si è sviluppata una comunità nigeriana, all’interno della quale pare ci siano casi di violenza, ma queste vittime non denunciano, non cercano aiuto, perché vivono una condizione di soggezione all’interno della loro comunità”. Su queste persone, con le quali è entrata in contatto, Stefania Catallo ha anche scritto un libro, Sulla pelle delle donne, dal quale è stato poi tratto uno spettacolo teatrale andato in scena nel carcere di Rebibbia a novembre, e che sarà replicato in primavera.

“Il Centro antiviolenza, che è un’associazione senza fini di lucro, è diverso dagli altri organismi di supporto – spiega Stefania – perché offre, anzi offriva, visto che per ora abbiamo chiuso i battenti, moltissimi servizi e opportunità. Oltre all’accoglienza e alla consulenza psicologica, i gruppi di auto-aiuto e la rete di sostegno, dava alle donne un mezzo di comunicazione e di riscatto, attraverso la compagnia teatrale Factotum. Senza contare che era diventato anche fonte di un piccolo reddito per loro”.

È importante per queste donne avere una prospettiva ad attenderle oltre la soglia del tunnel dei maltrattamenti e degli abusi subìti. A questi obiettivi erano  finalizzate le attività teatrali e quelle di orientamento professionale del Centro, che organizzava anche corsi con l’Upter per dare opportunità di apprendimento e competenze alle ospiti.

“Tutte queste attività erano anche un mezzo di autofinanziamento del Cespp. Ora non abbiamo modo di portarle avanti e io e le altre psicologhe del Centro siamo costrette a continuare a ricevere le persone che seguivamo direttamente a casa nostra. Perché non possiamo e non intendiamo minimamente abbandonarle”.

Stefania Catallo è una donna tenace che non intende rinunciare al suo lavoro, quello di cambiare la vita di chi se l’è vista distrutta. Sta bussando a molte porte per trovare un locale economico idoneo a ospitare il centro antiviolenza ma finora ha ricevuto in cambio dei suoi sforzi solo vaghe promesse, se non addirittura porte sbattute in faccia “perché finita la campagna elettorale, i progetti di questo genere non interessano più a nessuno”.

Ma non ha perso tempo e ha avuto un’ottima idea: per salvare il Cespp ha lanciato una petizione sul portale Change.org. “Sono state già raccolte più di 45.000 firme, e moltissimi sono i commenti arrivati per sostenere le nostre attività. Quando toccheremo la soglia delle 50.000 firme ci rivolgeremo direttamente al Presidente Napolitano”.