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Abusi, sfruttamento e poi i Cie. La cooperativa Be Free difende le immigrate

Francesca De Masi, Federica Festagallo e Carla Quinto, operatrici, legali e mediatrici culturali della cooperativa Be Free, entrano nel Cie di Ponte Galeria a Roma per fornire consulenza e assistenza psicosociale e legale nel reparto femminile. Ecco cosa trovano

Per un giorno alla settimana il filo spinato che delimita l’aerea sembra meno appuntito e quello della speranza un po’ più resistente. È  il mercoledì dei colloqui quando Francesca De Masi, Federica Festagallo e Carla Quinto, operatrici, legali e mediatrici culturali della cooperativa Be Free, entrano nel Cie di Ponte Galeria a Roma per fornire consulenza e assistenza psicosociale e legale nel reparto femminile. Trovano “detenute” sotto psicofarmaci, solitamente ingurgitati in grandi quantità per produrre una narcolessia salvifica di fronte a quella realtà claustrofobica.

Attualmente le donne a Ponte Galeria sono una trentina su una capienza di circa 100 posti. Numeri inferiori rispetto al settore maschile dove è in corso lo sciopero della fame e dove è ricominciata la drammatica protesta delle bocche cucite.

“Molti Cie sono stati smantellati – dicono le operatrici di Be Free – anche per le rivolte che ci sono state. Non siamo però molto ottimiste rispetto alla loro chiusura per legge. Arrivano meno donne, ad esempio, solo perché tra costi e benefici non vale la pena. I bandi dedicati ai gestori sono bloccati e le risorse scarseggiano. Le cooperative che gestiscono i Cie vanno di proroga in proroga e hanno ridotto il personale”.

Il sistema dei Cie è in crisi. Di 13 che erano in origine in Italia ne sono rimasti solo 6. Quello di Ponte Galeria è il più strategico. È a Roma e poco distante dall’aeroporto di Fiumicino, utile per le espulsioni.

“Questo posto potrebbe essere gestita da Gandhi o da Madre Teresa di Calcutta. Non cambierebbe nulla. È strutturalmente non umanizzabile”. Francesca De Masi lo ripete dal 2008, da quando è diventata coordinatrice del progetto di Be Free volto all’emersione delle vittime di tratta. Racconta la difficoltà, ai primi incontri, di squarciare quel naturale velo di diffidenza che è frutto dei soprusi e delle violenze subìte spesso dalle donne incontrate nei Cie. Che hanno percorso quasi sempre la stessa strada. “La partenza è dalla miseria, il viaggio è dentro gli abusi, l’arrivo è nello sfruttamento, il ritorno è l’espulsione”.

Le situazioni di provenienza delle donne trattenute sono sempre le stesse: tratta di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale e/o lavorativo; prostituzione forzata; lavoro in nero; apolidia; permanenza in un campo rom non autorizzato; mancata regolarizzazione da parte del datore di lavoro; e richiesta di asilo politico in itinere o rigettata. Per non parlare del numero cospicuo di badanti non regolarizzate per scadenza dei termini e problematiche inerenti il datore di lavoro.

Il 60% delle donne viene dalla Nigeria, poi dalla Cina, Ucraina, Russia, Albania e dal Maghreb. Le nigeriane sono potenziali vittime di tratta, partite da villaggi piccolissimi in cui l’autorità è rappresentata ancora dallo stregone, e in cui la maman promette “lavoro” in cambio di un prestito fino anche a 60mila euro. Per le ragazze cinesi negli ultimi due anni sono aumentati i casi di prostituzione indoor. Situazioni varie su cui però pende lo stesso punto di domanda: “perché”. “Perché sono qui dentro – si chiedono – Perché devo rimanerci fino a 18 mesi, perché ancora questo, dopo tutto quello che ho già subìto?”.

Carla Quinto è l’avvocato del gruppo: “Il nostro compito è parlare con la donna, capire cos’è successo, fare le verifiche del caso ed eventualmente chiedere un permesso di giustizia, che però vale solo 3 mesi. Se invece – prosegue la legale – c’è una storia di sfruttamento, allora possiamo cercare di far attuare l’art.18 del Testo Unico sull’Immigrazione che consente a una persona migrante, sfruttata a fini sessuali o lavorativi, di poter accedere a percorsi di reinserimento sociale in strutture protette e di ottenere un permesso di soggiorno per motivi umanitari”.

Il problema è che però tutto questo sistema, considerato all’avanguardia alla fine degli anni ’90, oggi non funziona più. Colpa delle varie spending review che hanno tagliato risorse importanti. Colpa anche del cambiamento dei flussi migratori e dell’inasprimento delle leggi sull’immigrazione. “Ad esempio l’art.13 della legge 228 del 2003 sulla tratta – spiega ancora l’avvocato – che dà alla potenziale vittima alloggio e vitto immediato, è totalmente inapplicato. Capita che alcune strutture di protezione non prendano in carico le ragazze perché i loro progetti stanno per scadere. Altre magari le prendono solo se c’è il parere favorevole del pm”.

E qui si annida il vizio di un sistema miope e solo repressivo perché la procedura di rimpatrio coattivo è di natura amministrativa e segue canali completamente diversi rispetto a quelli penali che si attivano invece rispetto alla denuncia della donna. “I due canali non comunicano tra loro. Il pm non ha una scadenza per attivarsi – chiosa Carla Quinto – può metterci una settimana come 6 mesi. E se nel frattempo l’ambasciata identifica nel Cie la stessa ragazza che aveva sporto denuncia, quella può essere espulsa rischiando, nel migliore dei casi, di essere ritrafficata”.