Politica ed Economia
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Sonali Kolhatkar, da astronoma a paladina delle donne afghane

Ha abbandonato una carriera alla Nasa per diventare giornalista e raccontare il lavoro di Rawa, l’Associazione rivoluzionaria delle donne dell’Afghanistan, e fermare un processo che sta cancellato i loro diritti

Nel 2000 Sonali Kolhatkar lavorava come programmatrice alla Nasa. Un posto da sogno, per un’astronoma come lei, nata in India e trasferitasi negli Stati Uniti per studiare fisica e astronomia. Poi ricevette un’email che le cambiò l’esistenza. Quel messaggio denunciava le drammatiche condizioni di vita delle donne afgane. Incredula, la Kolhatkar iniziò a documentarsi su un paese di cui non sapeva niente.

Scoprì così il lavoro dell’Associazione rivoluzionaria delle donne dell’Afghanistan (Rawa, nell’acronimo inglese), e prese una decisione: quella di abbandonare una promettente carriera alla Nasa per diventare giornalista. E raccontare al mondo le storie delle donne afgane.

Donneuropa ha intervistato la Kolhatkar via Skype dalla casa in cui vive con il marito e i due figli piccoli, in California. Circondata da foto, libri e quadri colorati, ogni tanto beve un sorso di caffè da una grande tazza blu. Parla con molta naturalezza del cambiamento radicale che ha deciso di imprimere alla sua vita. Della vecchia passione per le stelle e l’universo, scalzata dalla dura realtà di un angolo remoto della terra. E dell’impellente necessità di fare qualcosa per provare a cambiare quella realtà.

Quando parla di astronomia il suo viso si illumina. Ma i suoi occhi brillano se le si fa una domanda sulle donne afgane di Rawa, grazie alle quali ha capito che lo studio della galassia poteva aspettare. “Quando ho scoperto gli abusi che subivano le afgane e gli sforzi di Rawa per denunciarli, mi è sembrato che fosse molto più urgente dedicarmi a quello che stava accadendo sulla Terra” dice sorridendo. Così, nel 2000, aiutò a organizzare il primo tour di due attiviste dell’associazione afgana negli Stati Uniti e, in seguito, iniziò a lavorare con loro per creare un’organizzazione no profit.

“Rawa aveva bisogno di un ente che raccogliesse donazioni da tutto il mondo per finanziare i suoi progetti. Ospedali, scuole e corsi di formazione. È cominciato tutto così”. Quindi, quell’estate, la Kolhatkar fondò la Afghan Women’s Mission, organizzazione della quale è tuttora co-direttrice. “Le donazioni per i progetti di Rawa sono sempre arrivate soprattutto da americani comuni. Purtroppo negli ultimi quattro anni sono calate dell’80% – dice scandendo bene la cifra – e Rawa ha dovuto chiudere gran parte dei suoi progetti”. Un problema enorme per l’associazione, nata nel 1977 a Kabul e da allora impegnata a combattere gli abusi sulle donne, il fondamentalismo islamico e le occupazioni straniere. Il tutto nell’assoluta clandestinità.

Come nel 1999, quando le attiviste di Rawa girarono di nascosto un video sconvolgente e lo caricarono su internet. Nel filmato si vedeva una donna, avvolta in un burka azzurro. Inginocchiata in mezzo allo stadio di Kabul gremito, veniva giustiziata con un colpo di kalashnikov alla testa. Quel video fece il giro del mondo, suscitando l’indignazione dell’opinione pubblica internazionale. Zarmina (questo il nome della vittima) era stata accusata di aver ucciso il marito.

Se prima della caduta dei talebani abusi simili erano all’ordine del giorno, la Kolhatkar sottolinea che, dall’arrivo della Nato in Afghanistan nel 2001, la situazione non è migliorata. “Il parlamento afgano ha approvato una serie di leggi come minimo controproducenti per le donne. Ad esempio lo stupro nell’ambito del matrimonio è stato legittimato. E, sotto l’attuale presidente Karzai, la magistratura imprigiona ancora più donne che al tempo dei talebani. Nella maggior parte dei casi perché sono scappate da un marito violento o con il quale sono state obbligate a sposarsi, spesso in giovanissima età. Oppure perché hanno subito uno stupro, che di solito viene considerato adulterio”.

