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Buon compleanno, fabulous Michelle

Gli Obama sono stati straordinari nel rendere “normale” – in un paese tutt'altro che pacificato con il problema razziale – una presidenza “diversa”. E molto del merito va alla first lady, che il 17 gennaio ha compiuto cinquant'anni

“Cinquant’anni, un’età favolosa”, dice la quarantaseiesima Flotus della storia presidenziale americana. E lo dimostra, con quell’aspetto e quello spirito agili e vitali che esibisce con naturalezza dacché è sotto i riflettori di moglie numero uno della potenza numero uno del mondo, e lo ha dimostrato anche in questi giorni, al giro di boa del mezzo secolo. Rispetto a Rosalynn Carter, a Nancy Reagan e a Barbara Bush, ma anche rispetto a Hillary Clinton e a Laura Bush, le first lady of the United States (Flotus) che l’hanno preceduta alla Casa Bianca e che sono ancora in vita, Michelle Obama, nata LaVaughn Robinson, ha un’esuberanza giovanile che trascende la sua età anagrafica. Se si scorre peraltro l’elenco di tutte le first lady americane, s’osserva che Michelle non è tra la più giovani ma è nella media, forse anche sopra. Alla Casa Bianca fece il suo ingresso che aveva quarantacinque anni. Jacqueline Kennedy aveva da poco compiuto trentun anni. E se si va indietro nel tempo s’incontrano diverse “presidentesse” ventenni e trentenni.

Eppure, sarà anche per le situazioni spesso informali in cui si lascia volentieri ritrarre, Michelle mette nella sua “carica” – che in realtà formalmente non è tale – un’energia nuova, uno stile peculiare in sintonia con il tempo contemporaneo, che contribuisce fortemente al senso della svolta generazionale – culturale più che anagrafica – incarnato dalla presidenza Obama. Che è un tratto, di questa presidenza, perfino più saliente dell’innovazione epocale rappresentata dalla presenza alla Casa Bianca della prima first family africano-americana. In senso positivo – infatti – senza nulla rinnegare della propria storia e senza sottovalutare il valore enorme dell’elezione del primo presidente nero, gli Obama sono stati davvero straordinari nel rendere “normale” – in un paese tutt’altro che pacificato con il problema razziale – una presidenza “diversa”.

In questo, il merito più grande va a Michelle. Diversamente da Barack, figlio di un immigrato kenyota e di un’americana bianca del Kansas, la first lady ha la biografia tipica di chi ha vissuto e patito, personalmente e con la propria famiglia, le discriminazioni e le esclusioni di una società che relegava i neri nei ghetti. Se Barry ricorda un’infanzia – difficile per l’abbandono da parte del padre – che è quella tipica di tanti ragazzi bianchi, allevato e cresciuto dalla madre e soprattutto dai nonni materni, Michelle ha percorso l’itinerario arduo di tante ragazze nere americane, che pure sono riuscite a raggiungere i gradini più alti (nel suo caso fino a Princeton e Harvard e una carriera di brillante avvocato), partendo da una condizione di ostilità razziale, che s’annidava anche nei luoghi dove apparentemente regnava una convivenza civile. Come persino Princeton.

“La mia esperienza a Princeton – scriverà Michelle nella sua tesi di laurea – mi ha reso molto più consapevole del mio essere nera come mai prima d’ora. Ho trovato che a Princeton non importa quanto liberal e aperti cerchino di essere nei miei confronti i miei professori e colleghi, mi sento come una visitatrice nel campus, come se non vi appartenessi. Indipendentemente dalle circostanze nelle quali interagisco con i bianchi a Princeton, sembra spesso come se, per loro, io sia sempre nera innanzitutto, e solo dopo studente”.

Quelle parole, gliele hanno fatte pesare nel corso della prima campagna presidenziale di Obama, e anche dopo, come per dimostrare il teorema, caro ai bianchi, non solo conservatori, del nero arrabbiato e risentito, e dunque vendicativo e inaffidabile, anche quando apparentemente si riscatta dal giogo razziale. Nessuna rabbia, ma solo compostezza si è vista nella coppia Obama, la “prima famiglia” di tutte le famiglie americane, non importa di che colore, di che religione, di che credenza politica. Alla fine del doppio mandato, sarà questo il merito storico, indiscutibile, dell’attuale presidenza, al di là dei giudizi più politici sull’operato di Barack Obama.

Marilisa Palumbo, autrice di una biografia di Michelle (Yes she can, Castelvecchi), scrive che questa capacità di parlare all’America tutta si spiega con “lo stile dialogante, il mix di ottimismo e pragmatismo, la capacità di ascoltare opinioni diverse”, che “sono tutti tratti che Barack ha assorbito da Michelle”. E “c’è chi si è addirittura spinto a dire che Obama è il primo presidente ‘donna’ degli Stati Uniti. In effetti la ‘sua’ è una Casa Bianca in rosa, e non solo perché con lui vivono moglie, due figlie e suocera”. Scrive ancora Palumbo: “Il fatto è – ha spiegato Anita Dunn al New York Times – che gli Obama a volte sono ‘inconsapevoli in modo rassicurante’ sui temi dell’uguaglianza tra i sessi”.

Spin a parte, qualcosa di vero c’è, in quello che dice il direttore della comunicazione della Casa Bianca. In questa coppia moderna i ruoli sono più sfumati, anche se di certo non interscambiabili, come accade nella maggior parte dei nuclei familiari della loro generazione. Ed è proprio questa loro “contemporaneità” la chiave della popolarità personale del presidente e di Michelle. Moderni e “normali” per quanto si possa essere normali al 1600 di Pennsylvania Avenue. Ecco il segreto di Mr and Mrs O. Anche se vivono nel più grande centro di potere del mondo, sono la classica famiglia della classe media americana”.

Adesso, a cinquant’anni, Michelle non si è mai sentita “così fiduciosa in se stessa”, non ha mai “avvertito con tanta chiarezza il suo essere donna”, come ha confidato a Parade. Sente di poter respirare più liberamente, come first lady, forse perché, al pari del presidente, nel secondo mandato non le grava l’assillo della rielezione e può dedicarsi al lascito storico dell’intera presidenza. A questo proposito, la sua massima ambizione è lasciare dietro di sé un’orma con la sua battaglia contro l’obesità infantile e a favore di un’alimentazione sana, che nell’America d’oggi è una battaglia semplicemente rivoluzionaria.

Sabato, grande festa alla Casa Bianca. E, come sempre in queste occasioni, si canterà e si ballerà, e sarà un piacere vedere gli Obama in azione.