Come se non bastasse, il mese scorso il ministero della giustizia afgano ha proposto degli emendamenti al codice penale. Alcuni prevedono il ritorno a pratiche come la lapidazione o le amputazioni per punire certi reati. Ora sta al parlamento approvarli o no. “E a meno che non ci sia una fortissima condanna internazionale – dice la Kolhatkar senza troppa convinzione – credo proprio che li approveranno. Includere disposizioni come queste nel codice penale sarebbe solo l’esito prevedibile di un lungo processo, iniziato in concomitanza con l’occupazione americana. Un processo che, poco a poco ma inesorabilmente, ha cancellato i diritti delle donne”.

L’unica speranza per scongiurare tutto ciò è che le deputate del parlamento afgano si oppongano. Ma è una speranza che la Kolhatkar non ha. “Le donne in parlamento sono una minoranza. Sono lì solo grazie a un sistema di quote pensato per garantire una certa presenza femminile. Ma sanno bene che, se difendono le loro posizioni, possono essere sbattute fuori. È già successo in passato. Inoltre, – continua – secondo molti in Afghanistan, inclusa la stessa Rawa, molte deputate sono imparentate con i signori della guerra di cui il parlamento pullula. E quindi sono loro asservite”.

Signori della guerra, Alleanza del Nord, talebani, soldati stranieri. Tutti responsabili delle vittime civili che, nella prima metà del 2013, sono aumentate del 14% rispetto allo stesso periodo del 2012. In un conflitto che non accenna a scemare. E dal quale l’amministrazione Obama conta di ritirare almeno gran parte delle truppe verso la fine del 2014.

Cosa ne sarà allora dell’Afghanistan? “Non credo che cambierà molto – sottolinea Kolhatkar – gli afgani avranno semplicemente un attore armato in meno con il quale dover fare i conti”. La giornalista, anche conduttrice di un programma radiofonico trasmesso dalla Kpfk californiana, è molto critica nei confronti della presenza dei soldati statunitensi in Afghanistan.

“L’occupazione americana è stata così disastrosa che ormai molti afgani vedono addirittura di buon occhio i talebani. Non è stato fatto niente di concreto, ad esempio, per combattere la coltivazione dell’oppio. Il risultato è che da tempo i gruppi armati dispongono di un’inesauribile fonte di finanziamento per comprare le armi e continuare la guerra”.

La violazione dei diritti delle donne afgane da parte dei talebani è stata spesso tirata in ballo per giustificare l’attacco deciso dalla Nato dopo l’11 settembre. Eppure, come ripete la Kolhatkar, la guerra non ha affatto migliorato la loro situazione, e a riguardo fa un esempio eloquente.

Nell’agosto del 2010, la rivista Time ha pubblicato una copertina impressionante, che moltissimi ancora ricordano. Ritraeva Aisha, una ragazza di 18 anni colpevole di essere fuggita dalla casa di un marito violento. Per punirla le erano state tagliate le orecchie e il naso. Il titolo di quel numero era “Cosa succede se lasciamo l’Afghanistan”.

Malalai Joya, una giovane deputata afgana che è stata sospesa dal suo ruolo nel 2007 per aver denunciato la presenza di criminali di guerra nel parlamento, porta spesso con sé quel numero di Time alle conferenze che tiene in giro per il mondo, racconta la Kolhatkar. “E dice che il vero titolo di quel numero sarebbe dovuto essere “Cosa succede mentre siamo in Afghanistan””. La Kolhatkar fa una pausa, socchiude gli occhi. “Non sappiamo come andranno le cose, per gli afgani, una volta che i soldati stranieri avranno lasciato il Paese. Una cosa è certa, però. È davvero difficile che possano andare peggio di così”.